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22 luglio 2014

La mutilazione dei genitali femminili

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Questo testo, resoconto di tre focus group a cura di Anna Maria Di Miscio, è parte integrante del volume Sessualità e culture. Mutilazioni genitali femminili: risultati di una ricerca in contesti socio-sanitari, Franco Angeli 1a edizione 2010

La mutilazione dei genitali femminili

Percezioni, significato, conoscenza del fenomeno in Puglia


Nell’ambito di un progetto più ampio sulla percezione e sul significato delle MGF (mutilazioni dei genitali femminili), ho moderato in Puglia tre focus group, a Poggiardo (Lecce) il 2 Dicembre 2008, a Gioia del Colle (Ba) il 22 Gennaio 2009 e a Brindisi il 21 Gennaio 2009, per un totale di 32 partecipanti tra medici, infermieri, assistenti sociali e operatori socio-sanitari preposti alla assistenza, prevenzione e cura della salute della donna.

Ho rilevato in tutti i gruppi attenta, una viva e appassionata partecipazione, ma anche una costante domanda, che a volte già anticipava gli items da me proposti nel focus group, di una più dettagliata e approfondita conoscenza della dimensione culturale e sociale, storica e antropologica del fenomeno e, non ultimo, del rischio sanitario che le pratiche di mutilazione dei genitali femminili comportano. Una attenta partecipazione che è anche indice di un bisogno formativo a tutto campo sulle MGF nell’ambito della prevenzione, diagnosi, cura e delle disposizioni di legge in materia sanitaria .

E, dunque, per soddisfare almeno parzialmente questa domanda ho dato alcune indicazioni su una bibliografia essenziale, Corpi e simboli di Aldo Morrone, il testo integrale delle disposizioni di legge sulle MGF, le linee guida del Ministero della Salute 2008 e le pubblicazioni dell’OMS sulle mutilazioni dei genitali femminili.

 

Consorzio di Poggiardo (Lecce), martedì 2 Dicembre 2008
Focus group, dieci partecipanti di nazionalità italiana, titolo di studio assistenti sociali

Nella prima parte del focus group, che misurava le informazioni, generiche o specifiche sulle MGF, solo due su dieci partecipanti hanno mostrato di avere una buona conoscenza del fenomeno e una buona  formazione  ricevuta in percorsi universitari. Gli altri, meno alfabetizzati alla differenza culturale, hanno manifestato un vivace interesse a essere inseriti in programmi di formazione in una prospettiva transdisciplinare, pur manifestando una conoscenza generica, per lo più desunta dalla divulgazione mediatica di informazioni sulle MGF di donne immigrate dell’Africa subsahariana.

Il forte impatto emotivo delle immagini e dei resoconti TV è più volte emerso come preponderante. Sono immagini forti, che catturano sì l’attenzione, ma che non predispongono a una riflessione critica sull’alterità e sulla differenza, ad una più approfondita analisi delle MGF, della matrice storica delle pratiche di mutilazione, delle dinamiche culturali in gioco.

Nella seconda parte ho indirizzato il dibattito su modalità e  canali di comunicazione idonei alla diffusione  tra le popolazioni immigrate di un’adeguata informazione su danni e rischi delle MGF.

La scuola è stata indicata come il primo luogo in cui il cambiamento è possibile, ma anche il dialogo con l’operatore sociale, laddove sia richiesto un intervento mirato, è stato individuato come un efficace strumento di contrasto e prevenzione.
Dunque, è nella promozione di interventi con specialisti, medici e operatori socio-santari, che consentono alle donne immigrate di acquisire un nuovo modo di percepire sé stessa (Monica), una diversa consapevolezza del corpo e della sessualità, che risiede una possibile via di fuga da un universo culturale che le opprime (Alberto).

È un percorso che non è che lo fai da un giorno all’altro (Sandra), una affermazione che allude a un orizzonte temporale abbastanza ampio, tale da indurre  significativi cambiamenti nel lungo periodo.

Nella terza parte, centrata sulla dimensione normativa, tutti e tutte hanno mostrato una più che sufficiente conoscenza della legge Legge n. 7 del 9 gennaio 2006 Art. 583-bis (che vieta le pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili con sanzioni da 4 a 12 anni di reclusione). Tuttavia, non sono mancate voci critiche su uno strumento normativo del tutto inadeguato, che non tiene conto  della radice culturale del fenomeno, favorisce un mercato sommerso di prestazioni sanitarie illegali, alimenta piuttosto la latenza delle pratiche MGF.

Nell’area di rilevazione socioculturale sono emerse numerose variabili che possono incidere sulla persistenza delle pratiche MGF, ovvero i tasselli che compongono il variegato mosaico dei comportamenti e degli atteggiamanti delle donne immigrate: il controllo maschile sulla sessualità della donna, le differenze di potere nelle relazioni di genere, le comunità di immigrati in cui la donna deve dar conto di sé e delle sue scelte, le opportunità di aiuto e assistenza nei contesti di accoglienza.

La fatica di guadagnare spazi di autonomia e autodeterminazione non ha confini (Daniela): la riflessione assume una connotazione transcultare, mette in campo variabili che limitano i confini delle identità di genere sia nella “cultura altra”, quella africana, che nella nostra.

La leadership, donne africane che hanno già maturato una positiva esperienza di riposizionamento di sé e del proprio corpo, è stata messa a fuoco come veicolo di un possibile cambiamento in un più ampio progetto di eradicazione delle pratiche di MGF.

Il codice vestimentale – Il burqa è un indicatore di appartenenza, indice di una certa mentalità (Antonio), ma al tempo stesso non indossarlo può essere sia segno di una perdita, di tradimento di identità culturali che di permeabilità (Irene), di farsi altro da sé, di identità in cambiamento dentro processi che attraversano i tempi e gli spazi delle culture.

Ho registrato, infine, nell’ultima area “salute e informazione medico-scientifica” una buona conoscenza dei rischi per la salute che le pratiche di infibulazione comportano, e la necessità di promuovere contesti, formali e informali, di dialogo con le donne portatrice di esisti cicatriziali di infibulazione (Benedetta).

 

CSV Brindisi, mercoledì 21 Gennaio 2009
Focus group, quattro partecipanti di nazionalità albanese

Il focus group a Brindisi, inizialmente progettato con immigrati/e provenienti dalla fascia dei paesi dell’Africa sub-sahariana in cui maggiormente sono radicate le MGF, non ha dato esiti sperati per problemi a livello logistico e organizzativo. Di fatto, al mio arrivo a Brindisi ho avuto la possibilità di intervistare quattro donne immigrate, ma di nazionalità albanese che, come è noto, non praticano né hanno esperienza delle MGF.

Ovviamente ho dovuto ri-calibrare il focus group sulla composizione del gruppo con items differenti,  più centrati sulla relazione corpo/sessualità, che sulle mutilazioni dei genitali femminili. Sono così emerse illuminanti riflessioni sull’identità di genere in Albania, sui processi transnazionali che erodono i confini geopolitici, rendendo permeabili identità e corpi alle sollecitazioni dei mass media, della narrativa, del web, del cinema, della tecno-cultura nella seconda metà del Novecento. Dunque, sul mutamento in atto già a partire dagli anni Novanta, con l’apertura in Albania delle frontiere all’Occidente.

È una conferma di quanto il testo, scritto in caratteri alfabetici o visuali, possa viaggiare e saltare da un contesto all’altro, agendo come attore materiale e simbolico di un cambiamento che si insinua negli interstizi delle culture e nelle pratiche sociali quotidiane.

Io parlo fino al 1991, prima che si sono aperte le porte, in Albania una ragazza per sposarsi doveva essere per forza vergine, perché il maschio doveva sapere che lui era il primo, sennò veniva trattata male, era emarginata dalla società… non si parlava del sesso, raramente, solo uno che era istruito … il primo giorno di nozze si doveva mostrare a tutti che il lenzuolo bianco era sporco di sangue, perché… se non vai vergine non sei da maritare, perché sei di facili costumi, però …bisogna essere vergini prima di testa e poi….Ora sta cambiando, ma…il problema era l’isolamento, ma anche la religione musulmana…

Per esempio Maupassant… e di Dostoevskij si parlava molto… Verne, Dumas, che raccontavano anche dell’amore, della crescita, erano belli!

E, anche prima degli anni Novanta, le pratiche sovversive di corpi ribelli e insofferenti alla censura di regime aprivano varchi insospettabili nell’etere:

Mio fratello si fece quasi un anno e mezzo di carcere solo perché ascoltava la musica italiana, i vicini di casa hanno raccontato tutto e poi l’hanno arrestato. Questo era il controllo, ti controllavano le antenne, non era possibile prendere un canale italiano. C’era una solo una stazione radio, poi qualcuno metteva un antenna pirata, primitiva, fatta in casa, per sentire qualche pezzo di film, qualche telegiornale …la radio, le canzoni, la musica entrava così, era una finestra. Perché anche il telegiornale in Albania dava quella informazione che volevano loro, dicevano …noi stiamo bene e siamo liberi, così … 

Infine, ho rilevato l’esigenza di rimarcare una differenza tra la cultura albanese, percepita come vivace, pronta a registrare e recepire l’innovazione, e quella africana percepita come altra, chiusa e distante, “lenta”.

Ma …  le donne africane sono chiuse molto più delle albanesi, parlano poco… (donna “chiusa”, infibulazione come chiusura delle porosità del corpo e del linguaggio), anche se alcune di noi sono più timide,  siamo comunque molto più emancipate di loro, prendiamo tutto al volo.

L’Albania è più inserita, le africane non parlano perché sono diffidenti.

Per dire … gli eritrei si vergognano … un maschio con cui ho parlato mi ha detto: e che devo dire? non mi posso spiegare, non so se posso parlare.

Distretto Socio-Sanitario Gioia del Colle (Ba),giovedì 22 Gennaio 2009
Focus Group, diciotto partecipanti di nazionalità italiana, medici, infermieri, ostetriche, operatori sanitari e socio-sanitari

Nell’area “divulgazione delle informazioni rilevanti sulle MFG” emerge che i media audiovisivi sono la principale fonte conoscenza del fenomeno, mentre solo quattro dei partecipanti hanno ricevuto una formazione specifica.

Meritano notevole menzione l’interesse, l’attenzione e la partecipazione, a tal punto da rendere per me non facile la gestione del gruppo e rispettare ordinatamente la griglia predisposta in fase di preparazione del materiale.

Una psicologa ha narrato con eloquente chiarezza la sua esperienza diretta con una paziente portatrice di esiti cicatriziali delle MGF e la dimensione conflittuale tra cultura di origine e cultura di accoglienza. Un ginecologo racconta lo spiazzamento e la sorpresa della sua prima volta, giovane medico che visita una donna infibulata. Un’ostetrica ricorda il forte impatto emotivo quando, giovane allieva nel reparto di Ginecologia e Ostetricia, vide la prima paziente MGF.

Gli strumenti e le modalità di approccio al problema più idonei al contrasto delle MGF sono stati individuati in primo luogo, come era prevedibile, nella formazione del personale medico e paramedico, nella divulgazione di una corretta informazione sanitaria tra le donne immigrate africane e, infine, nella divulgazione mediatica dell’informazione scientifica.

Una pediatra racconta di aver individuato una famiglia a rischio MGF, ma al tempo stesso riflette sulla esigenza di fornire, al personale medico-sanitario e in tutte le agenzie di intervento sul territorio,  una formazione ad hoc nei programmi di ECM (Educazione Continua in Medicina).

Nessuno dei partecipanti era a conoscenza della legge Legge n. 7 del 9 gennaio 2006 Art. 583-bis, che vieta le pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili. Tuttavia, dopo la lettura del testo di legge, sono emerse riflessioni significative sulla insufficienza dello strumento normativo e sulla possibilità che esso alimenti, più che contrastare, un mercato nero di prestazioni sanitarie.

Particolare rilevo è stato dato alle barriere culturali che limitano il dialogo tra culture e non favoriscono un’adeguata comprensione, la nostra, della valenza culturale delle pratiche escissorie e, inoltre, del loro radicamanto in dinamiche di inclusione nelle comunità, di origine e di accoglienza, delle donne immigrate. Al tempo stesso emerge una riflessione sulla difficoltà, per gli operatori socio-sanitari non adeguatamente formati, di avviare percorsi calibrati sui singoli casi, in cui i conflitti agiti dalle donne immigrate, che sono molteplici, di natura  familiare, culturale, economica,  limitano la capacità di autodeterminazione della loro esistenza.

Non è mancato un approccio comparativo: il controllo della sessualità femminile nella nostra cultura, che è ancora, almeno in parte, radicato nel valore della verginità, ha molto in comune con la valenza delle MGF nei paesi africani (Assunta).

Perché per loro una ragazza perbene deve essere così, è come era da noi cinquanta anni la questione della verginità, se eri vergine eri una brava ragazza da maritare. C’era il controllo dopo la prima notte di nozze, la suocera doveva verificare se il lenzuolo della prima notte era macchiato di sangue… (Maria Grazia).

Una pediatra afferma che sussistono difficoltà nel dialogo sulla prevenzione anche nei contesti di cura con pazienti di nazionalità italiana, quando il dialogo medico/paziente ruota intorno a sintomi e/o patologie dei genitali femminili, o nel caso del HPV (Papilloma Virus).

La presenza di molti medici nel gruppo ha polarizzato l’attenzione sulla informazione medico-sanitaria, sull’approccio al paziente, sui casi di MGF rilevati nella pratica clinica.

Un ginecologo riferisce di aver visitato due donne: Una era infibulata e presentava una menometrorragia, clinicamente si evidenziava la scarsa possibilità di penetrazione nell’introito vaginale con un dito. In un altro caso, una donna infibulata e gravida, si constatava l’impossibilità di un parto naturale alla prima gravidanza. Attualmente sulle bambine di tre anni, e di provenienza africana, che ho visitato non ho riscontrato alcuna alterazione dei genitali esterni.

Un’ostetrica racconta la sua esperienza negli anni ’70: Ero allieva in clinica e devo dire che con stupore mi trovai di fronte ad una donna infibulata che dovevo assistere al parto, la deifibulammo con anestesia locale, però … poi devo dire che la donna dopo il parto pretese di essere reinfibulata.

Una parte rilevante della discussione ruota intorno alla sessualità, alle zone erogene, alle conoscenze scientifiche attualmente disponibili, se con l’escissione del clitoride sia possibile un’orgasmo vaginale, se altre zone del corpo possono essere definite erogene.

Infine, nell’ultima parte del focus group la discussione verte sull’efficacia dei programmi di prevenzione nelle nostre strutture sanitarie, sulla corretta impostazione di un programma  transdiscipinare di contrasto delle MFG.

 

CONCLUSIONI

L’esito dei tre focus group sulle MGF è stato soddisfacente, sia per la partecipazione attiva e attenta dei soggetti coinvolti, che per il manifesto interesse alle dinamiche culturali e ai rischi per la salute che le pratiche di mutilazione dei genitali femminili comportano.

In in chiusura dei focud group ho fornito materiale informativo su supporto cartaceo e informatico, una bibliografia essenziale di riferimento, il testo Corpi e simboli di Aldo Morrone, le Linee guida del Ministero della Salute 2008 e le pubblicazioni dell’OMS, infine il testo di legge in vigore a partire dalla Legge n. 7 del 9 gennaio 2006 Art. 583-bis, che vieta ogni pratica chirurgica di mutilazione dei genitali femminili non motivata da obiettivi di salute.

Complessivamente possiamo dividere i partecipanti in tre clusters, il primo gruppo dei “non informati” (10%) e che tuttavia ha fornito importanti riflessioni sulle valenza simbolica delle MGF, il secondo gruppo già a conoscenza del fenomeno per “esperienza indiretta attraverso media e/o percorsi di formazione” (80%), il terzo gruppo di medici, assistenti sociali e personale socio-sanitario che ha dato il via ad una narrazione della esperienza maturata nella pratica professionale e nella pratica clinica (10%) con pazienti che presentavano esiti cicatriziali di infibulazione.

I dati più interessanti emersi nel dibattito sono certamente da un lato la riflessione sugli orizzonti e limiti di un relativismo culturale che giustifica ad oltranza ogni pratica rituale, e dall’altro, pur nel rispetto della ricchezza che l’alterità ci offre nella variabilità delle sue espressioni, la necessità di contrastare la pratica delle MGF con opportuna informazione sanitaria, con un dialogo franco e aperto sul diritto all’integrità fisica e psichica delle donna, già sancito dall’articolo 5 della Dichiarazione universale dei diritti umani di Parigi che vieta pratiche limitanti e degradanti sulla persona.

Sono state evidenziate da tutti i partecipanti differenze e analogie tra le pratiche MGF nei paesi dell’Africa subsahariana e il controllo sul comportamento sessuale femminile nelle culture occidentali. L’alterità, e la sua differenza, in qualche modo è stata ripensata alla luce di una critica culturale in patria nel cosiddetto Primo Mondo e del più recente riposizionamento della donna nei contesti della famiglia e del lavoro, della politica (Mario),

Ed è stato a partire da questa riflessione, comune e condivisa, sul ruolo della donna “in patria” e nelle culture “altre”, che è maturata una consapevolezza: il cambiamento di atteggiamenti e comportamenti e l’eradicazione delle pratiche di MGF sono possibili solo attraverso un dialogo libero, consapevole e aperto sui temi del rispetto e della libertà di espressione del corpo e della sessualità.

La promozione del cambiamento è stata ripensata da più parti dentro percorsi di umanizzazione dell’accoglienza e della cura, intesa come cura della persona nella sua interezza, portatrice di esperienze diverse, di valenze e significati che risiedono nei suoi percorsi di vita, nella sua unicità di essere umano.

È emersa, dunque, l’esigenza di avviare, conclusa la fase della ricerca sul campo, nelle scuole e nei Consultori, negli ospedali e in tutte le agenzie del territorio, un percorso di formazione transdisciplinare alla differenza culturale, alla sua radicale alterità, e al rischio clinico che le MGF comportano per le donne migranti dell’Africa subsahariana.

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