n. 21 Infanzia e adolescenza tra socialità e solitudineRossella Mangino

Infanzia ed adolescenza, pedagogia e clinica

Infanzia ed adolescenza. Un itinerario pedagogico clinico tra solitudine e sofferenza.

Ci siamo mai posti la domanda cosa provano i bambini e gli adolescenti nel loro vivere, se il loro silenzio o la semplice risposta “tutto bene” indica realmente uno stato di tranquillità e di ben-essere?

Spesso ci affidiamo con forza alla loro abituale risposta “tutto bene” quasi a non voler ascoltare il peggio. In realtà bambini e ragazzi oggi vivono in una “gabbia della solitudine”, molto silenziosa, fatta di isolamento e sofferenza.

La Pedagogia Clinica è una scienza autonoma che trova nelle tecniche, metodologie e strumentari propri la specificità della professione. Essa si pone, con orientamenti e metodologie proprie ed esclusive, come processo di crescita dell’essere umano (dal bambino all’anziano) affinché egli possa affrontare con consapevolezza e coscienza le nuove situazioni che gli si presentano nel diversi periodi dell’esistenza.

Il Pedagogista Clinico® è il professionista della scienza Pedagogia Clinica che, con modalità esclusivamente educative, metodi e tecniche propri, si rivolge alla persona di ogni età al fine di promuovere ed estendere le capacità individuali e sociali, per favorirne il processo di sviluppo. Il suo intervenire dai caratteri opposti all’aspetto correttivo-curativo favorisce la persona nel trovare le risorse adatte per vivere in una maggiore stabilità con un accompagnamento alla crescita e alla facilitazione del benessere [1].

L’adolescenza.

L’adolescenza è il momento della vita che segna il passaggio dalla condizione infantile a quella adulta.

Il comportamento di un adolescente ed il suo modo di fare oscillano tra i tentativi di conquista di un comportamento da adulto, con note di opposizione razionale, con ipervalutazione si sé stesso e regressioni ad atteggiamenti di età precedenti e, poiché si sente minacciato, attua atteggiamenti difensivi, con cambiamenti di carattere e continue risposte negative.

Tutti coloro che vivono con un adolescente devono crescere con lui e modificare alcune cose di sé stesso. Il compito più arduo è dei genitori, che devono rivedere e modificare le abitudini acquisite negli anni precedenti che hanno caratterizzato il loro rapporto con il figlio. Ciò porta a considerare il divario che si crea, a volte assumendo perfino l’espressione di frattura: da una parte, l’istanza del figlio, una varietà dinamica in evoluzione e rinnovatrice, mentre dall’altra quella del genitore, statica, strutturata e conservatrice.

Il gruppo per l’adolescente, nonché la relazione con i coetanei, riveste una grande e duplice funzione di riequilibrio, che offre la possibilità di rispecchiare le proprie problematiche e quindi oggettivarle. Una sua possibile deviazione è la formazione della banda attraverso il quale vengono scaricate l’opposizione e l’aggressività.

L’adolescente si presenta alla società con peculiari caratteristiche che la società stessa ambiguamente sfrutta per i propri fini che però non corrispondono a quelli del ragazzo. La difficile collocazione lavorativa lo rende improduttivo, lo reprime e lo costringe a continuare la scuola come provvisoria sistemazione di assorbimento sociale. Egli si trova in una situazione controversa e di marginalità, è completamente dipendente dal punto di vista economico, ma l’orientamento consumistico della società lo sfrutta, attraverso forti stimoli, facendo leva su una caratteristica della sua età, e cioè la tendenza al conformismo.

Dinanzi a ciò è evidente che l’adolescente non essendo chiamato a progettare il futuro, non esista per lui preoccupazione per il domani, sul quale non può fare alcuna scelta, escluso i suoi miopi obiettivi che lo portano ad orientare la sua vita principalmente al divertimento.

Anche la società è fonte di crisi adolescenziale.

Lo stato di tensione psichica che ne deriva nell’adolescente, infatti, viene scaricato con un’ipervalutazione di sé stesso, con reazioni violente nella scuola e nella società, oppure emotivamente sentendosi minacciato, manifesta atteggiamenti difensivi, cambiamenti del carattere e continue risposte negative.

L’infanzia.

L’infanzia è il periodo che precede l’adolescenza.

Il bambino è colui che fin dalla nascita ha bisogno di cure, sostegno educativo ed emotivo-affettivo, ha necessità di essere accompagnato nelle prime esperienze di vita, affrontare le prime conoscenze, riconoscere ciò che è giusto o sbagliato.

Lo star bene di un bambino ci riconduce alla Teoria dell’Attaccamento. Esso è inteso come il processo riferibile alla progressiva maturazione affettiva e sociale del bambino. Riguarda tutti gli atteggiamenti e le modalità iniziali mediante i quali il bambino piccolo avvia la ricerca di contatto e della sicurezza con un individuo della propria specie.

Il valore educativo, globale ed individuale di questo processo, dello sviluppo sociale che si realizza attraverso la maturazione del corredo biologico e della comparsa di capacità percettive e cognitive sempre più complesse.

Il bambino fin dalla nascita ha un’organizzazione sensoriale e percettiva che gli permette di processare e selezionare attivamente l’informazione sensoriale che gli proviene dall’ambiente. In particolare attraverso la sensibilità cutanea, egli soddisfa il suo bisogno di contatto e di calore, sperimentando un’interazione con chi si prende cura di lui. Si costruisce così il primo legame affettivo.

La percezione visiva gli permette di discriminare schemi visivi e di rivolgere un’attenzione selettiva a quelli schemi con determinate caratteristiche (complessità, luminosità, movimento) come il volto umano.

La percezione uditiva gli consente di dare risposte differenziate a seconda della tonalità, intensità e durata dei suoni e quindi una risposta selettiva ad essi con caratteristiche del linguaggio umano.

L’attaccamento è fondamentale per lo sviluppo del bambino in quanto offre la possibilità di una crescita ed un predisporsi alla realtà che lo circonda, ad un relazionarsi con l’altro in maniera sempre più positiva e costellato da benessere psico-fisico ed emotivo-affettivo[2].

L’uomo ed il suo smarrimento.

Un individuo è unico ed imprevedibile e non è un caso che tenda sempre a volerci distinguere dagli altri ad affermare la nostra personalità, individualità al punto di cadere nell’incomprensione, nella solitudine.

Incomprensione e solitudine che sono espressioni di una mancanza di significativi rapporti interpersonali, di incapacità a stabilire o mantenere rapporti positivi con gli altri. Purtroppo questo è ciò che impedisce a molti di vivere la propria vera identità.

L’uomo nasce già sociale ed il non potersi realizzare come tale lo emargina dalla vita di relazione, lo pone in una non-vita. Vengono meno in lui le capacità di sviluppare adeguatamente le risorse autoreferenziali ed essere interagente con i propri simili. Il vuoto emotivo, l’apatia, le difficoltà ad organizzare in modo ordinato e finalistico i propri pensieri sono i fattori che lo spingono verso una progressiva perdita del senso della realtà. Cerca rimedi farmacologici, strutture sociali, ambiti sportivi di vario genere che danno però solo risposte parziali perché pongono attenzione esclusivamente a quel determinato lato sofferente della persona. Questo non è altro che un modo per tamponare, momentaneamente, un bisogno. Si blocca per un limitato tempo un effetto negativo, disturbante della vita, ma non si affronta realmente la causa con le varie concause, non si guarda all’uomo nella sua totalità.

La società dinanzi a ciò come dovrebbe reagire?

La società per donare benessere all’uomo, che sia adulto, bambino o adolescente, non deve essere più limite ma luogo dove realizzare sé stesso, dove relazionarsi con gli altri portando a compimento un fondamentale cardine dell’essere umano: il socializzare, scoprire l’alter ego per essere in armonia con la propria natura. In questo modo l’unicità diventa personalità che ognuno forma immergendosi nella realtà dove le sue disposizioni, funzioni affettive e cognitive si sono combinate nel tempo per l’influenza esercitata da fattori genetici e sociali. In questo modo si crea una struttura stabile, accolta come propria, interagente con l’ambiente, in grado di manifestare i propri scopi ed auto-regolarizzare il proprio comportamento.

L’altro, quindi, non più come limite ma strumento per un processo di interiorizzazione, di riflessione; diventa stimolo per trovare altre energie, altre risorse creative ed operative, ad affrontare oggettivi impedimenti. Così si entra veramente nella società e si è collaboratori con gli altri, costruttori di una realtà in cui ognuno è attore e non più spettatore triste e sottomesso. Le personali attitudini, le qualità intellettive si affinano, si creano rapporti di interscambio, di intesa su un piano paritario perché ognuno è membro della società che fiorisce e vive per la cooperazione dei suoi componenti.

Sarebbe una società che non si identifica con un popolo, con una nazione, ma indica l’umanità.

Siamo tutti a formare la società universale. Si crea un rapporto di interscambio, un’interdipendenza che annulla le distanze sia fisiche che di pensiero: l’individuo è in rapporto con tutti.

Positivo tutto questo se non determinasse in molti casi la perdita dell’identità.

Purtroppo si tende ad uniformarsi nello stesso istante in cui si afferma la propria diversità, la propria singolarità. È proprio un bisogno l’entrare a far parte di un gruppo, pur volendo il rispetto della propria vita privata.

Non è questo il modo di sviluppare armonicamente la nostra identità.

L’unicità, l’individualità vengono bandite dalla nostra esistenza e ci ritroviamo ad essere pedine nelle mani degli altri. Ecco il dovere di prendere coscienza di ciò e guardarci dentro per capire chi siamo e ritrovare quel qualcosa che ci distingue dagli altri per scelte personali e motivate, per ideali che sono alla base e la meta del nostro vivere, per un tendere verso l’altro in un’interazione arricchente e formante.

Mettere in luce le varie problematiche che conducono allo smarrimento, alla solitudine deve diventare priorità di molti professionisti capaci di aiutare a conoscere e capire meglio le problematiche sociali, economiche, di identità e relazionali che si vivono nei nostri tempi. Queste figure, evidenziando quella del Pedagogista Clinico®, devono essere di aiuto alla società per quel loro modo di accogliere, scoprire e rivalutare l’unicità dell’essere umano e la sua capacità di interscambio e collaborazione con gli altri per un benessere suo e della società umana.

Vivere in solitudine.

È importante approfondire il concetto di isolamento e solitudine.

Uno dei periodi più a rischio di solitudine è l’adolescenza. È un’età molto complessa, fatta di cambiamenti a livello fisico e psichico. È una delicata fase di passaggio da un mondo fatto di giochi ed illusioni, ad uno caratterizzato da responsabilità e frequenti delusioni. In questa crescita la creazione di un’identità forte e sicura gioca un ruolo fondamentale. I giovani di oggi apparentemente sembrano avere tutto, ma in realtà manca loro qualcosa, un’identità sicura, in un mondo pieno di input, un mondo veloce ed esigente che viene sollecitato continuamente dai mass media, dalla tecnologia, da modelli che mutano incessantemente e che confondono.[3]

Essere adolescenti oggi è reso ancora più difficile dal fatto che la società e la stessa famiglia non sempre costituiscono punti saldi di riferimento. Da una parte, infatti, la società è esposta a continui mutamenti che coinvolgono vari livelli, politico, economico, culturale, valoriale; dall’altra parte la famiglia ha ormai una struttura fragile che le rende difficoltoso il ruolo guida. A questa fragilità fatta di separazioni, divorzi, assenze, mancanze di tempo e di dialogo, si cerca di sopperire magari con un indumento alla moda, un motorino o l’ultimo modello di cellulare, l’oggetto cioè diviene il surrogato dell’affettività genitoriale.

Così, quando la solitudine si trasforma in vera patologia, l’adolescente, e non solo, può cercare rifugio in varie forme di dipendenza: farmaci, fumo, droga, cibo, alcool, internet ecc. Il dipendere da qualcosa è un modo, un’inutile soluzione per sfuggire al dolore che si prova a sentirsi soli.

È importante citare, brevemente, un altro periodo dell’esistenza di un uomo a forte rischio di solitudine: la vecchiaia. Non è la sede per trattare la condizione dell’anziano, ma è opportuno riportarla in quanto sia l’anziano che l’adolescente sono accomunati dalla stessa fragilità: la solitudine e la sofferenza.

Gli anziani con i loro bisogni impegnano risorse, costituiscono un onere economico, sociale e sanitario di difficile gestione. Il modo stesso in cui è strutturata ed organizzata la nostra società certo contribuisce a farli sentire più soli, dato che chi non è parte del sistema produttivo perde il suo valore e la sua utilità.

Fra i due estremi, l’adolescenza e la vecchiaia, ci sono tante altre solitudini, e molte hanno origine all’interno della famiglia.

Una famiglia in cui le unioni appaiono sempre più precarie e dove gli spazi per il dialogo e la comunicazione sono sempre più ristretti. Le difficoltà di conciliare tempi di vita e di lavoro è sicuramente una delle cause che sottraggono alla famiglia l’attenzione e la cura necessarie per la sua stessa sopravvivenza. La mancanza di tempo, le preoccupazioni, tolgono spesso quelle energie che dovrebbero essere destinate a rafforzare il nucleo familiare per impedire che alla fine ci si ritrovi estranei e soli al suo interno.

La solitudine non ha età e non ha condizione sociale: a prescindere dalla nostra personalità si può insinuare in ognuno di noi e se a volte può arricchire altre può tormentare.

La diffusione ed il radicamento sociale del problema della solitudine è un fenomeno poco approfondito e conosciuto. Sembra quasi che il fatto stesso di non affrontarlo legittimi il non riconoscimento della sua esistenza. La solitudine viene elusa, forse prevenuta, aggirata, ma difficilmente affrontata e superata.

La solitudine “generazionale” impedisce di dare valore e quindi di svolgere il proprio ruolo sociale nelle varie fasi della propria vita: da figlio, da coniuge, da genitore, da nonno. Per reagire occorre un lungo lavoro culturale che ponga al centro della società la persona umana e che promuova una costruzione del proprio essere, anche attraverso la scoperta del senso della storia, della tradizione, della continuità ed il recupero del rispetto per i valori che contano.

Il fenomeno della solitudine potrebbe essere frutto di una carenza di ascolto e di dialogo con le nostre componenti affettive. Se provassimo a pensare ai bambini, al mondo dell’infanzia e a tutti coloro che vi lavorano (insegnanti, educatori, pedagogisti) ci renderemmo conto che dovremmo iniziare da loro e cambiare per loro. Quando abbiamo a che fare con i bambini, la cosa più essenziale che abbiamo da offrirgli è semplicemente “chi siamo e ciò che siamo”. Se fosse vero che per imparare bisogna essere liberi, per educare bisogna esserlo altrettanto [4].

L’unica cosa di valore che possiamo dare ai bambini è ciò che siamo, non ciò che abbiamo.

Diamo ai bambini la possibilità di essere, di essere se stessi e di trovare la gioia anche nel bisogno. Non diamo loro le nostre difficoltà. Lasciamo che scoprano le loro e che le superino. L’amore, la paura, la responsabilità si apprendano, l’impegno, l’odio, la premura, si imparano la bontà e la gentilezza d’animo si acquisiscano, ma per far questo è necessario essere dei modelli di riferimento, solo così potrà essere disponibile ad aprirsi ai sentimenti altri e parteciparli.

È importante sviluppare e potenziare le abilità empatiche, le quali permettono ai bambini di identificare e diversificare le emozioni altrui, rispettandole, comprendendole e rispondendo ad esse con modalità adeguate, percependo l’altro nella sua globalità. È importante ascoltare i bambini ed è importante educarli all’ascolto, e l’educazione è data dall’esempio.

In principio è ascolto. La parola viene dopo. Non c’è nessun “io parlo” se non è preceduto da un “io ascolto”. L’ascolto è un sistema circolare: ascoltarsi, ascoltare ed essere ascoltati. Quindi il primo passo è diventare bravi ascoltatori di sé stessi: delle proprie emozioni, paure, limiti, delle fragilità, delle potenzialità.

Il bisogno di essere ascoltati, il ricevere conferme dalla nostra identità, di sentirci sostenuti nei momenti di debolezza e di essere curati delle ferite che la vita ci riserva non è l’eco della nostra relazione inziale con la madre che ci accudiva, ma è un bisogno che riaffiora in modo più o meno intenso lungo tutto l’arco della nostra vita.

Il ruolo delle parole è essenziale nell’ascoltare. Esse hanno un enorme potere: possono unire, dividere, ferire, accogliere o rifiutare, possono aprire un incontro o provocare una separazione, sono segno di grande amore ma anche di grande odio, hanno il potere di curare o di generare sofferenza.

Bisogna imparare anche ad ascoltare il silenzio.

Ci sono silenzi significativi e parole senza senso ed è la voce, la voce dell’anima che si fa suono. Un suono che tradisce i segreti del mondo interiore che è possibile capire proprio facendo attenzione alla sonorità, alla tonalità o meglio alla musicalità della sua voce.

È chiaro che l’udire e l’ascoltare non sono la stessa cosa. L’udire è un atto fisico. Ascoltare è un atto intellettuale, ma soprattutto emotivo.

Per educare i bambini dobbiamo imparare a parlare con loro. Bisogna cercare di entrare nel piccolo mondo e smetterla di parlarli del nostro. Ascoltiamoli, così come dobbiamo ascoltare gli adolescenti. Invitiamoli a dirci cosa vedono e sentono perché questo ci sorprenderà e ci rimetterà in contatto con la meraviglia che era in noi e che abbiamo dimenticato.

Il bambino e l’adolescente, sono entità diverse ed autonome, con diverse esigenze, capacità di apprendere e di amare. La felicità alberga in loro e proprio lì troveremo le risposte. Ci sono momenti in cui possono avvertire la necessità di essere guidati o stimolati, sostenuti o accompagnati, giusto il tempo che li consenta di ritrovare l’equilibrio e proseguire lungo la loro strada.

La sofferenza della solitudine.

“Mi hanno lascato solo”.

Questa è la frase che spesso viene detta ad un professionista nel suo studio o ad un genitore, da un bambino o un ragazzo quando trova il coraggio di chiedere aiuto. Rappresenta la sofferenza di un essere sociale, condizionato da comportamenti etici collaborativi, che non può far a meno degli altri, e che si scopre evitato, eluso ed isolato, non per timidezza ed apatia, ma per vicende dovute all’allontanamento da parte dei coetanei e che lo portano a risiedere nel dolore per l’esclusione.

Barriere all’aggregazione che fanno inondare nella solitudine e nella sofferenza, creano immagini di sé, di una condizione umana che, se non trova un valido aiuto, rischia di allontanarsi sempre più dalla fonte originaria interiore e di tradursi in una disconnessione dall’appartenenza collettiva.

Gli adolescenti ed i bambini sono soggetti, in cui la solitudine li porta a reazioni più disparate e a volte più paradossali. L’individuo, afflitto da grida di intimo dolore o da silenzio catastrofico per le situazioni che non riesce a gestire, per non sentirsi solo, contrappone alla solitudine un mondo disseminato di immagini e di azioni incontrollate; compromesso dall’inondazione del bisogno, crea elaborati immaginativo fantasmatici, costruzioni mentali sostenute da eventi implacabili e confusi per trepidare dei silenzi.

Il soggetto lasciato solo, chiuso nella solitudine, soffocato da uno dei più subdoli dei reati qual è la violenza morale diretta alla degradazione nei rapporti interpersonali, non fa cronaca nei quotidiani, né richiama l’attenzione della politica.

Escluso dal gruppo, personalmente e socialmente indifeso, emarginato nella solitudine, egli è ad alto rischio di deviazioni comportamentali. A causa della degradazione della sua posizione sociale i suoi processi elaborativi trovano spazio nei meccanismi della reazione compensatoria, in reazioni con cui tenta di superare le difficoltà, erige diffidenza, apprensione, prepotenza ed azioni di dominio con la forza.

Il solitario, soggetto reso solo, isolato dagli altri, è a rischio di deviazione della norma sociale, la comunità è in obbligo di sostenere quell’azione educativa adatta a vincere tante deviazioni dalle norme sociali e le loro conseguenze.

Si riconosce all’intera società e non solo ai microcosmi che la compongono, come la scuola e la famiglia, dove tuttavia la cromaticità educativa deve prevalere, la responsabilità di ogni soggetto educante, capace di creare atmosfere di collaborazione, di intesa e di scambio.

Nell’intervenire a favore del “solitario” si ha la consapevolezza che le manifestazioni comportamentali trovano radice nell’ambiente e nell’educazione. Infatti secondo L. S. Vygotskij “Moral Insanity” è l’espressione più idonea e sostenuta per comprendere il soggetto il cui comportamento presenti una deviazione dalla norma sociale, con la consapevolezza che le cause di tali disturbi vengano cercate nelle condizioni nelle quali egli è cresciuto e si è sviluppato, nell’ambiente e nell’educazione[5].

In altre parole ciò che era considerato un deficit organico o una malattia, viene ad essere studiato da Vygotskij come un fenomeno sociogenetico e psicogenetico, riconoscendo come causa l’individuo il quale non è stato educato a riconoscere quel valore né dall’ambiente circostante, né da se stesso.

Il problema della Moral Insanity, del resto nasce dall’ambiente in cui il soggetto ha assunto un proprio modo di agire, elaborato per difendersi in risposta alle difficoltà incontrate, e che possono essere divenute ancor più pesanti se fatto oggetto di emarginazione. Ciò che non può sfuggire è che tutto ciò che concorre alla formazione dell’individuo si basa sull’esempio apportato dagli altri, sulle suggestioni che riceve ed accoglie.

L’individuo, quindi, è un essere imitativo che raccoglie, riceve ed assorbe modi di fare e di vivere, ed agisce in conformità delle impressioni che fa proprie.

La gabbia invisibile.

Perché l’espressione “gabbia invisibile”?

Comprendere la difficoltà che spesso si ha nel riconoscere i disagi che sono racchiusi all’interno dell’essere bambino, la difficoltà a capire i messaggi che escono dalla gabbia, che rimane invisibile a noi adulti ed al bambino.

Il problema della solitudine nel bambino è stato oggetto di numerosi studi, anche se spesso si è dato una connotazione negativa poiché si è privilegiato nella concezione della crescita individuale il ruolo della socializzazione e dell’interazione ambientale. L’immagine di un bambino che tende ad isolarsi dal gruppo suscita spesso preoccupazione negli adulti e nei familiari, perché appare in contrasto con la rappresentazione dell’infanzia come età spensierata ed aperta al sociale.

L’isolamento del bambino in età scolare o nell’adolescente da parte di un gruppo o di un contesto come quello familiare o scolastico legato a motivi di non accettazione. In questi casi vi è un’incidenza su percorsi di crescita, associata ad un senso di incapacità e di fallimento. La solitudine viene intesa come un rischio di percorso.

Alcune ricerche hanno approfondito lo studio della solitudine, attribuendole caratteristiche e tipologie:

  • la solitudine come rischio: in questo caso è intesa come ritiro sociale può riflettere la presenza di una patologia. Si distinguono tre tipi di ritiro sociale che il bambino può manifestare: una forma è definita “attiva” ed è caratterizzata da una bassa interazione con i compagni, associata a comportamenti chiassosi e turbolenti, da giochi immaturi ed in qualche caso da giochi rumorosi di drammatizzazione eseguiti in disparte dai compagni. Questa forma di ritiro riflette immaturità cognitiva e sociale ed appare poco gradita ai compagni, anche perché spesso si associa a comportamenti di aggressività. Un’altra forma di ritiro sociale è definita “passiva” ed una situazione soggettiva in cui il bambino pur non disdegnando l’interazione con i compagni o con il contesto familiare, preferisce il gioco solitario costruttivo come leggere un libro, la ricomposizione di un puzzle, gioco delle costruzioni. Questa forma è quella che permette una crescita ed è esente da tendenze patologiche anche perché si interfaccia in maniera alternativa con il gioco collettivo ed in cui non viene rifiutato dai compagni. Terza ed ultima forma è detta “reticente” ed è connessa ad inibizione, timidezza ed è caratterizzata dal tipico atteggiamento dello “spettatore”[6].

Ulteriori ricerche ed approfondimenti hanno dimostrato che il ritiro sociale presenti una stabilità nel tempo che dall’infanzia porta all’adolescenza. Soggetti caratterizzati da ritiro sociale mostrano, soprattutto nell’età scolare, problemi di varia natura ed entità, quali l’ansia, sentimento di solitudine, rifiuto sociale ed aggressività, definibili in ambito clinico come sintomi di interiorizzazione e di esteriorizzazione.

  • La solitudine come risorsa: non è detto che la solitudine debba essere associata a criticità. Studi condotti da Winnicot e Buchholz, hanno evidenziato come il concetto di solitudine si realizza sin dai primi momenti della vita, quando il neonato passa dalla “cosa” espressione del suo mondo, alla “non cosa”, il mondo esterno a cui non è abituato ed in cui può avvenire la separazione dalla madre. La capacità di rimanere soli in presenza della mamma presuppone che il neonato abbia introiettato e metabolizzato la madre e questo processo necessita dell’attiva collaborazione di questa che lungi dal creare separazione attiva un processo diadico, importantissimo per la maturazione psico-fisica del bambino. Quando questa introiezione è avvenuta in maniera congrua si realizza una relazione di fiducia con la madre, che consente di porsi nei confronti quest’ultima in una condizione di separatezza, di accettazione cioè sul piano affettivo e mentale, della reciproca separazione[7].

Il gioco solitario del bambino allora può essere visto come l’espressione del bisogno di stare soli e di distanziarsi dagli altri, istanza fondamentale sul piano evolutivo di attaccamento. Il gioco individuale, pertanto, già dalle prime fasi evolutive svolge molteplici funzioni: attraverso l’esplorazione di un oggetto o del proprio corpo, caratteristiche del primo anno di vita, il bambino acquisisce la consapevolezza della distinzione tra sé e gli altri, fondamentale per la costruzione dell’identità individuale.

Una solitudine positiva e costruttiva che caratterizza la crescita, l’autonomia e la definizione del sé da parte del bambino è quella rappresentata da oscillazioni in cui il voler star solo si alterna con interazioni con gli altri nel gioco, nella scuola, in famiglia.

Una non fisiologica solitudine può manifestare attraverso la difficoltà ad entrare in contesti da cui si è allontanati o rifiutati e che realizzano stati di aggressività o chiusura al limite della depressione o chiari segni di disadattamento sociale. È opportuno inoltre porre attenzione a quelle forme di solitudine non manifesta che si collega alle dipendenze delle varie forme che il web può offrire.

I contesti della solitudine.

Solitudine: esclusione da ogni rapporto di presenza o vicinanza altrui desiderato o ricercato come motivo di pace o di raccolta intimità, oppure sofferto in conseguenza di una totale mancanza d’affetti, sostegno e di conforto.

Quando e dove si “nasconde” la condizione di solitudine?

Secondo le Indicazioni Nazionali del 2014: “lo studente è posto al centro dell’azione educativa in tutti i suoi aspetti: cognitivi, affettivi, relazionali, corporei, etici, spirituali, religiosi”. Le finalità della scuola: apprendimento e “il saper stare al mondo”. Siamo in una società caratterizzata da molteplici cambiamenti e discontinuità. Uno scenario ambivalente in cui si moltiplicano sia i rischi che le opportunità. Gli ambienti in cui la scuola è immersa sono più ricchi di stimoli culturali, ma anche più contradditori. L’apprendimento scolastico è solo una delle tante esperienze di formazione. Le funzioni educative sono meno definite (famiglia, scuola, extrascuola), sono mutate le forme di socialità spontanea, dello stare insieme e crescere tra i bambini e ragazzi.

I giovani e la famiglia: entrambi i genitori lavorano, i lavori possono essere precari e le condizioni economiche instabili. Televisori e computer svolgono un ruolo “assistenziale” e di compagnia; poco tempo per parlare (intesa come comunicazione regolativa ed organizzativa); i giovani si confinano con i pari; i genitori hanno perso l’autorevolezza e non sono in grado di esercitare il loro ruolo; i genitori non riescono a trasmettere un mondo valoriale forte.

I giovani e la tecnologia: la rete è un ambiente comunicativo, formativo ed informativo. È il luogo di partecipazione e condivisione; crea nuovi territori e nuove forme di comunicazioni; contribuisce a ridefinire un modo di stimolare l’intelligenza e di costruire la conoscenza e la relazione.

Manifestazioni da tre a otto anni: bambini ed alunni non autonomi nelle condotte giornaliere, linguaggio poco sviluppato, non capaci di raccontare e raccontarsi, difficoltà a giocare con gli altri, atteggiamenti aggressivi per minime frustrazioni.

Manifestazioni da nove a quattordici anni: massificazione dei comportamenti come la paura do non essere accettato gruppo; ricerca dell’identità del branco; difficoltà di comunicazione con gli adulti di riferimento; mancanza di valori; difficoltà ad esprimere i propri stati d’animo, difficoltà ad affrontare la frustrazione dell’esperienza scolastica; comportamento passivo nei confronti degli stimoli.

La scuola: mancano operatori qualificati, non solo per competenze disciplinari, ma per la formazione del personale; deve recuperare e valorizzare la sfera educativa, relazionale ed empatica del processo di apprendimento-insegnamento; superare il concetto di socializzazione orizzontale tra pari (alunno-alunno) e valorizzare la relazione tra tutti gli attori; superare la visione docentecentrica a favore di una alunno centrica.

L’educazione all’affettività: deve essere intesa come processo di apprendimento che porta alla gestione delle proprie emozioni, avendo come finalità il facilitare il potenziamento delle emozioni positive, porre il bambino ed il ragazzo nella condizione di essere in grado di ridurre l’insorgenza di stati d’animo ritenuti negativi [8].

Il senso di colpa e la solitudine nello sfaldamento della famiglia.

Secondo un’analisi della società moderna purtroppo emerge un allarmante incremento delle così dette crisi familiari. Separazioni e divorzi sono un fenomeno che riguarda ogni anno decine di migliaia di persone. È indubbio però che, anche solo lo stato della separazione vada ad incidere su elementi fondamentali della famiglia, ossia la convivenza che viene meno e pertanto vi è il verificarsi di ciò che è considerato lo sfaldamento familiare, e soprattutto ciò andrà a coinvolgere in modo incisivo la sorte dei figli che fanno parte del nucleo familiare.

Proprio perché il numero delle separazioni nel nostro Paese è in continua crescita, ciò che si verifica è che la legittima decisione dei genitori di interrompere una relazione affettiva, si scontra inevitabilmente con le difficoltà dei figli nell’affrontare il cambiamento. Il bambino infatti assiste impotente allo sfaldamento della famiglia nella quale è cresciuto, ritrovandosi improvvisamente con due nuove famiglie formate da genitori che, a loro volta, devono superare nuove difficoltà, preoccupandosi ciascuno del proprio benessere e, insieme, della serenità del proprio figlio. È per tali ragioni che sarebbe auspicabile per i genitori un sostegno mediante l’intervento di professionisti specializzati e competenti nella gestione di tali scompensi emotivi e psicologici, non solo a tutela dei minori, ma soprattutto per guidare i coniugi in questo nuovo status di genitori separati[9].

Disabilità e solitudine.

Per disabilità si intende la condizione personale che rende meno autonomo un soggetto nello svolgere le attività quotidiane e spesso in svantaggio a partecipare alla vita sociale[10].

Chiunque nel momento che scopre la sua disabilità, inizia a girovagare per trovare chi possa sentire la sua voce, la sua solitudine. La famiglia altrettanto inizia un percorso, spesso accompagnato dal senso di colpa, per un evento improvviso che ha stravolto la vita, come la nascita di un figlio con una specifica difficoltà.

Come si sente un bambino, molte volte non lo possiamo sapere. Non sempre riesce a comunicarlo. Vivere nella solitudine della diversa abilità è vivere una condizione nuova dell’io, un io diverso dall’altro, perché inevitabilmente tutta l’esperienza formativa di ciascun essere umano è costantemente attraversata e costellata da continue presenze dell’altro. Pertanto entrare in relazione con l’altro innegabilmente vuol dire entrare in contatto con un’altra identità, cioè con qualcuno che è “diverso” da me. È attraverso questo gesto che oltre a sviluppare maggiore coscienza dell’identità, si può diventare più ricchi, dell’alterità riconosciuta, ma quando l’altro non ti vede perché sei diverso ecco che la solitudine domina su tutto. Quando l’altro non sa cosa fare e come comportarsi perché sei diverso ecco che la solitudine domina su tutto.

Per uscire dall’isolamento della diversa abilità bisogna accettarsi e capire che si possa ricominciare una nuova vita; come famiglia bisogna rendersi conto che non ci sono colpe ma situazioni nuove da vivere in maniera diversa. Dunque tutti hanno diritto di essere aiutati, nel rispetto del diritto di uguaglianza, per vivere in un ambiente accogliente vero e non artificiale perché non adatto alla disabilità. Per evitare l’emarginazione, per abbattere le distorsioni ed i pregiudizi nei confronti di coloro che hanno bisogno di aiuto, per uscire dalla solitudine della diversa abilità, è vivere esperienza che valorizzano e armonizzano la persona nel suo essere.

La “solitudine dei numeri uno”.

Cos’ è la “solitudine dei numeri uno”?

Essa deriva dai sentimenti di inferiorità derivati da una scarsa valutazione di sé, capace di compromettere la stabilità personale e l’adattamento caratteriologico.

Un bambino o un ragazzo insicuro è figlio di genitori che riversano su di lui le aspettative ed i bisogni che hanno nella loro mente, l’idea di un figlio perfetto a cui sono disposti a dare tutto ma da cui esigono altrettanto.

Nella “sindrome del piccolo campione” un figlio deve riuscire in ogni ambito della vita, tanto da non essere ammessi errori o fallimenti. L’unico obiettivo è quello di raggiungere il successo, poggiando sulle spalle dei figli un peso ingestibile: quello dell’inaccettabilità del fallimento. Ne consegue lo sviluppo di una personalità narcisistica che è spesso da ricondurre alla mancanza di cure da parte dei genitori anaffettivi nei confronti dei figli, i quali, per difendersi da questa situazione, sviluppano una percezione grandiosa di sé. Non è un caso che spesso, queste persone, immaginano di avere un talento speciale o che venga riservato loro un futuro esclusivo o di essere superiori agli altri, per attutire un mondo familiare anaffettivo.

Da ciò ne conseguono casi di auto-emarginazione ed auto-esclusione che si accompagnano per l’intera esistenza. Ecco la solitudine. La solitudine di chi ad ogni costo debba fare i conti con un numero, il numero uno. Una solitudine che non è sentirsi parte del mondo È vincere, sì, perdendo la sfida più importante: quella con se stessi. Solitudine che deriva da una grande sproporzione tra aspettative e quotidianità, ed a salire sul podio, è l’incomunicabilità in un deserto di relazioni superficiali.

Il mondo si è ristretto emotivamente, e sullo sfondo appaiono sempre più adulti egoisti e lontani dalle giovani generazioni. Adulti che sognano i loro disideri, che disegnano il loro futuro, che incoraggiano fantasie di grandezza, arrogandosi il diritto di decidere al loro posto.

Questa è la solitudine silenziosa che vivono bambini e ragazzi.

Il Pedagogista Clinico® e la solitudine di bambini ed adolescenti.

Fino ad ora sono state descritte le situazioni in cui può emergere la solitudine e cosa può scaturire nel bambino e nell’adolescente. Ma ci siamo mai chiesti cosa può provocare la solitudine in particolare in un adolescente? Spesso il Pedagogista Clinico® ed altri professionisti devono far i conti con realtà molto difficili.

Adolescenza deriva dal latino “adolescere” che significa “crescere, rafforzarsi”. In realtà è un periodo di enorme instabilità emotiva e comportamentale, caratterizzato da grande fragilità all’interno del quale l’adolescente si trova solo ad affrontare la vita con sensazioni di essere incompreso e incapace di comunicare. Ciò lo porta ad uno stato di solitudine[11].

Il ragazzo fatica a riconoscersi: pensa nuovi pensieri, sperimenta forti emozioni fino ad allora sconosciute, si guarda allo specchio e si trova diverso. In questo periodo della vita è presente la sensazione di non essere compreso ed approvato dagli altri, ha una sensibilità al rifiuto, soprattutto quello affettivo. Le attività sociali sono compromesse tende a rinchiudersi in uno stato di solitudine e chiusura verso gli altri.

I cambiamenti che si sviluppano nel corso dell’adolescenza non sono facilmente comprensibili dai genitori. Le reazioni dei genitori possono essere contrassegnate da ambivalenze, tra la gioia dell’accettazione della crescita del figlio e sentimenti di ansia sulle conseguenze della ricerca di autonomia. In questa delicata fase della vita di ognuno si crea una decisa difficoltà nel relazionarsi efficacemente. L’adolescente comincia a costruire la propria capacità di essere indipendente e per fare ciò può adottare comportamenti ed atteggiamenti di contrasto al tentativo dei genitori di controllo. Il genitore si trova, così, in una condizione difficile poiché vorrebbe cercare di risolvere questo disagio che sostanzialmente è comunicativo, ma spesso non riesce a farlo.

Il Pedagogista Clinico® si rivolge alla persona che vive con disagio i cambiamenti che deve affrontare nel corso della sua vita, infatti per migliorare la sfera relazionale nei ragazzi, sarebbe necessario mettere in atto attività che siano occasioni di scambio e che incrementino il gusto di conoscere e di conoscersi e la condivisione in un clima sereno e rispettoso dei ritmi di ciascuno.

Secondo Piaget, esponendo la sua teoria dello sviluppo cognitivo del soggetto, colloca nell’adolescente il comportamento del pensiero operatorio formale, durante il quale esso prende forma. Egli afferma che dopo gli undici o dodici anni il pensiero operatorio formale diviene possibile e le operazioni logiche cominciano ad essere trasposte dal piano della manipolazione concreta al piano delle idee pure espresse in un qualsiasi linguaggio, ma senza l’appoggio della percezione, dell’esperienza o persino della convinzione. Il pensiero ipotetico-deduttivo, in grado cioè di trarre conclusioni da pure ipotesi e non soltanto da un’osservazione concreta. L’adolescente, quindi, diviene, grazie a questo processo abile nell’utilizzo del pensiero critico, che gli permetterà di trovare piacere nella discussione, di adottare la prospettiva altrui, di rappresentare la realtà entro categorie proprie, di esprimere e far valere una propria opinione, di apportare giudizi ed impressioni personali[12].

Bandura ci aiuta a comprendere l’adolescente dal punto di vista dello sviluppo morale: con lo sviluppo del ragionamento morale ed il potenziamento dei meccanismi di controllo interni, il soggetto apprende la capacità di agire in maniera moralmente accettabile. Questo comportamento è guidato dalla nuova capacità di auto-regolazione dell’adolescente che tiene conto delle sanzioni interne, sanzioni sociali e dei vantaggi e/o bisogni personali.

Le neuroscienze rintracciano che durante l’adolescenza il cervello si trova in balia di una sorta di iperattività della componente emotiva che stimola una continua ricerca di forti emozioni tenendo sotto scacco le decisioni e le motivazioni che portano ad agire. La disparità funzionale tra parte emotiva e quella cognitiva non fa altro che stimolare ulteriormente la ricerca di eccitazione e del piacere.

Stando a questi contributi si evince quanto l’adolescenza sia, a tutti gli effetti, un periodo particolarmente delicato, periodo durante il quale il soggetto si trova a dover abbandonare l’infanzia, fatta di coccole, giochi, carezze, sicurezze, per entrare in un mondo che richiede responsabilità, presenza, autonomia, capacità gestionale individuale. Una fase non solo caratterizzato da cambiamenti fisici, ma anche contraddistinto da una serie di modificazioni connesse ai rapporti sociali, alle dinamiche familiari, alle trasformazioni mentali, all’identità sessuale, alla definizione di un sé, all’attribuzione di valori nuovi, all’avvio di relazioni sentimentali e sessuali. Si assiste ad un processo di maturazione globale che porterà quel bambino ad essere un adulto, in grado di fare scelte, prendere decisioni, processare informazioni in modo adeguato, analizzare contenuti e sviluppare forte capacità critica.

L’adolescenza è vista dagli adulti di riferimento come un periodo fortemente allarmante. Questa visione spesso è associata all’inadeguatezza dell’adulto di riuscire a gestire una relazione che chiede di essere rinnovata e ridefinita, dove ciascun ruolo si dovrebbe rimodellare in partecipazione con l’altro per far fronte alle nuove esigenze del ragazzo-adolescente. Egli necessita del continuo supporto dell’adulto che piuttosto che negarlo, ammonirlo, criticarlo, privarlo della sua naturale indole, riesca a supportarlo, ad aiutarlo non con risposte predefinite, ma con reale disponibilità a intraprendere un cammino, facendogli sentire che quel passaggio è necessario per divenire un adulto capace e consapevole.

Questo dunque il ruolo dell’adulto nel delicato compito di affiancare un adolescente: sostenere il cambiamento passando attraverso una relazione dove ciascuno possa sentirsi rinforzato dall’altro.

Io ragazzo che mi devo orientare, io adulto che nell’aiutarti necessito di nuove modalità educative. Obbligo è rinnovarsi: un conoscersi nuovamente a vicenda per intraprendere insieme questa sfida.

La solitudine e la sofferenza: ambiti di rischio per bambini ed adolescenti.

È stato descritto come può emergere e cosa può generare la sofferenza nel bambini e negli adolescenti.

Ma un bambino ed un adolescente lasciati soli, nella loro solitudine e sofferenza cosa sono capaci di fare? Fino a che punto possono spingersi per poter alleviare tanto dolore? In realtà gli ambiti sono tanti, e purtroppo continuano ad aumentare. Ma quali sono?

Qualità della vita. La condizione ed il benessere dell’infanzia e dell’adolescenza.

Le condizioni di vita di bambini ed adolescenti e la loro percezione della qualità della vita, è un quadro assai preoccupante.

Sappiamo che l’Italia può essere definita un Paese a demografia debole, in cui bambini ed adolescenti sono per lo più spettatori, se non proprio vittime, di tale debolezza. I conclamati squilibri tra generazioni certificano la rarefazione e la perdita di peso demografico dei più giovani cittadini del Paese, che implicano di per sé no trascurabili rischi sulla capacità di tenuta e di crescita del sistema Paese, sull’equità del sistema welfare, sulle opportunità di sviluppo e di crescita armoniosa di bambini ed adolescenti in un contesto di vita marcatamente adulto, in cui ci si cresce e ci si confronta sempre meno con i pari[13].

Molti bambini ed adolescenti vivono in famiglie che hanno attraversato grandi trasformazioni. In particolare le famiglie mono-genitoriali e le famiglie numerose, il quale rappresentano i mutamenti morfologici della famiglia italiana andando ad incidere nei minori un riposizionamento per la ricerca di nuovi equilibri, della qualità ed i legami che intrattengono con i propri familiari e rendendo più complesso il livello di comunicazione figli-genitori.

Sempre in ambito delle relazioni familiari risulta interessante valutare alcuni spetti dell’impatto di separazioni e divorzi sulla vita di bambini ed adolescenti. La crescita vertiginosa dei fenomeni di separazione testimonia della sempre maggiore instabilità delle unioni matrimoniali, ha una forte ripercussione in termini di coinvolgimento di figli minorenni. Infatti se si considera l’aumento della diffusione del fenomeno è facile intuire l’importanza che riveste il tema del mutamento delle relazioni e dei legami familiari con questi bambini.

Altre situazioni familiari risultano caratterizzate, diversamente, da relazioni e rapporti apparentemente disfunzionali, che implicano misure di allontanamento e di protezione del bambino dal nucleo familiare di origine. Nel dettaglio si tratta di provvedimenti urgenti a protezione del minore e gli interventi di allontanamento del minore dalla residenza familiare, da un lato, e la limitazione e la decadenza della potestà genitoriale dall’altra. La permanenza dei minori nelle Case Famiglia, rappresenta un duro colpo per ciascuno di loro che inciderà notevolmente sulla condizione psicologica, comportamentale ed emotiva-affettiva[14].

Bambini ed adolescenti subiscono anche una notevole deprivazione materiale e culturale, molti di loro infatti vivono uno stato di povertà assoluta. Per ciascuno di loro non è solo deprivazione economica, ma è anche impossibilità di fruire di beni, servizi e di accedere a determinati consumi. Al riguardo, come è ben noto, l’adolescenza è tra i più intensi periodi di vita rispetto ad uso e fruizione di media e manifestazioni culturali, infatti si assiste sempre ad una sempre più crescita di uso del computer e di internet. Ma, in un paese in cui si legge poco, i bambini rappresentano la fascia di età di massima fruizione, ma anche tra loro la quota di forti lettori è ridotta.

L’età adolescenziale è per antonomasia luogo di sperimentazione e crescita in cui capita di infrangere le regole, di contestare le autorità, di ribellarsi ai divieti. Nel quotidiano si fanno strada anche pratiche, azioni, comportamenti cosiddetti limite come l’uso di sostanza ed alcoolici. Nell’adolescenza spesso l’affermazione del sé passa anche attraverso dimostrazioni ed atti di forza fisica, comportamenti violenti e di prevaricazione. Recentemente si assiste ad un aumento del fenomeno del bullismo il quale certamente può considerarsi una disfunzionalità di gestione dei rapporti presenti anche nel passato ma che oggi assume nuove modalità di espressione e più estesi spazi di visibilità anche per l’uso sempre più diffuso di nuove tecnologie tra bambini e ragazzi.

L’adolescenza è anche l’età della fragilità, che può manifestarsi nei casi più estremi attraverso atti di autolesionismo. Quanto detto e, nonostante l’intrinseca gravità di ogni singolo episodio, da un punto di vista strettamente qualitativo il suicidio è un fenomeno marginale in età minorile.

L’adolescenza, o meglio la tarda adolescenza, è infine il tempo in cui si rischia di imbattersi nel circuito della giustizia penale. I comportamenti delittuosi dei minorenni sono indagabili attraverso una duplice prospettiva, la prima fondata sulle denunce alle procure per i minorenni, la seconda relativa all’avvia dell’azione penale da parte dell’autorità giudiziaria. Fattore ad essi collegato è l’aumento del tasso della criminalità minorile.

Il bullismo.

Le ricerche condotte sul bullismo hanno evidenziato come questo comportamento sia molto presente.

Il bullismo (dall’inglese “bullying”) può essere definito come la situazione in cui qualcuno (vittima) viene esposta in modo ripetuto e continuativo ad azoni negative da parte del persecutore. Affinché si possa parlare di bullismo ed evitare di etichettare come tali altri tipi di comportamenti. È necessario che l’azione di prevaricazione sia stabile e continuata nel tempo e che vi sia una relazione asimmetrica tra le due parti. È necessario che vi sia un squilibrio di forza: la persona esposta alle azioni negative, la difficoltà a difendersi di fronte agli attacchi ed è per questo che ci troviamo dinanzi ad uno scontro tra ragazzi con diversa forza fisica e/o psicologica[15].

Le azioni aggressive possono realizzarsi attraverso attacchi fusici, spintoni ed anche azioni come rubare. È possibile, perciò, che azioni negative si concretizzano senza l’uso di parole e contatto fisico ma con smorfie, gestacci ed esclusione intenzionale di qualcuno da un gruppo.

Il bullismo è generalmente un fenomeno di gruppo ed è inutile fare riferimento ai meccanismi che caratterizzano coloro i quali prendono parte all’azione aggressiva. Innanzitutto alcuni studi hanno dimostrato che l’individuo agisce aggressivamente se ha osservato qualcun altro agire in tal modo, specie se quell’altro, che funge da “modello”, gode della stima dell’osservatore ed è riconosciuto come forte e coraggioso. Coloro i quali siano influenzati da tali modelli sono soprattutto i ragazzi insicuri e dipendenti che non hanno un ruolo definitivo fra i pari e vorrebbero affermarsi.

Vi è poi un altro fattore che concorre a spiegare perché i soggetti tendenzialmente miti e non aggressivi tendono a partecipare ad azioni violente ed è la riduzione del senso di responsabilità individuale.

Chi è vittima di bullismo può ricevere diversi tipi di danni: danno morale col quale si patisce sofferenza fisica o morale, turbamento dello stato d’animo, lacrime e dolori; danno biologico che riguarda la salute in sé, è un danno alla integrità fisica e psichica; danno esistenziale legato alla persona alla sua essenza, alla qualità della vita, alla riservatezza, reputazione e all’immagine.

Legato al fenomeno del bullismo vi è la condizione della solitudine e della sofferenza. Esse sono vissute sia dal bullo che dalla vittima, ma in maniera molto diversa. Infatti chi è apparentemente forte, nonché il bullo, ha un forte bisogno di affermare la sua pseudo superiorità accanendosi sul più debole, sapendo a priori che non può reagire. Un modo per il bullo di sentirsi importante, momentaneamente, ed accantonare quel suo stato di sofferenza legato alla sua vita. Tendenzialmente agisce in gruppo proprio perché in loro trova approvazione ed ammirazione, ma preso singolarmente tende a non agire in maniera eccessiva. Il bullo è possibile identificarlo a colui che provenga da famiglie legate ai clan mafiosi (in questo caso si sente forte perché appoggiato dalla famiglia, si sente sicuro ed autorizzato a poter far tutto), ragazzi che non sono considerati nel proprio nucleo familiare (genitori separati, divorziati, famiglie allargate, genitori sempre fuori per lavoro ecc.) sia dal punto di vista di supporto psicologico che emotivo-effettivo. Per la vittima invece, vivere la solitudine e la sofferenza è dovuto al sentirsi sempre minacciato, perseguitati e vivere nella paura, nello specifico non avendo possibilità di ribellarsi ci si stende a chiudere in sé stessi, in solitudine, vivendo la sofferenza di essere esclusi ed insultati. In alcuni casi, però, si hanno risvolti molto tragici, il suicidio[16].

La devianza minorile.

Il minorenne deviante si svela spesso fragile e disorientato, non educato al rispetto delle regole, con inadeguate responsabilità o scarsa disponibilità a riflettere prima di agire. La fragilità di chi commette reati emerge dai loro racconti talvolta poco coerenti e confusi, ma accomunati quasi sempre da forte disagio familiare, povertà di relazioni o vuoti progettuali.

Il fenomeno del disagio minorile sta assumendo sempre più la forma di attacchi aggressivi e distruttivi alla società e di trasgressione delle regole. Se da una parte esso può essere ricondotto alle problematiche tipiche dell’età adolescenziale, dall’altra la violenza, la durezza e la dimensione con cui si impone, sembrano segnalare qualcosa di più profondo, sofferto e specifico. Spesso la trasgressione delle regole si può attribuire non tanto all’esigenza del ragazzo di differenziarsi e di individuarsi nella ricerca di una personalità più adulta, bensì ad una mancata interiorizzazione di un aspetto etico di regole e limiti.

La regola viene vissuta come un’impostazione arbitraria, finalizzata all’esercizio di un potere altrettanto arbitrario, costante e dogmatico, e come una necessità interna alle cose, funzione del vivere sociale che struttura e permette l’instaurarsi del benessere interiore e della comunità. L’assenza di regola in quanto limite che “contiene” si riempie di vissuti e di fantasie onnipotenti, una delle quali l’impunibilità, l’idea di potere e volere tutto ed ogni cosa senza mai doversene assumere la responsabilità[17].

La violenza, purtroppo, è una delle caratteristiche della società e spesso i giovani si esprimono attraverso comportamenti aggressivi. Questa aggressività spesso sta a significare la voglia di affermazione personale, avendo a modello un ideale di uomo che corrisponde a quello di persona “forte”, capace di imporsi sugli altri anche con violenza. Spesso risulta complesso definire quali siano i meccanismi che determinano l’insorgere di comportamenti aggressivi, poiché sono legati a diversi fattori socio-culturali, familiari, di personalità, di frustrazione ecc., ma sono sempre la manifestazione di disagi interiori e di incapacità di affrontare certi aspetti della vita.

Spesso, sotto atteggiamenti aggressivi, si manifestano stati di depressione del giovane che, di fronte ad una scarsa autostima e per ostilità verso sé stesso, estrinseca la sua incapacità di accettazione di sé attraverso rabbia e intolleranza. Il fatto poi che gli altri disapprovino la sua condotta alimenta la negativa visione che già ha di sé determinando un circolo vizioso che spinge sempre più il soggetto ad atteggiamenti antisociali.

L’esperienza clinica ha messo in evidenza che i giovani delinquenti, nella grande maggioranza, commettono degli atti violenti in associazione con altre persone, quasi sempre coetanei. Certamente nel periodo adolescenziale l’appartenenza ad un gruppo fa parte del normale processo di socializzazione, ma esistono notevoli differenze qualitative tra l’esperienza che vive nel gruppo un giovane ben socializzato e quella che vive un soggetto deviante. Di norma, infatti, l’adolescente cerca di uscire dallo stretto ambito familiare per sperimentare nuovi tipi di relazione e questo lo fa mediante la partecipazione a numerosi gruppi sociali diversi tra loro (scuola, parrocchia, associazioni sportive ecc.) che gli forniscono la possibilità di vivere esperienze ed attività varie.

Il giovane delinquente si caratterizza invece, per la frequenza di un gruppo fisso costituito da persone che hanno i suoi stessi problemi. Quindi il gruppo di malviventi, o banda, è costituito da adolescenti e da giovani che vivono intensamente una esperienza caratteristica del loro sviluppo psicosociale e quindi l’esperienza di gruppo.

Un’altra forma di devianza è caratterizzata dalla fuga, sia da casa che dalla scuola, che viene spiegata come la ricerca da parte del giovane di vincere la tensione psichica generata da una situazione di conflitto difficile da dominare e può essere vista come fuga da una situazione di pericolo, ma è soprattutto fuga da sé stessi. È un fenomeno eterogeneo sia per la sua origine che per il suo significato, ma che quasi sempre, affonda le sue radici nelle dinamiche familiari: genitori troppo rigidi, o al contrario troppo permissivi, difficoltà a comunicare, crollo dei propri valori morali, separazioni e abbandoni, ecc.[18]

Spesso il ragazzo adolescente manifesta il suo disagio anche attraverso un allontanamento solo simbolico: partecipa poco alla vita familiare, ostenta un certo disprezzo nei confronti degli ideali e delle ideologie dei genitori, assume atteggiamenti che sa di disapprovazione dell’ambiente in cui vive. Resta comunque un fenomeno che necessita grande attenzione perché denuncia l’incapacità personale del giovane di adeguarsi all’ambiente e allo stesso tempo fornisce, a seconda della motivazioni e dinamiche, informazioni sulla personalità.

Un altro comportamento preoccupante è il rifiuto della scuola. È un quadro che si può presentare una certa frequenza al primo distacco dalla famiglia con l’ingresso nella scuola materna e assume un carattere sicuramente più preoccupante quando persiste nella scuola elementare; può diventare un vero e proprio comportamento deviante se è accompagnato da aggressività verso insegnanti e compagni, con fughe dalla scuola e atteggiamenti ipercinetici caratterizzati da atti vandalici. Il sintomo psicopatologico principale è l’ansia, che si manifesta nel memento in cui il ragazzo deve frequentare la scuola, associata a paura specifiche per qualche persona presente; inoltre c’è una notevole espressività somatica attraverso una serie di segni e sintomi fisici: cefalea, nausea, vomito, dolori addominali, ipercinesia.

Un problema che interessa tutta la società è quello della droga il quale la fascia adolescenziale è profondamente colpita. Oggi l’uso della droga non è più solo un modo individuale di superare le sofferenze, attraverso le sensazioni piacevoli che essa provoca, ma è diventato soprattutto un mezzo per esprimere la rabbia contro la realtà quotidiana fino a diventare una delle basi di quella cosiddetta “controcultura giovanile” che rifiuta nettamente i valori tradizionali e ricerca, un modo per vivere distante da essi. Da un lato l’uso di sostanze può essere occasione per evadere dalla realtà, dall’altro esse vengono usate per stare nella società, per sentirsi accolti, brillanti, euforici, uniti, “all’altezza” degli altri. Un consumo di sostanze che serve al ragazzo per amplificare ed accelerare le emozioni che deve vivere[19].

Accanto alla dipendenza di droga vi è il problema dell’alcoolismo. Alcuni fattori psicologici e sociali stanno causando un maggiore uso di sostanze alcooliche a causa dell’allentarsi dei legami familiari, l’isolamento dell’individuo. L’uso dell’alcool da parte dei giovani sembra dovuto più come spirito di emulazione degli adulti e come modalità per facilitare i rapporti interpersonali. Ma va anche detto che il giovane alcoolista può comunque mostrare alcuni disturbi psichiatrici che vengono evidenziati da questo comportamento deviante e si può avere un deterioramento della personalità, dei disordini affettivi, disturbi psicosessuali, quadri psicotici [20].

Mass-media e solitudine.

I mass-media corrispondono lo strumento mediatico che determina maggiormente una condizione di marginalità e di dipendenza nei suoi fruitori.

I ragazzi fra i sette e gli undici anni trascorrono tre ore e mezzo ogni pomeriggio davanti ad un televisore. Esso è diventato principalmente un mezzo virtuale di evasione, non solo per ragazzi, ma anche per gli adulti che ormai sono abituati a dialogare con i personaggi televisivi che entrano nelle case in determinati momenti della giornata. Gli spettatori si trovano ad essere sempre più dipendenti dei media nel formarsi immagini della realtà, e pertanto il bombardamento di immagini che i soggetti ricevono rischia di ridurre tutto ad una mera percezione visiva e si rischia di non essere in grado di dare un significato reale a ciò che ci circonda.

La televisione è un importante strumento di comunicazione di massa le cui potenzialità sono enormi e molto importanti soprattutto per quanto riguarda l’informazione, uno dei suoi compiti principali. Tuttavia, come spesso accade, quando si parla delle grandi potenzialità di alcuni strumenti, dietro gli apparenti benefici possono celarsi anche notevoli rischi. Di fatto, la facoltà di attivare tutte le nostre capacità percettive in un unico momento, saturandole, conferisce a questo mezzo di comunicazione un potere suggestivo-ipnotico non trascurabile, che va ad agire ed a interferire sulla mente emotiva, sollecitando quelle parti dell’emisfero destro meno razionali e quindi più facilmente influenzabili e meno soggette all’azione di filtro attivato dall’emisfero sinistro, preposto al funzionamento del pensiero logico-razionale[21].

Questo atteggiamento passivo di fissazione crea una situazione di sovraccarico che può in molti casi alterare gli stati coscienza, interferire sulle capacità di attenzione e di concentrazione. Da ciò può originarsi la teledipendenza, in quanto prodotto dell’incontro tra i fattori psicosociali e determinati fattori comportamentali.

La televisione è di fatto diventata, oggi, uno strumento preposto ad educare l’infanzia ed essere assunto come modello degli adulti, ricoprendo la funzione di una vera e compagnia virtuale troppo spesso preferita a quella reale. Si pensi che già in tenera età essa rapisce i bambini agendo sui loro canali senso-percettivi e sollecitando quelle componenti attrattive che li tengono “incollati” allo schermo. Verso i tre-quattro anni sono attratti dalle immagini in movimento, sono rapiti dagli stimoli visivi e dinamici e tutto ciò che è sollecitazione visiva diventa per loro fonte di interesse, di coinvolgimento profondo. Tra i quattro-sette anni domina l’identificazione; hanno ancora numerose difficoltà nel discriminare la realtà dall’immaginazione e pertanto si identificano nei personaggi che vedono nel piccolo schermo e si fanno guidare dalle fantasie che ne derivano. Dopo i sette anni inizia la fase comparativa ed i bambini cominciano a paragonare le immagini viste con la realtà, sono in grado di scegliere i programmi e personaggi preferiti. Verso i dieci-undici anni, di norma, iniziano con l’uso di videogiochi, dove il contenuto delle immagini ha molta più importanza ed il coinvolgimento emotivo e partecipativo una valenza estremamente significativa [22].

Alla luce di tutto questo si comprende il rischio che si corre a lasciare un bambino solo davanti alla televisione, che tende inesorabilmente a riempire tutto il suo tempo libero. Alcune ricerche, infatti, hanno confermato che un eccessivo uso dei media influisce nell’aumento dei disagi psicosociali, aumento dell’aggressività, caduta dell’attenzione, esclusione delle risposte emotive dinanzi a situazioni coinvolgenti e l’acuirsi delle carenze comunicative tra i membri della compagine familiare.

Dinanzi a ciò solo un processo di consapevolezza dell’adulto può aiutare il bambino a recuperare una modalità di interazione corretta con il mondo che lo circonda, a riappropriarsi della dimensione ludica ed a ritrovare in essa quei principi fondamentali atti a formare la sua personalità.

La natura dell’adolescente, piena di contraddizioni da superare per raggiungere una condizione equilibrata, richiede grande chiarezza sulle opportunità da valorizzare e sulle difficoltà da affrontare da parte dei soggetti. Il percorso verso l’autonomia, che il ragazzo sta compiendo, è caratterizzato da una forma di opposizione a tutto. Passaggio verso la formazione di sé attraverso la negazione (il tipico “no” del bambino che viene ricorrentemente pronunciato durante il processo di differenziazione) propria della prima infanzia, nell’adolescente avviene attraverso accese ribellioni e frequenti contrasti, che hanno la funzione di creare nel soggetto le condizioni per un sereno adattamento alla nuova situazione che si sta prospettando. L’immagine di sé che pian piano l’adolescente si sta formando, è legata in modo sostanziale anche al rapporto che egli instaura con la società, divenuta ora il punto il riferimento primario. Famiglia e contesti relazionali assumono una funzione importante sulla costruzione dell’identità, con un’indubbia responsabilità sull’esito dell’identità del ragazzo.

La solitudine nella scuola.

Sempre più spesso si sente parlare della necessità di cambiamento nella scuola, ma perché? Come è possibile realizzarlo? Cosa dovrebbe cambiare?

Per rispondere a questa domande è importante tener presente la necessità dello “star bene a scuola”.

Per ottenere ciò le prime e fondamentali competenze che occorrono ad un insegnate sono quelle comunicativo-relazionali, basate sulla disponibilità allo scambio ed alle intese.

Un bambino ed un adolescente devono poter viver serenamente nella scuola. Una scuola che mantenga il senso etimologico che rappresenta (dal greco,   scholé) ovvero luogo sereno, tranquillo dove vigono contesti di opportunità e soddisfazione, dove non trovano spazio avvilimenti né demoralizzazioni e in cui sia garantito un reale processo di crescita dell’individuo.

Se pensiamo al passaggio da un grado scolastico ad uno successivo viene spesso vissuto da bambini e ragazzi in modo ambivalente: da un lato segna una tappa tangibile di crescita individuale, dall’altro è precursore di tensioni dovute ad anticipazioni di difficoltà d’inserimento ed adattamento al nuovo contesto sociale. La scuola secondaria inferiore, infatti, rappresenta una meta e allo stesso tempo un passaggio e si inserisce in un momento delicato dello sviluppo individuale: la preadolescenza.

Nel periodo di tempo compreso tra gli undici ed i tredici-quattordici anni si realizzano profondo cambiamenti, i principali riguardano le trasformazioni corporee (morfologiche, sessuali ed organiche) rapide, profonde, molteplici che comportano ridefinizione dell’identità personale e si compiono in un soggetto consapevole, ma non sempre sereno al riguardo. Il corpo che si trasforma è uno sconosciuto, osservato e criticato severamente, spesso genera false percezioni dell’immagine personale e conseguenti insicurezze [23].

Un altro importante cambiamento che si verifica nella preadolescenza riguarda l’aspetto cognitivo. In loro si modifica il modo di guardare il mondo e le relazioni che coinvolge il ragazzo, sia dal punto di vista personale che sociale. È un momento di sospensione tra la mancanza di punti fermi ed il bisogno, allo stesso tempo, di costruirsi una nuova identità gradevole per sé e per gli altri , è la forte necessità di trovare conferme in un periodo in cui si oscilla tra le rassicurazioni caratterizzanti l’infanzia e l’instabilità.

In questo particolare momento di vulnerabilità, ogni influenza esterna diventa rilevante e significativa sia in senso positivo sia negativo. Allo stesso tempo un nascente desiderio di autonomia ed autoaffermazione porta i ragazzi a mettere in discussione le regole e le figure familiari ed a entrare in conflitto con queste, cercando conforto e conferma in chi è percepito come colui che sta vivendo esperienze analoghe. Ecco perché nascere ed intensificarsi il rapporto con coetanei ed il bisogni di sentirsi parte di un gruppo e quindi accettati.

Il preadolescente si rispecchia nel gruppo e rappresenta a sé stesso i propri cambiamenti in relazione a quelli degli altri, facendo continui e numerosi confronti tra sé e gli amici. La scuola, e la sua suddivisione logistica in classi, intesa nel duplice significato di luogo fisico e di insieme di alunni ed insegnanti, può favorire esperienze di partecipazione e di crescita individuale con percorsi condivisi di costruzione di significati.

Nelle classi spesso si verificano dinamiche conflittuali che determinano litigi e giudizi severi sui compagni fino ad arrivare a meccanismi di esclusione e di isolamento perpetrati ai danni di singoli ragazzi, portando alla sempre più frequente formazione di sottogruppi che mantengono rapporti tesi tra loro. La presenza costante di queste dinamiche relazionali produce un profondo disagio, in particolar modo nei soggetti che, per componenti caratteriali e stili relazionali, non riescono a reagire e finiscono col mettere in atto strategie di autotutela. Quindi se in una classe non si forma un clima sufficientemente sereno in grado di veicolare un senso di coesione tra i suoi componenti, possono verificarsi delle conseguenze negative per i membri più fragili. Non di rado, l’essere vittima di costanti episodi di bullismo e di esclusione dal gruppo porta alcuni studenti ad avere livelli di performance scolastiche scadenti o inferiori alle capacità arrivando alla bocciatura o all’abbandono scolastico precoce [24].

Molte difficoltà che caratterizzano i vissuti scolastici narrati dagli studenti sono ascrivibili alla condizione di non sentirsi apprezzati dai compagni, il quale spinge a chiedersi quanto tra compagni di classe ci si conosca realmente al di là delle frequentazioni superficiali legate alla modulazione dei tempi e dei luoghi delle lezioni didattiche. Poco è il tempo che nella scuola rimane per attività esperienziali personali che aprano ad esposizioni e dichiarazioni di sé.

Questo lascia intendere che nella scuola il grigiore dell’istruire, dei libri e delle riviste che insegnano ad insegnare deve lasciar spazio ad una cromaticità educativa in cui deve prevalere un’atmosfera di comunicazione, di scambio e di collaborazione. Sappiamo che il contesto scolastico accoglie allievi con potenzialità, difficoltà, aspettative, timori, bisogni e sogni diversi. In essi si rispecchiano i molteplici aspetti del sociale: problematiche personali, familiari, economiche, culturali, spesso difficili da fronteggiare, sfaccettature di vita e di pensiero da cui scaturiscono frequenti situazioni di disagio. La scuola pertanto non può trascurare tali difficoltà, anzi deve affrontarle con metodi e strategie cliniche capaci di incidere sulla disponibilità degli allievi ad approfondire la conoscenza di sé e ad aprirsi positivamente agli altri con relazioni efficaci [25].

L’itinerario percorso nei più nascosti luoghi dove si insediano la sofferenza e la solitudine di molti bambini e ragazzi nella realtà odierna, lascia pensare a non dare nulla per scontato. Non diamo per scontate le solite frasi fatte che spesso ci vengono dette, proviamo ad osservare gli sguardi dei bambini e dei ragazzi, riflettiamo sul peso delle parole, a volte anche di una sola parola può dire e aprirci un mondo.

Ma soprattutto proviamo ad essere disponibili all’ascolto di quei lunghi silenzi disseminati dall’immensa paura del raccontare quanto stia accadendo e di guardare all’interno di quella “gabbia della solitudine”.

Note

[1].  Pesci G.- Mani M., Dizionario di Pedagogia Clinica, 2018;

[2].  Ibidem;

[3].  Pesci G.- Mani M., Il Pedagogista Clinico nelle istituzioni, 2007;

[4].  Ibidem;

[5].  Ibidem;

[6].  Ibidem;

[7].  Ibidem;

[8].  Centro nazionale di documentazione ed analisi per l’infanzia e l’adolescenza, Relazione Sulla Condizione dell’Infanzia e dell’Adolescenza in Italia, 2013;

[9].  Ibidem;

[10]. Pesci G.- Mani M., Dizionario di Pedagogia Clinica, 2018;

[11]. Ibidem ;

[12]. Pesci G.- Mani M., Il Pedagogista Clinico nelle istituzioni, 2007;

[13]. Centro nazionale di documentazione ed analisi per l’infanzia e l’adolescenza, Relazione Sulla Condizione dell’Infanzia e dell’Adolescenza in Italia, 2013;

[14]. Ibidem;

[15].  Izzo D., Mannucci A., Mancaniello M.R, Manuale di pedagogia della marginalità e devianza, 2006;

[16].  Ibidem;

[17].  Ibidem;

[18].  Ibidem;

[19].  Ibidem;

[20].  Ibidem;

[21].  Pesci G.-Mani M., Il Pedagogista Clinico nelle Istituzioni, 2007;

[22].  Ibidem;

[23].  Ibidem;

[24].  Ibidem;

[25].  Ibidem

Bibliografia

Pesci G.-Mani M., Dizionario di Pedagogia Clinica, Edizioni Scientifiche ISFSR, Firenze, 2018;

Pesci G.- Mani M., Il Pedagogista Clinico nelle Istituzioni, Magi Educazione, Roma, 2007;

Izzo D., Mannucci A., Mancaniello M.R, Manuale di pedagogia della marginalità e devianza, Edizioni ETS, Pisa 2006;

Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali – Osservatorio Nazionale per l’Infanzia ed Adolescenza, Relazione sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia, Istituto degli Innocenti Firenze (Centro nazionale di documentazione analisi per l’infanzia e l’adolescenza), 2013.