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20 maggio 2011

Transgender – L’estensione del corpo

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Se l’intensità dell’energia sessuale fosse proporzionale alle necessità imposte dalle logiche riproduttive non sarebbe necessario optare da parte di poteri forti, come quelli religiosi, per un contenimento della medesima o addirittura per un soffocamento di quella parte che eccede il senso della semplice continuazione della specie. Lo scenario aperto dal postmoderno, invece, chiede a quella energia di liberarsi, di esprimersi.

In quella libertà, però, non si pongono gli effetti delle direzioni che quella forza dirompente può determinare. Al corpo, infatti, viene imposto di divenire contenitore delle emozioni mentre la sua estetica è dettata dalle logiche binarie eterosessiste della riproduzione. Michel Foucault, del resto, ha ampiamente spiegato come tutto ciò che spaventa, poiché lontano dai criteri convenzionali, sia – di conseguenza – allontanato, segregato, punito.

Secondo Zygmunt Bauman[1], nulla può essere costruito in modo rigido (solo amore o sola riproduzione) e fondamentale può divenire la possibilità dell’introduzione del concetto di “flessibilità”, dove protagonista di quei corpi diviene il solo erotismo. Il sesso nella postmodernità magnifica e sublima le relazioni, il tutto però a patto del mantenimento di una grande alleanza: l’incontro uomo-donna.

Abbiamo definito la dimensione eterosessuale del corpo come una grande alleanza. Il cercatore di sensazioni di Bauman[2] però non sembra preparato ad accettare un aspetto di quella sublimazione: l’attenzione nei confronti di persone dello stesso sesso o il veicolare il proprio contenitore corporeo verso una diversa fisicità. In quel momento la flessibilità cessa di essere il grande baluardo e mostra, per alcuni, segnali allarmanti entro cui si innescano reazioni rigide che vanno a confluire in una ri-modulazione dei concetti di corpo ed erotismo.

Condivido Inghilleri e Gasparini[3] quando affermano: “Non è tanto la biologia a spiegare i corpi che le appartengono quanto la sociologia che si impossessa di loro”. Ora, partendo da questa definizione si può convenire che la società decide quali siano i punti di appartenenza che devono essere concessi al corpo. Sono le istanze dei singoli che, inevitabilmente, possono aprire squarci, tra l’altro non ben definiti, nella riflessione che il corpo dà di se stesso.

Infatti nell’approccio con l’alterità mostriamo quel contenitore che induce chi ci osserva a modulare, nel suo relazionarsi, le gradazioni del bagaglio normativo, morale, religioso che è stato introiettato sia nei confronti delle sembianze maschili sia nei confronti delle sembianze femminili. Ora, se il corpo condiziona anche il dialogo con sé stessi, con le nostre richieste, attese, decisioni di essere-esistere, la non accettazione varia dagli occhi delle aspettative dell’altro alla consapevolezza personale delle limitazioni che quel corpo che ci ospita può imporre.

Nella nostra interpretazione normativa duale il pene, la vagina, la penetrazione, la fellatio sono i diversi modi di intendere l’espressione della conformità del corpo alla norma mentre i desideri, le istanze che fuggono ad una catalogazione sembrano perdersi proprio perché non incanalate in quell’ordine normativo. Inoltre, una “diversa volontà” sembra sfuggire alla demarcazione tra status di corpo – aspirazioni individuali e conseguente funzioni assegnate. In tal modo, le istanze diverse, le istanze altre sono relegate a silenziose confessioni o a rumorose esternazioni creando un contraltare alla necessaria, semplice magnificazione di quegli impulsi.

Il corpo scandisce il potere capitalistico della società. Un corpo maschile esclude quello femminile dagli spalti del potere ponendo la grande pregiudiziale dell’evento più grande del genere umano: la maternità. Il corpo transgender è allontanato dall’accesso al lavoro poiché in quell’ibrida composizione sfugge ad una immediata chiave di lettura. Il corpo omosessuale è, a sua volta, oggetto di allontanamento poiché si manifesta come veicolo sbagliato di informazioni.

Il corpo, dunque, domina mentre a sua volta risulta dominato dall’aspetto normativo imposto ai consociati. Si discrimina, in sostanza, rinvenendo una spirale incentrata sull’esclusione dei corpi da parte dei corpi. Sembra ascoltare Eichmann, gerarca nazista, durante il suo processo, quando negò di odiare gli ebrei e riconobbe soltanto “la responsabilità di aver eseguito ordini come qualunque soldato avrebbe dovuto fare durante una guerra”.

Dichiarazione di gelido impatto, bollata da Hannah Arendt come “l’incarnazione dell’assoluta banalità del male”. Si tratta, secondo il parere di chi scrive, di canoni normativi obsoleti, fortemente condizionati da un indottrinamento religioso, che anzitutto impediscono ad una minoranza di trasformare le istanze in diritti spendibili nella quotidianità. Si dimentica che le istanze di autodeterminazione sono valide, indipendentemente dalla quantità di persone da cui provengono.

In questa concentrazione del potere del corpo che sovrasta la volontà del singolo, ecco che mi viene in mente la sommatoria degli individui, della loro fisicità, dei loro corpi espressa dalla figura del Leviatano di Thomas Hobbes, seppur in questo caso con esiti infausti.

Nonostante tutte queste difficoltà vi è una categoria di persone, il transgender, che sul corpo compie un’attività di investimento continuo, non solo morale ma anche fortemente economica, alimentando un’industria che rende palese come una certa parte del potere economico può avere convenienza ad approfondire certe istanze di rivendicazione dei corpi. È una economia politica dei corpi per dirla con Foucault, dove non è solo l’attacco fisico o violento il segno della demarcazione che allontana o impoverisce, ma anche il provvedimento “dolce” che non lambisce la carne, ma affonda in ogni caso giù fino a giungere all’anima[4]. Per dirla con Charles Taylor:

“La mia identità personale dipende in maniera essenziale dai miei rapporti dialogici con l’altro”[5].

Si, è esattamente la prigione del corpo, il Panopticon di Bentham, che sembra assurgere a nuova linfa per un’onnisciente dominazione dei corpi. La ricerca di un corpo non classificato è preziosa per tutti…

In quella definizione di altro si scoprono diverse sfumature: sono rilievi di spessore umano che meritano di essere riconosciuti da una società che deve prendersi carico delle aspettative dei consociati. Le gradazioni diverse rispetto alla originaria visione del maschile e del femminile determinano un caleidoscopio di rapporti che possono innescarsi, ma non si deve cadere nel misconoscimento che relega queste categorie nel limbo della non-vita: quell’equazione di vizio e prostituzione che da sempre rende associabili coloro che transitano soprattutto nel passaggio MtF, diversamente da quello FtM, molto più silenzioso, meno enfatizzato.

Il problema della mancanza di raccordo e della giusta collocazione delle sfumature anzidette si rinviene, inoltre, in quella assoluta perdita di informazione che la società del villaggioglobale, viceversa, dovrebbe ispirare per una vivace multiculturalità. Ecco che quei corpi sono continuamente rinnegati e assunti al rango della devianza e della distorsione dalla visione patriarcale che ancora una volta condiziona le menti spingendo fino ad atti che rasentano l’intolleranza, l’omofobia.

Auspicare una vivacità del corpo significa immaginare una estensione orizzontale dei diritti civili oggi garantiti solo alla grande alleanza dei sessi opposti. In quell’ottica fluidificante ogni corpo potrebbe sentirsi il centro, in modo pieno e condiviso, e godere lo status di cittadino.

Tutti inclusi, nessuno escluso è l’auspicio di una normatività che abolisca la fisicità, superi il concetto o preconcetto per fondersi, definitivamente, su una reale ricerca dell’affermazione della piena individualità di ognuno.

Bibliografia

[1] La società individualizzata, Il Mulino, Bologna 2002 (ed.orig. The Individualized Society, Polity Press, Cambridge 2001).

[2] Ivi, 295.

[3] M. Inghilleri – N. Gasparini, Coito ergo sum. La sessualità come terreno di conferma identitaria maschile in Uomini e corpi. Una riflessione sui rivestimenti della mascolinità, a cura di Elisabetta Ruspini, Franco Angeli, Milano 2009, p.159.

[4] Cfr. M. Foucault, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Einaudi, Torino ult.ed. 2010 (ed.orig. Surveiller et punir. Naissance de la prison, Gallimard, 1976), pp.28-29.

[5] C. Taylor, Il disagio della modernità, Laterza, Roma-Bari 1991, pp.56-57.

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