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	<title>Rivista di Scienze Sociali</title>
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		<title>Rivista di Scienze Sociali &#8211; Numero Zero</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Dec 2011 09:53:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Numero Zero]]></category>

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		<description><![CDATA[Acquista il numero zero!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>Rivista di Scienze Sociali &#8211; Numero Zero &#8211; contiene i seguenti articoli:</p>
<ul>
<ul>
<li>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #4c4c4c;"><em>Editoriale</em> &#8211; di Anna Maria Di Miscio</span></p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #4c4c4c;"><em>Gramsci e Keats</em> &#8211; di Massimo Canevacci</span></p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #4c4c4c;"><em>Un rituale di guarigione in Sardegna, il ballo dell’argia</em> &#8211; di Anna Maria Di Miscio</span></p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #4c4c4c;">E<em>pilessia e cultura psichiatrica da Ippocrate a Freud</em> &#8211; di Teresa Iannaccone</span></p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #4c4c4c;"><em>Le piante simboliche tra terapie, alterazioni, danze</em> &#8211; di Massimo Canevacci</span></p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #4c4c4c;"><em>La crisi convulsiva come elemento perturbante dell’immaginario</em> &#8211; di Teresa Iannaccone</span></p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #4c4c4c;"><em>La taranta e il toro &#8211; </em>di Anna Maria Di Miscio</span></p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #4c4c4c;"><em>La Kangaroo Mother Care &#8211; </em>di Francesca D&#8217;angeli</span></p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #4c4c4c;"><em>Da Kleinman a Farmer</em> &#8211; di Anna Maria Di Miscio</span></p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #4c4c4c;"><em>Analisi del management delle strutture sanitarie</em> &#8211; di Anna Maria Di Miscio</span></p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #4c4c4c;"><em>Dalle politiche sanitarie alle politiche per la salute</em> &#8211; di Giulio Moini</span></p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #4c4c4c;"><em>Identità aziendale e comunicazione medico paziente</em> &#8211; Anna Maria Di Miscio</span></p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #4c4c4c;"><em>Welfare e politiche sociali</em> &#8211; di Giorgio Banchieri</span></p>
</li>
</ul>
</ul>
<p><span style="color: #ff0000;">Procedere con l’acquisto e il download di &#8220;Rivista di Scienze Sociali &#8211; Numero Zero &#8211; Sanità e Sistemi Medici&#8221;</span></p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Rivista di Scienze Sociali &#8211; Numero Due</title>
		<link>http://www.rivistadiscienzesociali.it/2011/10/28/rivista-di-scienze-sociali-numero-due/</link>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 13:22:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Numero Due]]></category>

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		<description><![CDATA[Indice Editoriale. Per una nuova cultura della politica comunicazionale &#8211; Anna M. Di Miscio Fake-in-China &#8211; Massimo Canevacci Scienze della Comunicazione in Italia tra amenità e simulazioni &#8211; Stefano Cristante NeoReality &#8211; publishing ubiquo e nuove percezioni dello spazio tempo identità &#8211; Salvatore Iaconesi e Oriana Persico Seconde generazioni invisibilità e utilizzo della rete &#8211; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3></h3>
<h3>Indice</h3>
<p style="text-align: justify;"><em>Editoriale. Per una nuova cultura della politica comunicazionale</em> &#8211; Anna M. Di Miscio</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Fake-in-China</em> &#8211; Massimo Canevacci</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Scienze della Comunicazione in Italia tra amenità e simulazioni</em> &#8211; Stefano Cristante</p>
<p style="text-align: justify;"><em>NeoReality &#8211; publishing ubiquo e nuove percezioni dello spazio tempo identità</em> &#8211; Salvatore Iaconesi e Oriana Persico</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Seconde generazioni invisibilità e utilizzo della rete</em> &#8211; Antonella Passani</p>
<p style="text-align: justify;"><em>I social media favoriscono il leaderis</em>mo &#8211; Dino Amenduni</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Fra tradizione e nuovi media nell Instructional Digital Storytelling</em> &#8211; Raffaella Delbello</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Dalla socialità dell&#8217;arte alle culture digitali</em> &#8211; Anna Maria Di Miscio</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Stati di natura o modelli dominanti</em> &#8211; Gianfranco Meneo</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Le rettifiche al tempo di Internet</em> &#8211; Enrico Ciccarelli</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;">Procedere con l’acquisto e il download di &#8220;Rivista di Scienze Sociali &#8211; Media e culture digitali &#8211; numero due&#8221;</span></p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Editoriale &#8211; Per una nuova cultura della politica comunicazionale.</title>
		<link>http://www.rivistadiscienzesociali.it/2011/10/28/per-una-nuova-cultura-della-politica-comunicazionale/</link>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 13:20:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Anna Maria Di Miscio]]></category>
		<category><![CDATA[Numero Due]]></category>

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		<description><![CDATA[La definizione iniziale dei concetti, cultura, politica e comunicazione, consente di facilitare la comprensione del testo. Cultura. Quell&#8217;insieme di oggetti materiali e non materiali che sono parte costitutiva di un gruppo e che in qualche modo ci consente di individuarlo nella sua specificità, differenza. Una delle proprietà fondamentali della cultura è il cambiamento, che matura [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.rivistadiscienzesociali.it/2011/10/28/per-una-nuova-cultura-della-politica-comunicazionale/nichi_vendola_facebook/" rel="attachment wp-att-2408"><img class="aligncenter" title="nichi_vendola_facebook" src="http://www.rivistadiscienzesociali.it/wp-content/uploads/2011/10/nichi_vendola_facebook-700x438.jpg" alt="" width="349" height="219" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">La definizione iniziale dei concetti, cultura, politica e comunicazione, consente di facilitare la comprensione del testo.</p>
<p style="text-align: justify;">Cultura. Quell&#8217;insieme di oggetti materiali e non materiali che sono parte costitutiva di un gruppo e che in qualche modo ci consente di individuarlo nella sua specificità, differenza.<br />
Una delle proprietà fondamentali della cultura è il cambiamento, che matura a livello sia individuale che collettivo. Per questo possiamo parlare di identità processuali, mobili, mai fisse e date una volta per tutte. Identità multiple perché attraversate da produzioni discorsive elaborate in campi sociali che chiudono solo momentaneamente l’esperienza individuale in una definizione parziale del sé.</p>
<p style="text-align: justify;">La storia delle migrazioni dall’australopiteco in poi ci aiuta a capire perchè i confini tra culture non sono mai definiti una volta per tutte. Le culture, come le identità culturali,  sono in movimento, sono entità processuali e storiche. Così come i confini tra stati, tra le geografie politiche delle nazioni, sono stati definitivamente resi permeabili nel Novecento dalle reti della comunicazione globalizzata.</p>
<p style="text-align: justify;">Il villaggio globale, locuzione usata più volte da Marshall McLuhan, descrive bene la potenza delle tecnologie della comunicazione nella determinazione dell’immaginario individuale e collettivo, di ineludibili effetti sui mondi della vita quotidiana. E indipendentemente dai contenuti e dalle informazioni che veicolano.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma la comunicazione non è una invenzione della modernità, è peculiarità dell&#8217;essere umano. La comunicazione simbolica, la cultura, sono i suoi ingredienti più rilevanti, che gli danno forma e sostanza.<br />
Politica. O meglio, le politiche: attivazione di processi che consentono, o dovrebbero consentire, di dare risposte a problemi di rilevanza collettiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma le politiche, la comunicazione, di fatto sono parte della cultura.</p>
<p style="text-align: justify;">Allora quando dico comunicazione e politica posso meglio dire: cultura della politica comunicazionale, se intendo per esempio fare riferimento alle modalità nuove e vecchie modalità di costruzione del discorso politico. Perché da sempre papi e regnanti, politici e politicanti hanno fatto uso dei media. L’effige del re sulla moneta, per citare un esempio, era potere economico-comunicativo circolante, raccontato e divulgato da uno degli strumenti più efficaci del potere stesso, il denaro.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma dire cultura politica comunicazionale mette anche bene in evidenza l’intreccio tra tre termini, tra tre elementi, perché è impossibile prescindere dalla comunicazione in ogni caso.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra gli agenti di socializzazione primaria, come è noto, sono i mass media che hanno avuto dagli anni Cinquanta in poi un ruolo centrale nella divulgazione della cultura, dell’istruzione, dell’informazione, del confronto politico.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella relazione tra potere e mass media è certamente la comunicazione politica del leader che assume un ruolo di primo piano, ma che si muove dentro un modello comunicativo top-down, è parola verticale, generalista, irradiata dal centro alle periferie, dal centro del potere. La comunicazione è qui potere verticale della parola, non più &#8220;mettere in comune&#8221;, condivisione orizzontale della parola stessa.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.rivistadiscienzesociali.it/2011/10/28/per-una-nuova-cultura-della-politica-comunicazionale/politica/" rel="attachment wp-att-2417"><img class="size-full wp-image-2417 aligncenter" title="politica" src="http://www.rivistadiscienzesociali.it/wp-content/uploads/2011/10/politica.jpg" alt="" width="360" height="272" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Una verticalità che ha avuto buon gioco dagli anni &#8217;80 in poi con l&#8217;avvento delle TV commerciali, ha sdoganato una cultura neo-liberista <em>made in Italy</em> e ha nutrito, alterandolo, ogni millimetro del nostro corpo-mente, ha alimentato le nostre rappresentazioni mentali, le categorie che orientano la riconoscibilità del nostro quotidiano, che nutrono l&#8217;immaginario individuale e collettivo, il sentire comune.</p>
<p style="text-align: justify;">È maturato così il passaggio da un progetto di società possibile alla corsa solitaria di ogni Io che ha rimosso dal lessico familiare termini come solidarietà, condivisione, coerenza dell’agire politico rispetto ad un progetto di vita, individuale e collettivo: tutto è <em>cash</em>, nella forma fisica e mentale, materiale e simbolica.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono derive e preoccupanti approdi che si impongono con prepotenza al nostro sguardo nella circolarità tra le TV commerciali,  i talk show e i teatrini della politica: matura il trionfo di una nuova e generalizzata mercificante cultura del corpo, delle ragazze immagine, vallette, escort in carriera. Dell’utilizzatore finale. Il managerialese ha cancellato ogni forma di interventismo nell’economia di mercato, inaugurando una inaudita Res Publica: ha intrecciato potere, sesso, politica in inedite campagne acquisti in Parlamento per nuove e improvvisate maggioranze di governo. <strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">I new media hanno rilanciato la sfida di una nuova e differente politica comunicazionale nell’era della digitalizzazione dei contenuti che non parla alle masse, ma del soggetto nella sua peculiarità e specificità, della centralità della sua presa di parola che non è competizione o conquista di spazi di potere, ma creazione di inediti spazi, le piazze virtuali, per politiche generative di un altro futuro.</p>
<p style="text-align: justify;">Così la digitalizzazione della parola si fa corpo e spazio individuale/collettivo dell’esperienza, diritto ad essere nello spazio discorsivo dei mondi virtuali della vita quotidiana e della politica, ognuno nella sua specificità e differenza, unicità, molteplicità.</p>
<p style="text-align: justify;">La competenza politica e comunicativa messa in campo dai social network è del tutto altra da quelle fino ad ora conosciute, ribalta quella verticalità della parola che allarga la forbice tra i vertici e la base.</p>
<p style="text-align: justify;">La politica comunicazionale dei new media si fa corpo singolare e plurale. Inaugura una categoria nuova, la democrazia digitale, capillare, pervasiva, includente: è lo spazio delle molte voci che prendono parte, e di diritto, alle pratiche discorsive della politica ma del tutto fuori dalle stanze asfittiche dei partiti.</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque a fronte della frammentazione, della dissoluzione delle forme e dei luoghi tradizionali di comunità, la famiglia, la piazza e il partito, che da più parti è stata rilevata, i social-network stanno alimentando inedite ed eterogenee forme di aggregazione, nuove e imprevedibili sensibilità politiche nelle fasce giovanili dell’utenza.<br />
Potrebbe essere utile partire da una riflessione sulle modalità di aggregazione, sulle rete amicali che si autoalimentano, prendono forma e si dilatano a partire da interessi comuni e condivisi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono profili, gruppi e pagine che contano centinaia e anche migliaia di iscritti. Il contenuto dei messaggi è chiaro, breve, diretto, sintetizzato in poche ed essenziali parole, per esempio: no al razzismo, oppure no alla riforma Gelmini e così via.<br />
Questa capacità di raggiungere molti e con immediatezza condividere messaggi essenziali, incisivi, fa pensare che forse le forme stesse della comunicazione, saltellanti  e tutte dentro un click, ci stanno suggerendo un altro modo di fare politica: random. Altalenante. E per questo non inquadrabile o iscrivibile nelle forme di aggregazione tradizionali della comunità e della politica.<br />
Così la finestra della chat o del commento è lo spazio in cui ognuno fa emergere la propria differenza, l’assenso e/o dissenso, un caotico assemblaggio di riflessioni, di ridondante reiterazione di messaggi , un coro dissonante  e discontinuo che dà  forza, legittimità e autorevole spazio alla auto-rappresentazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Concludo con riflessione e una domanda. Un controllo organizzato <em>ex alto</em> e totale sulla politica 2.0, come di fatto è possibile nella più tradizionale struttura piramidale delle organizzazioni sociali e politiche del Novecento, è difficilmente praticabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Possono oggi le forme partitiche di aggregazione e partecipazione raccogliere questa sfida?<br />
Può essere rimodellata sulle forme sovversive e disordinanti della comunicazione politica digitalizzata non solo la struttura organizzativa dei partiti ma anche una nuova forma di democrazia digitale, di partecipazione e di rappresentanza?<br />
Troppo presto per dare una risposta esaustiva.</p>
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		<title>Fake-in-China</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 13:19:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Massimo Canevacci]]></category>
		<category><![CDATA[Numero Due]]></category>

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		<description><![CDATA[Questo testo è la prefazione a “Fake in China”, un diario-etnografia di Massimo Canevacci pubblicato in Brasile e gentilmente reso disponibile dall’autore per questo numero della rivista. È qui messa a fuoco una prospettiva “fake” che ribalta il concetto di produzione “made in” e in qualche modo è una risposta alle diatribe che hanno attraversato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Questo testo è la prefazione a “Fake in China”, un diario-etnografia di Massimo Canevacci pubblicato in Brasile e gentilmente reso disponibile dall’autore per questo numero della rivista. </em><em>È qui messa a fuoco una prospettiva “fake” che ribalta il concetto di produzione “made in” e in qualche modo è una risposta alle diatribe che hanno attraversato i circuiti dell’arte,  più di recente anche le dispute tra la Apple e la Samsung, e dunque la relazione nella produzione degli artefatti artistici e delle merci tra la copia e l’originale. </em><em>Il “fake” è un falso/vero. </em><em>Dalle architetture alle produzioni industriali e alle tecnologie digitali  il &#8220;made in China&#8221; è un “fake in China”,  nè “copy-right” nè “copy-left” … (Anna Maria Di Miscio)</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.rivistadiscienzesociali.it/2011/10/28/2044/fake-iphone-3/" rel="attachment wp-att-2155"><img class="size-medium wp-image-2155 aligncenter" title="fake-iphone" src="http://www.rivistadiscienzesociali.it/wp-content/uploads/2011/10/fake-iphone2-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<h2 style="text-align: justify;"><span style="font-weight: normal;">Fake-in-China: </span><span style="font-weight: normal;">viaggio di superficie nel paese che sta cambiando il mondo</span></h2>
<h4 style="text-align: justify;"><span>Introduzione: tecno-antropofagia<br />
</span><span style="font-weight: normal;"><em><span style="font-weight: normal;">I viaggi sono i viaggiatori </span></em><em>(Massimo Canevacci)</em></span></h4>
<p style="text-align: justify;">In un articolo uscito durante la mia permanenza in Cina sul <em>South China Morning Post</em>, era esposta una riflessione che mi colpì molto: la Cina, vi era scritto, è diventata la fabbrica del mondo e il <strong>Made-in-China</strong> sta conquistando i mercati globali. Questa deve essere considerata la prima fase della rivoluzione che sta cambiando le relazioni tra le diverse aree del mondo ma che non può continuare in questo modo per il seguente motivo: una gran quantità di prodotti costruiti qui sono il risultato di brevetti o comunque di invenzioni che provengono dall’estero. Europa, Stati Uniti, Giappone.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa fase di produrre in patria prodotti inventati altrove deve essere superata: a tal fine, si devono concentrare risorse, tecnologie e ricerche sul fronte dell’innovazione. Il <em>design</em>, quindi, deve diventare il centro degli investimenti della fase-due, intendendo per design ideazione, progettazione, creazione, brevetti. La Cina non potrà rimanere a lungo in questa zona ambigua dove  il <strong>Made-in-China</strong> spesso è accompagnato da etichette di questo tipo: &#8220;Designed by Apple in California Assembled in China&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">La Cina non dovrà più essere il luogo di assemblaggio di tecnologie e design concepiti all’estero, per cui – questa la conclusione dell’articolo -  la sfida del presente futuro è <strong>Design-in-China</strong>. Per questo in “piccole” città come Wuxi si finanziano progetti su scala globale per attirare qualche centinaia di designers anche dall’estero e mettere in moto una attività di formazione finalizzata alla creatività locale. Atteggiamento ben compreso da Robin Li, inventore del motore di ricerca <em>Baidu</em> e per questo scelto dalla rivista <em>Time</em> come una delle cento personalità più influenti del mondo. Latitudine e immaginazione: queste due coordinate, una spaziale e l’altra mentale, definiscono la nuova fase della Cina e per questo sono state scelte come parole-chiave per l’expo di Shanghai.</p>
<p style="text-align: justify;">Nello stesso tempo, le tante persone acquirenti merci cinesi esportate in quasi ogni angolo del pianeta  hanno  chiara la visione che questi prodotti sembrano veri, è come se fossero veri, forse sono addirittura veri: pur tuttavia, anche se sono falsi, si comprano per tale ambiguità. Se si riflette meglio su quanto sta accadendo, pare che questa distinzione tra vero e falso – che qui chiamerò <em>fake</em> in omaggio al film di Orson Welles <em>F for Fake</em> – non riesca a cogliere la profonda superficie di queste <em>cose</em>. Esse, infatti, molto spesso sono prodotte in Cina su licenza delle case madri, per es. italiane per quel che riguarda i vestiti, solo che è sufficiente cambiare una lettera (da Armani ad  <em>Amani</em>) per non incorrere in improbabili cause anche se il prodotto è del tutto uguale o verosimile. Spesso esce dalle stesse fabbriche o da sotto-fabbriche fantasma, gemelle o parallele senza che sia neanche necessaria l’operazione <em>camouflage</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma il <em>copyright</em> sta in crisi non solo per i prodotti intellettuali, come si dice ossessivamente nei convegni e nei parlamenti, ma anche nei prodotti materiali. Per meglio presentare il mio pensiero, questa distinzione tra materiale e immateriale non funziona più, è un dualismo logico – e produttivo &#8211; in crisi, che tenta di difendere un passato chiaramente finito ma certamente mutato.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;">Per leggere il seguito di questo articolo procedere con l’acquisto e il download di &#8220;Fake-in-China: viaggio di superficie nel paese che sta cambiando il mondo&#8221;</span></p>
]]></content:encoded>
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		</item>
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		<title>Fake-in-China</title>
		<link>http://www.rivistadiscienzesociali.it/2011/10/28/2723/</link>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 13:17:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[English]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Canevacci]]></category>
		<category><![CDATA[Numero Due]]></category>

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		<description><![CDATA[[translation by Enzo Pizzolo] This text is the introduction to “Fake-in-China”, an ethnography-diary by Massimo Canevacci published in Brazil and gently placed at our disposal by the author for this edition of our magazine. Here it&#8217;s focused a “fake” perspective that overturns the concept of production “made in” and, somehow, it&#8217;s an answer to the [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[translation by Enzo Pizzolo]</p>
<h5><em><span style="font-weight: normal;">This text is the introduction to “Fake-in-China”, an ethnography-diary by Massimo Canevacci published in Brazil and gently placed at our disposal by the author for this edition of our magazine. Here it&#8217;s focused a “fake” perspective  that overturns the concept of production “made in” and, somehow, it&#8217;s an answer to the diatribes that crossed art&#8217;s circuits, more recently also the disputes between Apple and Samsung, and, therefore, the relation in artistical artefacts and goods&#8217; production between a copy and an original work.A fake is a true/false. From  architectures to industrial production and digital technologies a “made in china” is a “Fake in China” neither “copy-right”, nor “copy-left”</span><span style="font-weight: normal;">.</span></em><span style="font-weight: normal;"> (Anna Maria di Miscio)</span></h5>
<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-2745" href="http://www.rivistadiscienzesociali.it/2011/10/28/2723/fake-iphone2-300x225-2/"><img class="size-full wp-image-2745 aligncenter" title="fake-iphone2-300x225" src="http://www.rivistadiscienzesociali.it/wp-content/uploads/2011/10/fake-iphone2-300x2252.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p><span style="font-weight: normal;"><br />
</span></p>
<h2><span style="font-weight: normal;">&#8220;Fake-in-Chi</span><span style="font-weight: normal;">na”: a surface-trip in the country that is changing the world</span></h2>
<p><span style="font-weight: normal;"><br />
</span></p>
<h3><span style="font-weight: normal;">Introduction: Techno-anthropophagy</span></h3>
<h5><span style="font-weight: normal;"> </span><em>Travels are travellers (Massimo Canevacci)</em></h5>
<p><em> </em></p>
<p>In an article published  on the “South China Morning Post” during my stay in China, was stated a consideration that struck me a lot: “China”, it was written, has become the world&#8217;s factory and</p>
<p>“Made in china” is conquering global markets. This has to be considered the first step of a revolution that is changing the relations amid different areas of the world but that can&#8217;t carry on like this  for the following reason: a huge quantity of products built here are the results of patents, or inventions in any case, coming from foreign countries, Europe, Japan, The U.S.A.</p>
<p>This phase to produce at home products invented somewhere else has to be got over: for this reason it&#8217;s necessary to concentrate resources, technologies and researches on the innovation&#8217;s field. Therefore, design has to become the heart of investments of the second phase:meaning by  this design, ideation, planning, creation, patents.  China will not be able to remain for a long time this ambigous zone where “made-in-China” is always accompanied by labels of this kind: <span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">“Designed by Apple in California Assembled in China”</span></span><span style="color: #404040;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">. </span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">China will have to be no more the place of assembly of technologies and designs created in other countries. So, &#8211; this is the article&#8217;s conclusion – the challenge of present future is “Design in China”. For this reason, in little towns as Wuxi are financed worldwide scale projects to attract some hundreds of designers also from foreign countries and to start a formative activity directed to local creativity. </span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">A way of acting well understood by Robin Li, the search engine “Baidu”&#8217;s inventor and for this reason chosen by the magazine “Time” as one of the hundred most influential personalities in the world. Latitude and imagination: these two coordinates, the former spatial, the latter mental, define China&#8217;s new phase and, for this reason, they have been chosen as key-words for Shangai&#8217;s expo. </span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">In the meanwhile, the crowd of people buying chinese good exported everywhere in the world have a clear understanding that these products seem to be true, it&#8217;s as if they were true, maybe are even true. Yet, even if they&#8217;re false, they are bought for this ambiguity. If you consider better what is going on, it seems that this distinction between true and false – that here I will define as “Fake”, according to the movie “F for Fake”, by Orson Welles, &#8211; is not able to get the deep surface of these things. In fact, they are often produced in China thanks to an head office&#8217;s licence  &#8211; for example an italian one, as regards clothes, &#8211; . It&#8217;s enough only to change a letter (from “Armani” to “Amani”) in order to avoid improbable causes, even if the product is entirely equal or likely. </span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">It often comes from the same factories, or ghost-subfactories, twins or parallel, without any camouflage operation. In other words, copyright  is in crisis not only for intellectual productions – as it&#8217;s always obsessively remarked in conventions and parliaments &#8211;  but also for material products. To introduce better my opinion, this distinction between material and immaterial doesn&#8217;t work any more. It&#8217;s a logical – and productive – dualism, in crisis,  that tries to defend  a clearly finished and surely changed past. </span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">However, neither any government tries to stop these technological innovations able to clone things pressing a button, nor these industries that produce these reproducibility&#8217;s technologies have moral crises or criminal accusations. On the contrary we are living in a period where each of us can both create things, stories, images  and to clone them whithout asking any permission. And the publicities against the so called piracies seem to help the pirates and to make the gallery laughs. </span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">The “copy-left” is not a case of a slogan of an anarchical and pirate-like Left. It&#8217;s the praxis that every people supplied with instruments &#8211; instruments within reach by now &#8211; practice in daily life. The only difference is that, in China, this reproductive activity involves both the goods&#8217;sides and the intellingence&#8217;s ones in a way extended in latitude and imagination. In this way the product&#8217;s authencity fails more and more and, with it, the ambiguous value that this concept has always meant: to be authentic is a truly restorative ideology or a nonsense model. </span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">Besides, in Anthropology,authenticity, together with purity and origin are discussed for some time because cultures and also individuals can&#8217;t declare themselves or, worse, to be declared pure and  original any more:  on the contrary they are an involved result of blendings, hybridizations and mutations. When somebody – a fashion stylist or a software engineer – invents a product, this becomes a citadel surronded by eyes that will make everything possible – if it has got an appeal – to copy it. </span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">It&#8217;s a kind of techno-anthropophagy that starts. Things are selected, sectioned, swallowed, assembled and recycled as if they were an enemy body&#8217;s delicious parts, took prisoner and cooked still full of the virtues he/she used to bring and whose final goal will be to be devoured and absorbed by an hungry local iniziative. </span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">A techno-anthropophagy, devoring goods and technologies to assume theme in individual physiology, as if they were ours, it&#8217;s surely typical not only of China but also of the praxis of each of us. It&#8217;s only that China has succeeded, in a very short time, in giving an organized jump  – almost a systemic one, I should say &#8211; to all this, unifying material and immaterial reproduction.</span></span></p>
<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-2748" href="http://www.rivistadiscienzesociali.it/2011/10/28/2723/fake_addidas1-300x225/"><img class="size-full wp-image-2748 aligncenter" title="fake_addidas1-300x225" src="http://www.rivistadiscienzesociali.it/wp-content/uploads/2011/10/fake_addidas1-300x2251.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><br />
</span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">In addition to official stores, (an obsolete word, by now) little shops, benches, bookstalls, wheelbarrows, simple carpets, pedlars and so on spread in the most various territories: in other words a neverending and uncontrollable sale&#8217;s mycrophisics, whose costs of reproduction are near to zero and its purchase prices so cheap that similar products of other countries have no possibility of competition with them. </span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">So China, thanks to techno-digital, inteprets at best what the present glocalized phase offers in accelerated spatiotemporal modalities. The classical conflict between productive forces and production relations is retired. The actual fight is between ideational and productive forces, reproduction&#8217;s technologies and digital communication. The motive power is always ideational innovation but it&#8217;s only that this shining lasts a nano-second because its exposition is offered to everybody&#8217;s replicating eyes. The shining becomes reproducible. The most apt example is a fashion parade: it&#8217;s an organized event to introduce models with new clothes because a stylist has to show every seasonal collection and a parade can&#8217;t help being global because its products are global: brand and communication. In the meanwhile a gear impossible to stop &#8211; impossible as it&#8217;s the same event that drives it &#8211; sets in motion: a techno-anthropophagous copy-left. </span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">A just implemented software shares a not very different destiny: difences made to protect  are constantly attacked by the same logics that reproduce it. This fake&#8217;s irresistible spread doesn&#8217;t happen only in goods and culture&#8217;s reproductive field but also in thinner and vintage consumption&#8217;s sphere. More clearly in this direction, fake becomes no more the opposite of true or authentic: fake is the wave that accelerates ways of life&#8217;s changes and diffuses a simple truth about the state of things. Fake is the true-false, an immanent mix that dissolves classical dualism&#8217;s distinctions based on certainty of truth. A process that art had practiced for a long time, in tight alliance with myth (against and beyond a logic translated as instrumental rationality or “ratio”) and that the already quoted movie by Orson Welles is able to express at best thanks to a sort of testament of a great artist of cinema. </span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">Art is never realist, so much the less it reproduces reality. Art expresses dissonances towards every form of realism and an artist, smoking Magritte&#8217;s pipe, creates a fake. Fake&#8217;s expansion in consumption and in urban communication stimulates a process similar to the reproductive one, where every subject becomes a “performer”, a concept that in its actvism is more precise than that of “prosumer”.This ambiguity true-false spreads in urban life&#8217;s different fields as I could meet during my trip. What the “theme-parks” have been, are becoming experience not linked only, and not even so much, with specific places of loisir where you have to pay the ticket to enter: these are areas inserted in, part of daily life, where you can come in and get out  without a formal or a symbolic threshold, a “limen” that could signal the end of a known passage and the beginning of another one still unknown: entertainment. </span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">From the boundless metropolis of  Chong Qing (30 milion inhabitants) to Sanya&#8217;s limpid shores with its cyrillic writings, it seems that the surface of China is involved or wrapped up by this formative process, symmetric to the productive one, that is inserted in a random way, in a daily tissue, and redefines authentic mixed with scenograpies that make exotic many world&#8217;s corners in the lanes of the city. </span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">An hotel in Sanya is as a thematic park as its shores:the historical fortress dominates its wide river with its scenografies like “Captain Hook”; the “Confucio Center” in Nanjing frames both a market and an homonymous museum; the emperor Ming&#8217;s huge head is becoming a multi-floor hotel that overhangs the “Ghost-city”. Fake-in-China is between “made” and “design”, to build other people&#8217;s products and to conceive a one&#8217;own drawing. </span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">My conceptual conclusion, arrived by surprise in the end of this writing&#8217;s review, is the following: Fake-in-China means a practice that interlaces, according to different modalities and textures, three concepts: falsification, enlightenment and illusion. </span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">Fake is a costant falsification enlightened by illusion. What we still define as factories have partially become something else. As advanced establishments tend to make coicindent a target with a single person, symmetrically the one man show model imposes itself in production: in other words activities based on a single person have expanded from show business to goods&#8217; reproduction and to their sale. </span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">The one man show is China&#8217;s winning secret, the most individualist Country of the world. And it&#8217;s tried to urge and to frame  its excess of  iniziative in a conception of the world determined by destiny where confucian phylosophycal tradition is melted and inserted in the State&#8217;s ideology. But how long? In some way fake practices total work of art extended to material and immaterial goods, to performative consumption, to digital communication. Enlightened illusion of false. And so fake is becoming something else and altered. A vision of the world with its philosophy and many praxes. </span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">From the beginning I thought my task hadn&#8217;t to interfere with internal political matters, both to respect an invitation sent to me and for the huge diffuculties to articulate a position not determined by ethnocentric imprecisions about a so complex culture whose language I don&#8217;t know. And I have to add that my knowledge of its history is very scarce. I made this choice not so much for ethnography – that imposes a method that I couldn&#8217;t apply thanks to my ignorance – as for my desire to write in a narrative style, mixing different genres beginning with this point of view: a surface-trip. And through this level, to try to squeeze every smallest detail&#8217;s juice. </span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">For this reason my trip is a declared “surface-trip” that tries to give this concept all the thickness I&#8217;m able to.  A travel and to travel yourself is anthropology and travels are travellers; the ability to tell both levels is a narrative art, careful of trivials and visions, able to avoid the risk to reproduce a glance rigged by stereotypes.  And just an astonished glance becomes art and smartness in subtle penetrations of details, absorbed as a sponge, then squeezed and interrogated about their possible meanings. </span></span></p>
<p><span style="color: #000000;">“<span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">Fake-in-China” doesn&#8217;t want to address an accusation to China for goods&#8217; falsification; on the contrary, the title tries to present – in the activities launched by political power and by the force of things of this Country – that global process started by Euro-America where China became part of it impressing an as striking as unexpected acceleration.</span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">So China is all in the rules and, if you want, in the spirit of what we still call capitalism. And, in fact, we know that Monsieur le Capital, respected rules dictated by itself only when they were corresponding to its goals. What, according to somebody, should be irregularity here, is what has been and is again istitutional praxis of the so called Western Countries: you can think, only as an example, about that genius of financial crime, Bernie Madoff, that in Wall street&#8217;s heart made tremble not only world stock-exchanges. </span></span></p>
<h5><span style="font-weight: normal;"><a style="font-weight: normal;" rel="attachment wp-att-2753" href="http://www.rivistadiscienzesociali.it/2011/10/28/2723/fake-chinese-logos-starbucks-mcdonalds-pizzahut-132x300-3/"><img class="aligncenter size-full wp-image-2753" title="fake-chinese-logos-starbucks-mcdonalds-pizzahut-132x300" src="http://www.rivistadiscienzesociali.it/wp-content/uploads/2011/10/fake-chinese-logos-starbucks-mcdonalds-pizzahut-132x3003.jpg" alt="" width="132" height="300" /></a></p>
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<h3><span style="font-weight: normal;">“Fake-in-China” wants to be a try to narrate things&#8217; surface I saw in a period of six months between the end of 2009 and the beginning of 2010. The University of Communication of Nanjing (The Cucn) – where I taught for six months and I could make my trips – gave me this chance. This ethnographic fiction starts from here and moves on not linear routes, along different places of this Country, amid some big metropolises like Nanjing, Shanghai, Hong Kong, Macao, Chong Quing; along the river Yatze and its unexpected meetings; on the shores and the ethnotouristic resorts in Sanya, in widespread thematical parks and in a lot of local “Venice”; all of it soaked in my personal stories&#8217; fragments, in pasts that emerge, crucial moments of my sentimental life, difficulties of eating; the mission to teach different students, chat exchanges, the unpredictable revealing of one of my Iago, The Honest Iago in Nanjing, a criticism to Sao Paulo, my second city that lost its polyphony, some short quotations or lyrics collected here and there, and a conclusion dedicated to a big statue of Buddha that – silent – observes and calms the river&#8217;s waves down.</span></h3>
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<p></span></h5>
]]></content:encoded>
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		<title>Dalla socialità dell’Arte alle culture digitali</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 10:48:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Anna Maria Di Miscio]]></category>
		<category><![CDATA[Numero Due]]></category>

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		<description><![CDATA[Introduzione Nella prima parte di questo saggio breve metto a fuoco il concetto di socialità dell’arte maturato nel primo Ottocento. L’arte come ogni altra attività umana, era già considerata una delle molteplici espressioni dell’essere umano in uno specfico contesto sociale e storico e in un determinato momento della sua biografia. Analizzerò poi il successivo passaggio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2></h2>
<h2><a href="http://www.rivistadiscienzesociali.it/2011/10/28/dalla-socialita-dell%e2%80%99arte-alle-culture-digitali/8364836-illustrazione-digitale-delle-cellule-del-sangue-e-il-corpo-umano-sfondo-di-colore/" rel="attachment wp-att-2207"><img class="size-medium wp-image-2207 aligncenter" title="8364836-illustrazione-digitale-delle-cellule-del-sangue-e-il-corpo-umano-sfondo-di-colore" src="http://www.rivistadiscienzesociali.it/wp-content/uploads/2011/10/8364836-illustrazione-digitale-delle-cellule-del-sangue-e-il-corpo-umano-sfondo-di-colore-300x187.jpg" alt="" width="300" height="187" /></a></h2>
<h2 style="text-align: justify;"></h2>
<h2 style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="color: #4c4c4c;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;">Introduzione</span></span></span></h2>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY">Nella prima parte di questo saggio breve metto a fuoco il concetto di socialità dell’arte maturato nel primo Ottocento. L’arte come ogni altra attività umana, era già considerata una delle molteplici espressioni dell’essere umano in uno specfico contesto sociale e storico e in un determinato momento della sua biografia.</p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY">Analizzerò poi il successivo passaggio alla Sociologia dell’Arte intesa come ambito disciplinare autonomo, ovvero analisi, ricerca e studio dei processi socio-culturali che informano i circuiti dell’Arte e gli artefatti artistici.</p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY">Nella seconda parte elaboro alcune riflessioni sulla riproducibilità tecnica dell’arte. Mi soffermerò in particolare sulle dinamiche di desacralizzazione dell’arte compiutamente espresse dal ready made, ma anche e soprattutto da un’opera straordinaria, l’Etant Donnés di Duchamp, un’opera che con notevole anticipo rispetto alle più recenti tecnologie mediali è un complicato meccanismo di produzione e visione dell’opera. Nella terza parte individuerò il nesso tra le pratiche innovative di produzione, riproduzione e fruizione dell’arte e delle culture digitali</p>
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #333300;">Socialità dell’Arte</span></h3>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: small;">Mi sembra opportuno, in prima istanza, sottolineare la centralità della relazione tra arte e società, arte e sistema socio-culturale, una relazione che era del tutto assente non solo nel concetto di autonomia dell’arte e dell’artefatto artistico dal chiasso effimero della mondanità, espressione di un lirismo del tutto soggettivo al di là di ogni forma di condizionamento, ma anche nella concezione dell’arte come mero specchio e riflesso del contesto storico-sociale.</span></span></span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY">L’esperienza del fare arte vive e si nutre della relazione con i mondi della vita quotidiana. Sia la produzione che la fruizione dell’oggettivazione artistica sono anche e soprattutto partecipazione ad un’esperienza umana, concreta e significativa, complementare a tutte le altre attività umane, sono il risultato mai definitivo di un tessuto di relazioni circolari tra artista e pubblico, tra produzione e ricezione dell’opera, tra il sistema arte e il contesto sociale e culturale di riferimento.</p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY">Già nel primo Ottocento matura la consapevolezza della dimensione sociale dell’arte, della relazione tra produzione artistica e contesto storico-sociale. Con il Romanticismo l’arte si fa documento umano come aderenza alla vita sociale e come ricostruzione fantastica delle emozioni e passioni dell’artista.</p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY">Allo stesso tempo l’arte è sì parte di quell&#8217;insieme sovrastrutturale di idee e principi che interagiscono dialetticamente con la struttura economica, ma è anche testimonianza ed espressione del conflitto sociale, della lotta per l’egemonia. Allora il ruolo dell’artista non potrà che essere un ruolo di un interprete del suo tempo, che forza l’apparenza delle cose, legge e rielabora dalla sua personale prospettiva le dinamiche sociali e il loro divenire.</p>
<p style="text-align: justify;">A partire da queste premesse fondative la Sociologia dell’Arte nasce come disciplina autonoma solo nel momento in cui viene incluso nell’analisi il terzo polo della relazione, il pubblico. È ora rilevante nell’analisi sociologica non solo la socialità dell’arte e dell’artefatto artistico, la loro relazione con il contesto sociale e storico di riferimento, ma anche e soprattutto il pubblico, dunque la ricezione e la fruizione dell’opera.</p>
<p style="text-align: justify;">L’opera è testimonianza dell&#8217;artista e del suo tempo storico, ma è anche e soprattutto l’esito di un processo sociale che ha il suo punto di arrivo, di conclamata definizione, nell’atto della fruizione. L’artefatto artistico, in altre parole, è un intrecciato dialogo tra artista, oggettivazione artistica e identità sociali in un determinato momento della loro storia, è materia simbolico-comunicativa, una fabbrica di senso per l’individuo e per la collettività.</p>
<p style="text-align: justify;">La messa a fuoco della relazione tra opera e pubblico è possibile, dunque, a partire dall’analisi sia dei significati iscritti nell’opera che delle modalità di lettura e interpretazione del fruitore, relazione che possiamo definire di negoziazione, o meglio dialogo che non ha mai fine, perché ad ogni nuova lettura nuovi e differenti significati possono essere attribuiti all’opera, purchè ovviamente impliciti, ancorati ai contenuti del testo.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli studi sulla ricezione estetica (Robert Jauss, Umberto Eco, Wolfgang Iser) hanno ormai acquistato diritto di cittadinanza nella Sociologia dell’Arte, l’opera è qui intesa come un ipertesto fatto di molti altri testi che si ricompone e si completa nell’esperienza della fruizione, della sua interpretazione, attimo in cui l’Arte si compie come processo culturale e sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">L’oggetto estetico si fa, nell’atto della ricezione, artefatto mentale del fruitore, non è mai dato una volta per tutte in una determinazione univoca di senso, la sua forza sta nella capacità di aprire un dialogo, mentre il fruitore a sua volta la completa riempiendo di significati gli spazi vuoti del testo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.rivistadiscienzesociali.it/2011/10/28/dalla-socialita-dell%e2%80%99arte-alle-culture-digitali/attachment/9/" rel="attachment wp-att-2178"><img class="aligncenter" src="http://www.rivistadiscienzesociali.it/wp-content/uploads/2011/10/9-193x300.jpg" alt="" width="193" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;">Per leggere il seguito procedere con l’acquisto e il download dell&#8217;articolo &#8220;Dalla socialità dell’Arte alle culture digitali&#8221;</span></p>
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		<title>Stati di natura o modelli dominanti?</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 10:00:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gianfranco Meneo]]></category>
		<category><![CDATA[Numero Due]]></category>

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		<description><![CDATA[Il modello eterosessuale di riproduzione sessuale e di continuazione della specie ha una valenza biologica. Inevitabilmente tale concezione ha posto in essere una drastica operazione di salvaguardia e sopravvivenza dell’unico rapporto in grado di mantenere tale status: l’unione tra uomo e donna. Quindi tutto ciò che va contro questa accezione risulta non convenzionale, negativo. L’amore [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.rivistadiscienzesociali.it/2011/10/28/stati-di-natura-o-modelli-dominanti/gay_a_i3/" rel="attachment wp-att-2334"><img class="size-full wp-image-2334 aligncenter" title="gay_a_i3" src="http://www.rivistadiscienzesociali.it/wp-content/uploads/2011/10/gay_a_i3.jpg" alt="" width="480" height="319" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Il modello eterosessuale di riproduzione sessuale e di continuazione della specie ha una valenza biologica. Inevitabilmente tale concezione ha posto in essere una drastica operazione di salvaguardia e sopravvivenza dell’unico rapporto in grado di mantenere tale status: l’unione tra uomo e donna.</p>
<p style="text-align: justify;">Quindi tutto ciò che va contro questa accezione risulta non convenzionale, negativo.</p>
<p style="text-align: justify;">L’amore non eterosessuale perde in partenza la sua valenza e tutto ciò che circonda l’alveo della comunicazione risente di questa accezione. La tradizione romanzesca prima, narrativa poi, cinematografica dopo, fino al più becero gossip mediatico frutto dei social network odierno, prendono come esclusivo modello l’amore eterosessuale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma pensiamo anche ad altri messaggi come la pubblicità che quotidianamente invade i nostri spazi vitali come guardare la televisione, leggere, viaggiare, assistere ad un evento sportivo. La pubblicità, per dirla con Codeluppi, è: “Fonte ed espressione di significati sociali, di identità, di identificazioni e contribuisce alla costruzione di un immaginario collettivo, che sembra influenzare e condizionare gli individui”.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo invasi da messaggi di famiglie allegre, quadri dai colori pastello in cui i componenti sono rigorosamente eterosessuali e, all’apice della perfezione, ostentano anche figli di sesso diverso (la cosiddetta “famiglia del Mulino Bianco” che tanto si è instradata nel nostro inconscio). È il tripudio dell’eterosessismo e noi assorbiamo incorporando sempre più la concezione che tutto ciò che sfugge a tale classificazione è da considerarsi “anormale” (termine orribile tanto quanto “normale”).</p>
<p style="text-align: justify;">E così, compattati sul piano dell’eterosessismo, i mezzi di comunicazione si dedicano a coltivare la possibilità di sezionare ciò che stona.</p>
<p style="text-align: justify;">In tal senso leggasi il grande steccato sollevatosi nei confronti del messaggio pubblicitario della catena Ikea che, aprendosi a tutti i tipi di famiglie, indicava due uomini. I rifiuti emersi da parte del governo sono stati netti messaggi di respingimento della diversità e il tripudio del consolidamento dell’eterosessualità, in assenza che di una base che la spieghi scientificamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma perché accade questo?</p>
<p style="text-align: justify;">In fondo non esiste una teoria che ci spieghi perché dopo l’atto di riproduzione sessuale l’uomo e la donna debbano vivere insieme ma, inevitabilmente, fiabe, letteratura, cinematografia e mezzi di comunicazione di massa di ultima generazione, considerano questa condizione inevitabile, processo naturale da assolvere per compiere un percorso di vita condiviso e meritevole di riconoscimento.</p>
<p style="text-align: justify;">Invece, ritengo condivisibile l’opinione di Luois-Georges Tin che inquadra l’atteggiamento descritto come un semplice modello culturale dominante. In tal senso, basterebbe prendere in considerazione l’esempio delle specie animali che dopo l’atto di riproduzione non intraprendono, loro si guidati dall’istinto, una vita di coppia necessariamente eterosessuale.</p>
<p style="text-align: justify;">In tema di comunicazione uno degli eventi mediatici più seguiti negli ultimi anni è stato il Grande Fratello: scatola chiusa teleosservata, non certo frutto del miglior tipo di modello televisivo eppure oggetto dell’attenzione di milioni di telespettatori.</p>
<div class="mceTemp mceIEcenter" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_2337" class="wp-caption aligncenter" style="width: 569px;">
<dt class="wp-caption-dt"><a href="http://www.rivistadiscienzesociali.it/2011/10/28/stati-di-natura-o-modelli-dominanti/grandefratello-sarah-veronica-bacio/" rel="attachment wp-att-2337"><img class="size-full wp-image-2337 " title="grandefratello-sarah-veronica-bacio" src="http://www.rivistadiscienzesociali.it/wp-content/uploads/2011/10/grandefratello-sarah-veronica-bacio.jpg" alt="" width="559" height="335" /></a></dt>
<dd class="wp-caption-dd">- Grande Fratello: il bacio di Sarah e Veronica -</dd>
</dl>
</div>
<p><span style="color: #ff0000;">Per leggere il seguito di questo articolo procedere con l’acquisto e il download di &#8220;Stati di natura o modelli dominanti&#8221; Gianfranco Meneo</span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Scienze della Comunicazione in Italia, tra amenità e simulazioni</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 09:17:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Numero Due]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Cristante]]></category>

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		<description><![CDATA[“I rumors, le dicerie, sono vecchi quasi quanto la storia dell&#8217;uomo. Ma con la nascita di internet sono diventati onnipresenti. Ne siamo sommersi. Le voci false e infondate sono particolarmente moleste, provocano un danno reale a individui e istituzioni e spesso sono refrattarie alle correzioni. Possono minacciare carriere, programmi politici, funzionari pubblici e a volte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.rivistadiscienzesociali.it/2011/10/28/scienze-della-comunicazione-in-italia-tra-amenita-e-simulazioni/facolta-di-scienze-della-comunicazione-sapienza-universita-di-roma-3/" rel="attachment wp-att-2269"><img class="size-full wp-image-2269 aligncenter" title="Facoltà-di-Scienze-della-Comunicazione-Sapienza-Università-di-Roma" src="http://www.rivistadiscienzesociali.it/wp-content/uploads/2011/10/Facoltà-di-Scienze-della-Comunicazione-Sapienza-Università-di-Roma2.jpg" alt="" width="280" height="210" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">“I <em>rumors</em>, le dicerie, sono vecchi quasi quanto la storia dell&#8217;uomo. Ma con la nascita di internet sono diventati onnipresenti. Ne siamo sommersi. Le voci false e infondate sono particolarmente moleste, provocano un danno reale a individui e istituzioni e spesso sono refrattarie alle correzioni. Possono minacciare carriere, programmi politici, funzionari pubblici e a volte la democrazia stessa.” (Cass R. Sunstein, <em>Voci, gossip e false dicerie</em>, Feltrinelli 2010, p. 11)</p>
<p style="text-align: justify;">Rai 3, 11 gennaio 2011. Va in onda il il talk-show <em>Ballarò. </em>Mariastella Gelmini, ministra della scuola e dell&#8217;università, rispondendo a una sollecitazione di Giovanni Floris, così si esprime:</p>
<p style="text-align: justify;">“(&#8230;) Allora è chiaro che i giovani sono – come dire? – sfiduciati, esiste un problema di precarietà, di difficoltà, nel rendersi autonomi dalla famiglia, nel poter avere dei figli. La condizione giovanile presenta dei problemi, ma la soluzione non è cavalcare le paure, piuttosto è avanzare delle proposte. Noi abbiamo pensato per esempio alla riforma della scuola superiore che ha voluto dare peso specifico all&#8217;istruzione tecnica e all&#8217;istruzione professionale perché riteniamo che piuttosto di tanti corsi di laurea inutili in scienze delle comunicazioni o in altre amenità servano profili tecnici competenti che incontrino l&#8217;interesse del mercato del lavoro.”</p>
<p style="text-align: justify;">Chiede Floris: “Scienze della comunicazione viene classificata come amenità <em>tout-court</em>?”. Risponde la ministra: “Beh insomma, diciamo che non aiuta a trovare lavoro, questi sono i dati&#8230;”. Floris: “Dipende come la fai però&#8230;”.  Gelmini: “No, le dico che purtroppo sono più richieste lauree di tipo scientifico, lauree che in qualche modo servono all&#8217;impresa.” (<a href="http://istruzione.liquida.it/focus/2011/01/13/il-ministro-gelmini-contro-scienza-delle-comunicazioni-e-una-laurea-inutile">http://istruzione.liquida.it/focus/2011/01/13/il-ministro-gelmini-contro-scienza-delle-comunicazioni-e-una-laurea-inutile</a>)</p>
<p style="text-align: justify;">Due anni prima (19 gennaio 2009) era stato il discusso anchor-man Bruno Vespa a dettare la linea culturale dominante. Al termine di una trasmissione di <em>Porta a porta</em> dedicata a un delitto efferato (caso Meredith), Vespa esclamava, rivolgendosi a un gruppo di studenti liceali presenti alla trasmissione:“Abbiamo bisogno di ingegneri, abbiamo bisogno di tecnici importanti. Una sola preghiera: non vi iscrivete a scienze della comunicazione, non fate questo tragico errore, che paghereste per il resto della vita!” (<a href="http://www.comunitazione.it/leggi.asp?id_art=4826&amp;id_area=4&amp;mac=2">http://www.comunitazione.it/leggi.asp?id_art=4826&amp;id_area=4&amp;mac=2</a>).</p>
<p style="text-align: justify;">Più o meno nello stesso periodo (marzo 2009) il ministro del Lavoro Sacconi dichiarava alla stampa: “&#8221;Nel curriculum di una persona, di un giovane in particolare, peserà nel dopo crisi anche la sua capacità di essersi messo in gioco, di aver accettato anche un lavoro manuale, umile. Conterà nel suo curriculum se è stato disponibile a svolgere un lavoro anche semplice con il quale ha imparato ad essere responsabile di una mansione, a raggiungere un risultato. Certo se è laureato in scienza della comunicazione non è che abbia molto appeal&#8221;. (<a href="http://centrodestra.blogspot.com/2009/03/crisi-economica-sacconi-giovani-siano.html">http://centrodestra.blogspot.com/2009/03/crisi-economica-sacconi-giovani-siano.html</a>)</p>
<p style="text-align: justify;">Fino a qui il centrodestra. Ma anche Romano Prodi, premier del governo di centrosinistra dal 2006 al 2008, aveva più volte fatto notare come l&#8217;alto numero di iscritti a Scienze della comunicazione rispetto alle facoltà scientifiche fosse indice di un cattivo rapporto tra la formazione e il mercato del lavoro (<a href="http://www.politicaonline.it/?p=325">http://www.politicaonline.it/?p=325</a>).</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, la considerazione negativa sui nostri corsi di laurea sembrerebbe politicamente <em>bipartizan</em>, seppure con un ben più evidente grado di stigmatizzazione da parte del centrodestra (fino al “grido di dolore” di Vespa, vera e propria perla comunicativa di questi anni). Quindi, verrebbe da pensare, di fronte a una così forte accentuazione critica vi saranno dati oggettivi che impongono ai politici e ai giornalisti considerazioni così pesanti.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.rivistadiscienzesociali.it/2011/10/28/scienze-della-comunicazione-in-italia-tra-amenita-e-simulazioni/internet-1/" rel="attachment wp-att-2289"><img class="size-full wp-image-2289 aligncenter" title="internet (1)" src="http://www.rivistadiscienzesociali.it/wp-content/uploads/2011/10/internet-1.jpg" alt="" width="448" height="336" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"> <span style="color: #ff0000;"><em>Per leggere il seguito di questo articolo procedere con l’acquisto e il download di &#8220;Scienze della Comunicazione in Italia, tra amenità e simulazioni&#8221; </em></span></p>
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		<title>NeoReality &#8211; publishing ubiquo e nuove percezioni dello spazio/tempo/identità</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 09:01:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Numero Due]]></category>
		<category><![CDATA[Salvatore Iaconesi e Oriana Persico]]></category>

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		<description><![CDATA[Abstract Il 15 Ottobre 2011 a Roma, la grande manifestazione stimolata dai movimenti degli Indignados spagnoli e di Occupy Wall Street si è svolta su più piani, attraversando la città in maniere differenti. L&#8217;analisi dell&#8217;attività sui social network nel tempo/spazio della manifestazione mostra con estrema chiarezza un continuo compenetrarsi dei mondi digitali ed analogici, spingendo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.rivistadiscienzesociali.it/2011/10/28/neoreality-publishing-ubiquo-e-nuove-percezioni-dello-spaziotempoidentita/neoreality_immagine_1-3/" rel="attachment wp-att-2231"><img class="size-large wp-image-2231 aligncenter" title="NeoReality_Immagine_1" src="http://www.rivistadiscienzesociali.it/wp-content/uploads/2011/10/NeoReality_Immagine_12-700x437.png" alt="" width="448" height="280" /></a></p>
<h3 style="text-align: justify;"><strong>Abstract</strong></h3>
<p style="text-align: justify;">Il 15 Ottobre 2011 a Roma, la grande manifestazione stimolata dai movimenti degli <em>Indignados</em> spagnoli e di <em>Occupy Wall Street</em> si è svolta su più piani, attraversando la città in maniere differenti.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;analisi dell&#8217;attività sui <em>social network</em> nel tempo/spazio della manifestazione mostra con estrema chiarezza un continuo compenetrarsi dei mondi digitali ed analogici, spingendo a valutare la possibilità di una fusione, liquida e mutevole, dei due ambiti, fino a definire una nuova città in cui il mondo delle molecole e dei bit si uniscono e scorrono insieme.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;osservazione diventa l&#8217;opportunità per ridefinire il concetto di <em>publishing</em>, di editoria, trasformandolo in un dominio capace di attraversare arti e discipline nella creazione di processi di conoscenza, educazione, cultura, informazione e consapevolezza focalizzati nella attuazione di concetti quali ubiquità, molteplicità, emergenza.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><strong>Introduzione</strong></h3>
<p style="text-align: justify;">Ore 18:21, 15 Ottobre 2011. Piazza S. Giovanni in Laterano, Roma. Coordinate 41°53′09″N 12°30′22″E. X è molto agitato. La situazione non è chiara. Dal punto in cui si trova, appoggiato ad un muro dietro alcune automobili, la piazza di solito così familiare risulta irriconoscibile: fumo, suoni assordanti, persone che corrono in tutte le direzioni, spostamenti repentini per evitare cariche delle forze dell&#8217;ordine e reazioni dei manifestanti. Ogni persona che arriva per qualche istante accanto ad X sostiene ipotesi differenti: “non andate verso la piazza, ci sono gli scontri!”; “la via è libera! Torniamo verso il centro della piazza, non c&#8217;è pericolo!”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ore 18:21, 15 Ottobre 2011. Facebook, Twitter, FourSquare. Coordinate 41°53′09″N 12°30′22″E. Eseguendo una analisi di linguaggio naturale utilizzando una rete neurale di tipo <em>logistic regression</em> [1] sulle conversazioni tra gli utenti dei social network, catturate in tempo reale e geo-referenziate nella zona immediatamente attorno alla piazza S. Giovanni in Laterano, emerge una classificazione dei temi trattati dagli utenti e degli stati emozionali espressi nei messaggi. Y è molto agitato. La situazione non è chiara. Dal punto in cui si trova, praticamente nascosto dietro un furgone parcheggiato in quella che di solito è una tranquilla piazzola poco dietro una pacifica piazza, vede fumo, esplosioni e gente che corre. Y estrae dalla tasca il suo <em>smartphone</em> e inizia lentamente a muoverlo intorno a sé, usandolo per guardare la piazza in Realtà Aumentata (AR, Augmented Reality): girando intorno vede “rosso”, “rosso”, “giallo”, “rosso”, “rosso”, “verde”. Trovato! Verde! In corrispondenza del verde: “Ci siamo ricongiunti, qui abbastanza tranquillo #15ott”; “ci hanno aperto il portone per farci entrare, c&#8217;è anche dell&#8217;acqua #15ott”, “@rozzo stiamo correndo via, vediamoci davanti agli alberi a sinistra degli archi”. Y scatta e corre in direzione del verde.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><strong>VersuS </strong></h3>
<p style="text-align: justify;">VersuS è un progetto di FakePress Publishing e di Art is Open Source, parte di un programma di ricerca chiamato ConnectiCity il cui obiettivo è quello di osservare il mutare della vita delle città con l&#8217;avvento delle tecnologie ubique [2]. Le conversazioni sui social network vengono catturate in tempo reale, geo-referenziate, classificate secondo una serie di logiche dipendentemente dal tipologia di utilizzo (ad esempio per tipologia di emozione espressa, o per tema, o anche per tipologia di messaggio) e visualizzate in maniera infoestetica, generando delle rappresentazioni tridimensionali in cui la classificazione di interesse dà forma a volumi differenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella Immagine 1, in cui è rappresentato il titolo “love VS turin”, alla mappa geografica della città di Torino sono sovrapposte le superfici tridimensionali corrispondenti alle intensità delle conversazioni di tono amoroso che in quei luoghi si svolgono sui social network: dove la superficie è più alta, maggiore è il numero di conversazioni d&#8217;amore ad opera di utenti che, in quel momento, si trovavano in quello specifico luogo geografico. Nella Immagine 2, in cui si dà rappresentazione del tema “rome VS riots”, la mappa della città di Roma è sovrastata dalla rappresentazione dell&#8217;intensità di messaggi scambiati sui social network durante la manifestazione del 15 Ottobre 2011.</p>
<p style="text-align: justify;">Il progetto VersuS descrive un conflitto estremamente rilevante nel corso degli ultimi anni del nostro contemporaneo: il creativo attacco alla realtà operato dalle culture digitali.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta di una non-battaglia, senza vinti e vincitori, di una performance mutante e sensuale in cui i due contendenti si avvolgono vicendevolmente in un abbraccio ricombinante, tanto violento quanto amoroso, da cui non riusciranno mai più a divincolarsi, emergendone uniti in configurazioni fluide e mobili, mutando oggetti, edifici, pelli, arti, discorsi, azioni, luoghi, tempi, saperi ed emozioni, che si moltiplicano, si svincolano dai singoli punti di vista, si disseminano nello spazio e nei processi, si trasformano di connessione in connessione.</p>
<p style="text-align: justify;">VersuS descrive la nuova vita del nostro spazio: è una forma di pubblicazione il cui oggetto è la correlazione degli spazi fisici e digitali. In VersuS le conversazioni e le interazioni tra persone sui social network si proiettano sulle strade delle nostre città, nelle nostre case, nei luoghi in cui lavoriamo, consumiamo, apprendiamo e ci intratteniamo, trasformandole. Il mondo fisico della realtà ordinaria si popola di molteplici strati di informazione e comunicazione che ne mutano la realtà, la sostanza e la consistenza: oggetti, edifici, persone e processi si interconnettono tra loro attraverso scambi digitali che permettono di seguire attraversamenti diversi degli spazi e dei tempi delle nostre vite.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><strong>NeoReality</strong></h3>
<p style="text-align: justify;">Il ricondurre l&#8217;informazione e la comunicazione digitale al mondo fisico, andando oltre l&#8217;idea della semplice sovrapposizione e optando per un più complesso e consapevole processo di ricomposizione, genera diverse tipologie di effetti, a livelli cognitivi, culturali, antropologici, sociali, politici, poetici.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;">Per leggere il seguito di questo articolo procedere con l’acquisto e il download di &#8220;NeoReality &#8211; publishing ubiquo e nuove percezioni dello spazio/tempo/identità&#8221;</span></p>
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		<title>Seconde generazioni: invisibilità e utilizzo della rete</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 08:59:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Antonella Passani]]></category>
		<category><![CDATA[Numero Due]]></category>

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		<description><![CDATA[E’ possibile definire un giovane di “seconda generazione” in maniera più o meno ristretta. In senso stretto si definiscono di seconda generazione i figli nati in Italia da due genitori stranieri. Si definiscono generazioni uno e mezzo o uno-virgola-due i figli nati da coppie miste o entrati nel paese di accoglienza in tenera età e, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.rivistadiscienzesociali.it/2011/10/28/seconde-generazioni-invisibilita-e-utilizzo-della-rete/1-paassani-4/" rel="attachment wp-att-2305"><img class="size-full wp-image-2305 aligncenter" title="1 paassani" src="http://www.rivistadiscienzesociali.it/wp-content/uploads/2011/10/1-paassani3.png" alt="" width="537" height="352" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">E’ possibile definire un giovane di “seconda generazione” in maniera più o meno ristretta. In senso stretto si definiscono di seconda generazione i figli nati in Italia da due genitori stranieri. Si definiscono generazioni uno e mezzo o uno-virgola-due i figli nati da coppie miste o entrati nel paese di accoglienza in tenera età e, secondo alcuni autori, fino alla prima adolescenza. Le informazioni statistiche sulle seconde generazioni sono alquanto frammentarie: riflettono, accrescendole, le incertezze dei numeri relativi alla prima generazione di migranti. Di fatto i membri delle seconde generazioni esistono solo a scuola, poi scompaiono.</p>
<p style="text-align: justify;">Parto da un problema statistico e da una prospettiva che potrebbe sembrare estremamente settoriale ma mi propongo di allargare presto il problema per vedere se e fino a che punto abbia senso parlare di “seconde generazioni” e quale ruolo possa giocare la rete nel rendere visibile un gruppo sociale relativamente nuovo per l’Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">Partiamo quindi dal problema statistico; le seconde generazioni sono facilmente individuabili al giorno della nascita, ed ogni anno contribuiscono a tenere il tasso di natalità del nostro paese in positivo. Dopo di che, perdono la loro specificità.</p>
<p style="text-align: justify;">Come fa notare Jacquiline Andall &#8211; una delle prime a studiare le seconde generazioni italiane &#8211; definire e osservare le seconde generazioni appare difficile dal momento che i figli di stranieri assumono, in Italia, la cittadinanza dei genitori e solo al compimento dei diciotto anni possono intraprendere il percorso per ottenere la cittadinanza italiana. In questo modo un sedicenne appena arrivato in Italia dal Marocco risulta generalmente indistinguibile, nelle statistiche ufficiali, da un coetaneo nato in Italia da genitori marocchini. Entrambi risultano essere minori stranieri avendo però profili sociali estremamente diversi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora più difficile seguire i figli di stranieri arrivati nel nostro paese in tenera età. Prendiamo un ragazzo arrivato in Italia a due mesi, figlio di Filippini. In prima media sarà indistinguibile da un ragazzo arrivato nella stessa classe dall’Egitto appena una settimana prima dell’avvio dell’anno scolastico. I due compagni di classe saranno entrambi “studenti stranieri”, ma saranno assai diversi dal punto di vista identitario, delle competenze relazioni, culturali, linguistiche, etc.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;">Per leggere il seguito di questo articolo procedere con l’acquisto e il download di &#8220;Seconde generazioni: invisibilità e utilizzo della rete&#8221;</span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Le rettifiche al tempo di Internet</title>
		<link>http://www.rivistadiscienzesociali.it/2011/10/28/2101/</link>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 08:29:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Enrico Ciccarelli]]></category>
		<category><![CDATA[Numero Due]]></category>

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		<description><![CDATA[Il giornalismo online, inteso sia come attività informativa compiuta direttamente sul web sia come proiezione online di mezzi di informazione tradizionale, pone problemi di grande complessità, legate alla natura stessa della comunicazione reticolare, caratterizzata dall&#8217;orizzontalità e dalla compresenza ipertestuale, e quindi dalla relativa apparente atemporalità. Ma c&#8217;è di più: l&#8217;inossidabilità della rete, la sua tendenziale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.rivistadiscienzesociali.it/2011/10/28/2101/tentativi-integrazioni/" rel="attachment wp-att-2312"><img class="size-full wp-image-2312 aligncenter" title="tentativi-integrazioni" src="http://www.rivistadiscienzesociali.it/wp-content/uploads/2011/10/tentativi-integrazioni.jpg" alt="" width="375" height="380" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Il giornalismo online, inteso sia come attività informativa compiuta direttamente sul web sia come proiezione online di mezzi di informazione tradizionale, pone problemi di grande complessità, legate alla natura stessa della comunicazione reticolare, caratterizzata dall&#8217;orizzontalità e dalla compresenza ipertestuale, e quindi dalla relativa apparente atemporalità. Ma c&#8217;è di più: l&#8217;inossidabilità della rete, la sua tendenziale perennità danno preoccupazioni diverse e maggiori rispetto all&#8217;abituale condizione effimera dell&#8217;informazione a stampa o radiotelevisiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Immaginate che, innocenti, finiate in un&#8217;indagine giudiziaria accusati di un reato infamante (che so, pedofilia); la gogna mediatica a cui verrete sottoposti distruggerà la vostra vita, i vostri affetti, le vostre relzioni, senza contare la probabile detenzione cautelare. Immaginate che il castello accusatorio si basi sulla intercettazione di talune telefonate ambigue con persone che, a vostra insaputa, trafficavano in pedopornografia: quelle intercettazioni saranno pubblicate in base alla ricostruzione dell&#8217;accusa, quindi con una chiave ermeneutica decisa, che non ammette prova contraria.</p>
<p style="text-align: justify;">Immaginate che abbiate la fortuna, grazie ad un buon avvocato difensore, allo scrupolo degli inquirenti, all&#8217;emergere di circostanze scagionatrici, di essere totalmente prosciolti dall&#8217;accusa. Ritroverete la libertà, verrete probabilmente risarciti dell&#8217;ingiusta detenzione sofferta, qualche organo di informazione ne darà notizia; insomma riprenderete a vivere, confidando che il vostro incubo venga progressivamente dimenticato.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;"><em>Per leggere il seguito di questo articolo procedere con l’acquisto e il download di &#8220;Le rettifiche al tempo di Internet&#8221;</em></span></p>
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		<title>Fra tradizione e nuovi media nell’Instructional Digital Storytelling</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 08:00:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Numero Due]]></category>
		<category><![CDATA[Raffaella Delbello]]></category>

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		<description><![CDATA[1. Immaginando di introdurre l’argomento Tutti gli uomini per natura tendono al sapere. Aristotele, Metafisica. Istoria (historìa) in greco antico significa “ricerca attraverso l’ispezione visiva”[1] e si riferisce alla disciplina che studia il passato attraverso la ricerca e l’uso di fonti. Nel linguaggio comune, al di là del significato più rigidamente connesso al sistematico studio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><a href="http://www.rivistadiscienzesociali.it/2011/10/28/esercizi-di-immaginazione-intorno-alla-convergenza-fra-tradizione-e-nuovi-media-nell%e2%80%99instructional-digital-storytelling/digitalstorytelling/" rel="attachment wp-att-2391"><img class="size-full wp-image-2391 aligncenter" title="DigitalStorytelling" src="http://www.rivistadiscienzesociali.it/wp-content/uploads/2011/10/DigitalStorytelling.jpg" alt="" width="300" height="148" /></a></div>
<div style="text-align: justify;"><strong><br />
</strong></div>
<ol style="text-align: justify;">
<li>
<h3><strong>1. </strong><strong>Immaginando di introdurre l’argomento</strong></h3>
</li>
</ol>
<p style="text-align: justify;"><em>Tutti gli uomini per natura tendono al sapere.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Aristotele, Metafisica.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>I</em><em>s</em><em>t</em><em>o</em><em>r</em><em>i</em><em>a</em><em> (historìa) </em>in greco antico significa “ricerca attraverso l’ispezione visiva”<a href="file:///C:/Users/anna%20maria%20di%20miscio/AppData/Local/Microsoft/Windows/Temporary%20Internet%20Files/Content.IE5/IV54W9YZ/Digital%20Storytelling.doc#_ftn1">[1]</a> e si riferisce alla disciplina che studia il passato attraverso la ricerca e l’uso di fonti. Nel linguaggio comune, al di là del significato più rigidamente connesso al sistematico studio dei trascorsi di un qualunque oggetto del mondo, la parola storia si riferisce anche al risultato di una attività narrativa nella quale il processo di visione implicato è quello connesso all’immaginazione. Nell’evoluzione del pensiero occidentale l’immaginazione è stata considerata come una funzione intellettiva capace di aumentare ed espandere il grado di conoscenza dell’uomo e questo perché “L’immaginazione conviene col senso in quanto percepisce le cose particolari; supera il senso perché senza che ci sia nulla, produce immagini” come osservato da Marsilio Ficino nel Commento a Prisciano di Lidia (1489)<a href="file:///C:/Users/anna%20maria%20di%20miscio/AppData/Local/Microsoft/Windows/Temporary%20Internet%20Files/Content.IE5/IV54W9YZ/Digital%20Storytelling.doc#_ftn2">[2]</a>. Venendo a tempi più recenti non possiamo trascurare il fatto che all’interno del paradigma delle scienze della cognizione, che si occupano di ogni aspetto della conoscenza, ovvero da come la si acquisisce a come la si utilizza, passando per il come la si detiene, l’immaginazione (mental imagery) è una facoltà che consente agli individui di esperire qualcosa di simile ad una visione interna che si avvale, secondo numerosi dati sperimentali, anche di rappresentazioni pittoriche<a href="file:///C:/Users/anna%20maria%20di%20miscio/AppData/Local/Microsoft/Windows/Temporary%20Internet%20Files/Content.IE5/IV54W9YZ/Digital%20Storytelling.doc#_ftn3">[3]</a> del mondo (Kosslyn, 1995). L’occhio della mente sembra essere dunque fondamentale per sfruttare coscientemente alcune capacità dell’essere umano di impiegare la propria intelligenza, non ultima quella che appartiene alla sfera sociale e che ci permette di percepire noi stessi come delle entità singole e definite, ovvero come dei <em>sé</em>. Leggere ed osservare la propria mente rende l’essere umano capace di fare altrettanto con gli individui che lo circondano ed in tal modo egli si rende un perpetuo teorico<a href="file:///C:/Users/anna%20maria%20di%20miscio/AppData/Local/Microsoft/Windows/Temporary%20Internet%20Files/Content.IE5/IV54W9YZ/Digital%20Storytelling.doc#_ftn4">[4]</a>, potenzialmente in grado di distinguere tra finzione realtà, e, per esempio, di gustare uno spettacolo teatrale o leggere una fiaba e di trarne un insegnamento morale (Humphrey, 1992), materia a volte ben più articolata nell’applicazione pratica di quanto non possa essere, ad esempio, quella sottostante al calcolo integrale.</p>
<p style="text-align: justify;">
<ol style="text-align: justify;">
<li>
<h3><strong>2. </strong><strong>Immaginando di raccontare una storia per imparare</strong></h3>
</li>
</ol>
<p style="text-align: justify;"><em>Quelli che trascurano di rileggere si </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>condannano a leggere sempre la stessa storia.</em></p>
<p style="text-align: justify;">R. Barthes, S/Z</p>
<p style="text-align: justify;">Lo storytelling, o l’arte di raccontare storie, ha una lunga tradizione nella nostra cultura<a href="file:///C:/Users/anna%20maria%20di%20miscio/AppData/Local/Microsoft/Windows/Temporary%20Internet%20Files/Content.IE5/IV54W9YZ/Digital%20Storytelling.doc#_ftn5">[5]</a> e negli ultimi anni è salito alla ribalta come un efficace metodo di istruzione attraverso il quale le persone sembrano imparare con una facilità proporzionale alla misura dell’interesse e del coinvolgimento con cui ascoltano o pensano una storia. Il digital storytelling si può definire in generale come la combinazione fra il metodo della narrazione e l’utilizzo di supporti come immagini grafiche, fotografie, suoni e video (Mellon 2009). A differenza dello storytelling inteso in senso classico, il digtal storytelling comprende l’utilizzo di strumenti multimediali e nuove tecnologie che possono potenziarne la facilità di impiego come metodologia didattica in quanto facilmente reperibili, economiche e agevolmente riproducibili. Le storie digitalizzate naturalmente possono riguardare, come qualunque altro tipo di storia o narrazione, vicende personali o la disamina di eventi storici in senso stretto, tuttavia, nel caso delle storie che informano o istruiscono, ossia l’Instructional Digital Storytelling (da ora in poi IDS), è necessario sottolineare che il loro soggetto è rappresentato da uno specifico argomento riferito a contenuti disciplinari come le scienze naturali, l’economia, le scienze sociali, e via dicendo.</p>
<p style="text-align: justify;">Vi sono due principali modalità di utilizzo dell’IDS a scopi didattici o formativi: come mezzo per presentare nuovi contenuti da parte del docente o come strumento per i discenti attraverso il quale apprendere mentre si costruisce una storia.</p>
<h3 style="text-align: justify;">2.1 Uno strumento per i docenti</h3>
<p style="text-align: justify;">L’IDS utilizzato da parte dei docenti come strumento per presentare nuovi contenuti ai propri discenti deve possedere alcune caratteristiche di base che sono strettamente connesse ai fondamentali requisiti di progettazione di ogni materiale o intervento didattico e formativo. Numerose ricerche dimostrano come materiali multimediali in cui la componente narrativa è ben rappresentata aumentano la predisposizione e l’interesse degli studenti nell’esplorazione di nuovi argomenti o discipline (Burmark, 2004; Ormrod, 2004), nonché migliorano le loro prestazioni attentive<a href="file:///C:/Users/anna%20maria%20di%20miscio/AppData/Local/Microsoft/Windows/Temporary%20Internet%20Files/Content.IE5/IV54W9YZ/Digital%20Storytelling.doc#_ftn6">[6]</a> in quanto una storia ben strutturata e progettata funge da “ponte cognitivo” fra le conoscenze pregresse del discente ed il nuovo materiale da apprendere (Ausubel, 1978). Inoltre, considerando la particolare caratteristica dell’IDS che riguarda l’utilizzo di nuovi media, è importante citare risultati come quelli ottenuti da Boster, Meyer, Toberto, &amp; Inge (2002) che evidenziano come i materiali didattici multimediali facilitino la ritenzione di nuove informazioni e migliorino la comprensione di argomenti e concetti particolarmente complessi, soprattutto grazie all’uso di animazioni e di tecniche di organizzazione e raggruppamento delle informazioni attraverso il coinvolgimento coordinato di diversi canali modali<a href="file:///C:/Users/anna%20maria%20di%20miscio/AppData/Local/Microsoft/Windows/Temporary%20Internet%20Files/Content.IE5/IV54W9YZ/Digital%20Storytelling.doc#_ftn7">[7]</a> per la codifica, e quindi la successiva elaborazione, di nuova informazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Viene da sé la necessità di considerare l’utilizzo dell’IDS come un momento del processo di apprendimento che richiede attente analisi dei bisogni formativi, dei prerequisiti necessari per affrontare e gestire nuovi contenuti nonché del contesto formativo (es. formazione curricolare vs formazione professionale).</p>
<p style="text-align: justify;">Uno dei più completi, versatili e diffusi modelli che illustrano come si progetta e si somministra un intervento formativo efficace è quello introdotto da Robert Gagnè che individua nello storytelling un valido strumento per catturare l’attenzione dei discenti al momento della presentazione di nuovi contenuti.</p>
<p style="text-align: justify;">Fig. 1 Le nove fasi da seguire per favorire l’apprendimento secondo R. Gagnè.</p>
<h3 style="text-align: justify;">2.2 Uno strumento per i discenti</h3>
<p style="text-align: justify;">Capovolgendo la prospettiva più tradizionale, nella quale è il docente o il formatore a “parlare, raccontare, testimoniare”, è possibile utilizzare l’IDS come uno strumento ad uso dei discenti, ovvero come un “compito” da assegnare. Si tratta di una modalità formativa in cui il livello di <em>prompting</em> (suggerimento) può essere modulata sia nell’autonomia con cui vengono sviluppati i contenuti che nell’autonomia con cui vengono utilizzati gli strumenti multimediali (vedi tabella).</p>
<table border="1" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td valign="top" width="144"></td>
<td valign="top" width="151">Alto livello di prompting</td>
<td valign="top" width="149">Basso livello di prompting</td>
</tr>
<tr>
<td width="144">Contenuti</td>
<td width="151">L’argomento viene prima spiegato dal docente</td>
<td width="149">Ai discenti viene chiesto di documentarsi o intervistare degli esperti della materia</td>
</tr>
<tr>
<td width="144">Strumenti</td>
<td width="151">Ai discenti viene messa a disposizione una traccia o un semilavorato da completare</td>
<td width="149">Ai discenti viene chiesto di realizzare un multimediale in piena autonomia</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p style="text-align: justify;">Va inoltre tenuto presente che è anche possibile:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>raccontare una storia sulla propria esperienza pratica, mettendo in evidenza ciò che si ritiene essere i punti fondamentali per riprodurre lo stesso comportamento (situazione questa particolarmente diffusa in ambito professionale come strumento per il knowledge management)</li>
<li>raccontare una storia per trasmettere informazioni implicite sulla cultura o sul senso di alcuni eventi, scelte, decisioni o strategie da seguire (quest’ultima è la situazione più diffusa nell’ambito di organizzazioni complesse o nei casi di integrazione fra culture)</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">Osservando il diagramma di Gagné sui nove passi da seguire per progettare un buon intervento formativo, appare subito evidente che l’IDS interpretato come compito per i discenti espande la propria efficacia a quasi tutti i punti da tenere in considerazione. Infatti, a partire dal coinvolgimento, si forniscono una serie di elementi espliciti ed impliciti al discente che costituiscono una cornice di lavoro dalla quale, con una certa semplicità, egli trae una serie di regole metodologiche per ottenere il suo risultato. Accanto alle potenzialità dell’IDS se valutato dal punto di vista di uno dei più diffusi modelli nel campo delle Learning Sciences, ci sono molti altri aspetti che possono essere presi in considerazione.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><strong>L’Instructional Digital Storytelling e la memoria</strong></h3>
<p style="text-align: justify;">Nel panorama della letteratura che riguarda gli studi condotti sulla memoria umana, uno degli effetti più stabili che viene riscontrato è il cosiddetto “effetto generazione”<a href="file:///C:/Users/anna%20maria%20di%20miscio/AppData/Local/Microsoft/Windows/Temporary%20Internet%20Files/Content.IE5/IV54W9YZ/Digital%20Storytelling.doc#_ftn8">[8]</a>, ovvero il fenomeno secondo il quale il materiale o le informazioni attivamente generate dal soggetto vengono sempre ricordate meglio delle informazioni che egli apprende attraverso uno studio passivo.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><strong>L’Instructional Digital Storytelling e la motivazione</strong></h3>
<p style="text-align: justify;">L’osservazione che la motivazione dei discenti è uno dei fattori chiave per un apprendimento efficace ha recente portato alcuni studiosi nel campo delle Learning Sciences a individuare delle tecniche per progettare interventi in grado di modificarne i livelli in linea con gli obiettivi didattici da ottenere.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;">Per leggere il seguito di questo articolo procedere con l’acquisto e il download di &#8220;Fra tradizione e nuovi media nell’Instructional Digital Storytelling&#8221;</span></p>
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		<title>Nicky Vendola, the Italian Obama, and the digital politics: for a new culture of the political communication</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 07:29:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Anna Maria Di Miscio]]></category>
		<category><![CDATA[English]]></category>
		<category><![CDATA[Numero Due]]></category>

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		<description><![CDATA[[transaltion by Enzo Pizzolo] An initial definiton of the concepts of “culture”,”politics” and “communication” makes easier the comprehension of this text. Culture: That cluster of material and immaterial objects, a constitutive part of a group, and that, somehow, makes us possibile to spot it, in its specificity and difference. One of its strategical factors is [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-2622" href="http://www.rivistadiscienzesociali.it/2011/10/28/nicky-vendola-the-italian-obama-and-the-digital-politics-for-a-new-culture-of-the-political-communication/vendola_facebook-2/"><img class="size-full wp-image-2622 aligncenter" title="vendola_facebook" src="http://www.rivistadiscienzesociali.it/wp-content/uploads/2011/10/vendola_facebook1.jpg" alt="" width="531" height="333" /></a></p>
<h5><span style="font-weight: normal;"><em>[transaltion by Enzo Pizzolo]</em></span></h5>
<p>An initial definiton of the concepts of “culture”,”politics” and “communication” makes easier the comprehension of this text.</p>
<p>Culture: That cluster of material and immaterial objects, a constitutive part of a group, and that, somehow, makes us possibile to spot it, in its specificity and difference. One of its strategical factors is a changeover that matures both at an individual and a collective level. For this reason we can speak of processing identities, changeable, never settled and defined once and for all. Multiple identities because they&#8217;re crossed by colloquial productions formulated in social fields that only temporarily close an individual experience in a partial definition of the ego.</p>
<p>The history of the migrations from Australopithecus onwards helps us to understand why the borders amid cultures are never defined once and for all. Cultures, as cultural identities, are in motion, are historical and processing entities. As well as the borders amid States, amid the political geograpies of nations, have been  made definitely permeable by  the globalized communication&#8217;s nets in the Twentieth Century.</p>
<p>“The global village”, an expression several times used by Marshall McLuhan describes well the power of communication technologies to determine the collective and individual imaginary, their ineluctable effects on the worlds of daily life. And this independently from the contents and from the information they transmit.</p>
<p>But communication is not a modernity&#8217;s invention, it&#8217;s typical of mankind. Symbolic communication, culture, are its most remarkable ingredients that gives a shape and a matter to it.</p>
<p>Politics. Or rather politics in a plural way: the activation of processes that make possible &#8211; or rather they should make possible  &#8211; to give answers to problems of collective importance. But politics, communication are a part of culture, as a matter of fact. Therefore, when I speak about politics and culture I can better say culture of communicational politics if I mean, for example, to concern about  new and old modalities of making a political speech. Because popes and kings, politicians and petty ones, have always made use of media.</p>
<p>Only to mention an example, a king&#8217;s effigy on a coin was flowing communicational and economical power, told and divulged by one of the most powerful instruments of power itself: money. But to speak about communicational and cultural politics also means to focus on the interlacement amid three terms, three elements, because it&#8217;s impossible to prescind from communication, anyway.</p>
<p>Amid the agents of primary socialization, as we know, media  have had, from the Fifties onwards, a strategic role to divulge culture, information, education and political competition. In the relation between political power and mass-media, you can say for sure that a leader&#8217;s political communication assumes a pivotal role but that it&#8217;s also structured on a top-down communicative model. It&#8217;s  a vertical and a generalist word irradiated from the center – the center of political powers &#8211; to the suburbs. Here, communication  is the word&#8217;s vertical power and no more to share, an horizontal sharing of the word itself.</p>
<p>A verticality that, from the Eighties onwards, has had a good hand  with the accession of  commercial (private) tvs, has cleared a neoliberal culture made in Italy and has fed &#8211; altering it – every millimetre of our mind-body. It has fed our mental representations, the categories that orient our daily life&#8217;s recognizability, that nourish our collective and individual imaginary, our common feeling.</p>
<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-2616" href="http://www.rivistadiscienzesociali.it/2011/10/28/nicky-vendola-the-italian-obama-and-the-digital-politics-for-a-new-culture-of-the-political-communication/politica-2/"><img class="size-full wp-image-2616 aligncenter" title="politica" src="http://www.rivistadiscienzesociali.it/wp-content/uploads/2011/10/politica1.jpg" alt="" width="450" height="340" /></a></p>
<p>In this way it&#8217;s matured the transition from a project of a possible society to a solitary rush of every “ego” that has removed from his/her familiar lexicon terms like “solidarity”, “sharing”, “cohesion of the political action”, in an individual and collective project of life: everything is cash, in its mental and physical shape,  material and symbolic.</p>
<p>These are drifts and worrying landings that are overbearingly imposing themselves to our glances in the circularity between private televisions, talkshows and “puppet theatres  of politics”: it&#8217;s the victory of a new and generalized, reifying culture of the body,  of compere&#8217;s assistans girls and career escorts. The final user&#8217;s triumph. The manager&#8217;s style has erased every form of interventionism in market economy, inaugurating an unprecedented “Res Publica”: it has interlaced power, sex, politics in “unpublished” recruitment drives in Parliament for new and extemporized government coalitions.</p>
<p>New media have raised the challenge for a new and different communicational politics, in the age of digitized contents, that doesn&#8217;t speak to the masses, but about the subject in his/her peculiarity and specificity, about the centrality of his/her beginning to speak that is not competition or a conquest of places of power, but creation of new spaces: the virtual squares, for generative politics of another future.</p>
<p>Then, the word&#8217;s digitizing becomes an individual/collective body and space of experience meant to be, in the colloquial path of daily life and politics&#8217; virtual worlds, &#8211; each of them, in their specificity and difference &#8211; unity and multiplicity.</p>
<p>Social networks have put forward a political and communicative competence completely different from those we used to know till now. It overturns that word&#8217;s verticality able to enlarge the gap between tops and bottom.  New media&#8217;s communicational politics becomes a singular and a plural body. It inaugurates a new category: digital democracy, widespread, pervasive, including: it&#8217;s the space of many voices that take part, and by full right, to politics&#8217; colloquial practices but completely out of parties&#8217; asphyxiated rooms.</p>
<p>Therefore, compared with the fragmentation and dissolution  of community&#8217;s traditional places and forms (- family, crowd and  party) and that many people have noticed,  social networks are feeding unexpected and heterogeneous models of aggregation, new and unforeseeable political sensibilities in the young types of use.</p>
<p>It could be useful to start with a consideration about modalities of aggregation, about friendly relationships that feed on theirselves, take shape and spread beginning with individual and shared requirements. There are profiles, groups and pages that count hundreds and also thousands of subscribers.  The content of these messages is clear, short and direct: synthesized in few and essential words: for example “No to racism”, or “No to Gelmini&#8217;s Reform” and so on.</p>
<p>This ability to reach many people, immediately sharing essential and incisive messages, drives us to think that, maybe, the ways themselves of communication,  thumping and “all in a click”, are suggesting a nother way of making politics to us: random. Swinging. And for this reason not organizable or enterable in community and politics&#8217; traditional ways of aggregation.</p>
<p>For this reason, a chat window, or a post one, is the place where everybody can show his/her own difference: an approval or a disapproval, a chaotic assembly of considerations, a redundant reiteration of messages; a discontinuous and dissonant choir that gives strength, legitimacy and an authoritative space to self-representation.</p>
<p>I&#8217;d like to end it with a consideration and a question. An organized control &#8211; absolute and “ex alto” &#8211; of politics that, as a matter of fact was possible in the most traditional pyramidal strcture of social and political organizations of the Twentieth Century, is barely practicable in the third Millennium.</p>
<p>Can party&#8217;s ways of aggregation and participation accept this challenge today? Can the subversive and  disordering ways of digitized political communication be a benchmark to remodel not only parties&#8217; bureaucratic structure but also a new form of digital democracy:  participative and representative?</p>
<p>It&#8217;s too early to give an exhaustive answer.</p>
<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-2619" href="http://www.rivistadiscienzesociali.it/2011/10/28/nicky-vendola-the-italian-obama-and-the-digital-politics-for-a-new-culture-of-the-political-communication/nichi_vendola_facebook-700x438/"><img class="size-full wp-image-2619 aligncenter" title="nichi_vendola_facebook-700x438" src="http://www.rivistadiscienzesociali.it/wp-content/uploads/2011/10/nichi_vendola_facebook-700x4381.jpg" alt="" width="490" height="307" /></a></p>
]]></content:encoded>
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		<title>I social media favoriscono il leaderismo?</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 07:15:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dino Amenduni]]></category>
		<category><![CDATA[Numero Due]]></category>

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		<description><![CDATA[I social media favoriscono il leaderismo? Facebook è lo strumento ideale per i politici populisti? Il web semplifica la discussione politica? La risposta, fino a oggi, è stata certa e difficilmente contestabile: sì. Basta comparare il numero di iscritti alle pagine Facebook dei segretari dei partiti a quelle delle formazioni da loro guidate. Vendola, Bersani, Di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4><a href="http://www.rivistadiscienzesociali.it/2011/10/28/i-social-media-favoriscono-il-leaderismo/schermata-2011-11-08-a-10-20-45/" rel="attachment wp-att-2591"><img class="size-full wp-image-2591 aligncenter" title="Schermata 2011-11-08 a 10.20.45" src="http://www.rivistadiscienzesociali.it/wp-content/uploads/2011/10/Schermata-2011-11-08-a-10.20.45.png" alt="" width="346" height="311" /></a></h4>
<p style="text-align: justify;">I social media favoriscono il leaderismo? Facebook è lo strumento ideale per i politici populisti? Il web semplifica la discussione politica? La risposta, fino a oggi, è stata certa e difficilmente contestabile: sì. Basta comparare il numero di iscritti alle pagine Facebook dei segretari dei partiti a quelle delle formazioni da loro guidate. Vendola, Bersani, Di Pietro, Berlusconi sono nettamente più popolari degli spazi istituzionali di Sel, del Pd, dell&#8217;Idv e del Pdl. E non parliamo di un’eccezione tutta italiana: i profili sui social media dei leader politici internazionali hanno un seguito nettamente superiore dei partiti di cui sono segretari o massimi dirigenti.</p>
<div>
<h4 style="text-align: justify;"><span style="font-weight: normal;"><br />
Questo dipende in parte dalla differenza di complessità con cui i tecnici della comunicazione devono cimentarsi: una cosa è riportare le dichiarazioni di un singolo soggetto politico (o comunque delle voci a lui vicine e gradite), un&#8217;altra è riportare l&#8217;attività e i pensieri dei dirigenti nazionali dello stesso partito che, fin troppo spesso, litigano tra loro o esprimono posizioni differenti se non opposte. In questi giorni di fibrillazioni del Pdl, divisi tra fedelissimi e frondisti, la voce dei dissidenti deve essere zittita oppure no? Se Bersani discute con Renzi, la posizione del sindaco di Firenze sarà messa in evidenza come quella del segretario, sarà snobbata oppure ignorata?<br />
Una scelta di comunicazione diventa così una scelta politica delicatissima.</span></h4>
<h4 style="text-align: justify;"><span style="font-weight: normal;"><br />
È la politica a condizionare le strategie di comunicazione (mai il viceversa, per quanto qualche spin doctor e qualche anti-comunicatore proverà a convincervi del contrario) e i social media non fanno eccezione. Facciamo un altro esempio: se un partito è percepito come &#8216;personale&#8217; o &#8216;carismatico&#8217; (cioè quasi tutti, eccetto il Pd), tanto vale seguire la persona e il suo carisma. Inutile affidarsi alla comunicazione di un&#8217;organizzazione che, in fondo, non è altro che un&#8217;estensione delle volontà e della personalità del capo.</span></h4>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: normal;">La comunicazione personale del politico è dunque un necessario elemento di semplificazione per il cittadino/elettore. Ma proprio quella semplificazione rappresenta una minaccia molto grande per chi decide di investire su Facebook in modo superficiale o discontinuo. Il rapporto tra social media e leaderismo sta infatti subendo un&#8217;accelerazione potenzialmente rapidissima e dall&#8217;impatto così clamoroso da poter essere in grado di condizionare persino la risposta alle tre domande iniziali.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: normal;">Lo definirei &#8216;effetto parafulmine&#8217;: se fino ad ora ci siamo accontentati della comunicazione di un politico su Facebook, della sua presenza, e abbiamo preso le sue risposte come oro colato, come un lusso impensabile solo fino a pochi anni fa, adesso ci aspettiamo che il politico abbia il tempo e la voglia di risponderci con la stessa costanza con cui risponde sui mezzi di comunicazione tradizionali, o con la stessa passione con cui noi gli scriviamo.</span></p>
<h4 style="text-align: justify;"><span style="font-weight: normal;">Il parafulmine, fino a oggi, è stato un comodo strumento e un compromesso accettabile: con una pagina Facebook non si risolvono tutti i problemi di una comunità (di cittadini, di militanti, di italiani), ma si ottiene consenso, almeno in questa fase dell’evoluzione della comunicazione politica sui nuovi media. I pochi sindaci e amministratori locali che rispondono in prima persona sono apprezzati perché dedicano tempo alla relazione con gli utenti e soprattutto si distinguono da tutti gli altri che non lo fanno. La dinamica presenza vs. assenza è ancora sufficiente per attirare l’attenzione e così andrà fino a quando non ci sarà una presenza capillare di tutti i politici sui social media.</span></h4>
<h4 style="text-align: justify;"><span style="font-weight: normal;"> Per ora basta l’approccio ‘minimo’: leggere, rispondere, non cancellare commenti sgraditi, far seguire azioni concrete a segnalazioni o a denunce di inefficienze piccole e grandi dà la sensazione al cittadino che Facebook sia uno strumento utile, così come è utile la sua interazione pubblica con l’amministrazione.<br />
La segnalazione sui social media fa risolvere il problema (o dà una concreta illusione che ciò accada) perché è diretta e non passa attraverso procedure amministrative, spesso percepite come burocratiche, eccessivamente formalizzate, senza una chiara mappa delle responsabilità individuali e collettive. Il politico spesso si impegna personalmente a risolvere il problema o coinvolge nella discussione chi può farlo.</span></h4>
<h4 style="text-align: justify;"><span style="font-weight: normal;"><br />
La promessa, in sé, è un elemento di generazione semi-automatica di consenso, perché non esiste uno strumento di misurazione oggettiva post-hoc del rapporto tra ciò che un politico dice e ciò che fa: sebbene i social media abbiano memoria e permettano di inchiodare un politico alle sue parole, questo non rappresenta in sé un meccanismo di premio/punizione. Difficilmente il singolo cittadino può gratificare un amministratore in caso di mantenimento della ‘promessa mediatica’ e anche in caso il politico non faccia ciò che ha detto, i cittadini hanno poche possibilità di segnalare pubblicamente il mancato rispetto della parola data, anche perché non godono della stessa potenza mediatica e lo stesso ruolo gerarchico del suo interlocutore.</span></h4>
<h4 style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;"><strong>Per leggere il seguito di questo articolo procedere con l’acquisto e il download di &#8220;I social media favoriscono il leaderismo?&#8221; Dino Amenduni</strong></span></h4>
</div>
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		<title>Rivista di Scienze Sociali &#8211; Numero Uno</title>
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		<pubDate>Thu, 19 May 2011 11:08:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Numero Uno]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; Indice • Editoriale. Corpi eteronimi &#8211; Massimo Canevacci • Corpi testi e culture metropolitane -  Anna Maria Di Miscio • Embodiment e mindful body: N. S. Hughes, T. Csordas &#8211; Anna Maria Di Miscio • L’esteriorizzazione della coscienza corpi gloriosi &#8211; Luisa Valeriani • L&#8217;estensione del corpo &#8211; Gianfranco Meneo • Dal corpo al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<h3>Indice</h3>
<p>• Editoriale. Corpi eteronimi &#8211; Massimo Canevacci</p>
<p>• Corpi testi e culture metropolitane -  Anna Maria Di Miscio</p>
<p>• Embodiment e mindful body: N. S. Hughes, T. Csordas &#8211; Anna Maria Di Miscio</p>
<p>• L’esteriorizzazione della coscienza corpi gloriosi &#8211; Luisa Valeriani</p>
<p>• L&#8217;estensione del corpo &#8211; Gianfranco Meneo</p>
<p>• Dal corpo al non corpo in una istituzione totale: il carcere &#8211; Nella Nota</p>
<p>• Quando il corpo femminile diventa merce &#8211; Leo Palmisano</p>
<p>• Antropologia Tecno-Culturale il Cyborg &#8211; Anna Maria Di Miscio</p>
<p>• Oltre il corpo tecnologico &#8211; Salvatore Iaconesi e Oriana Persico</p>
<p>• Corpi, testi e metalli &#8211; Anna Maria Di Miscio</p>
<p><span style="color: #ff0000;">Procedere con l’acquisto e il download di &#8220;Rivista di Scienze Sociali &#8211; Numero Uno &#8211; Corpo e Culture&#8221;</span></p>
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		<title>Editoriale &#8211; Corpi eteronimi</title>
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		<pubDate>Thu, 19 May 2011 11:07:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Massimo Canevacci]]></category>
		<category><![CDATA[Numero Uno]]></category>

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		<description><![CDATA[“Ser poeta nao è uma ambiçao minha / E’ a minha maneira de estar sozinho” &#8230; da Fernando Pessoa (136) Le poesie di Pessoa si intromettono nei labirinti della solidità dell’io, così impenetrabile e a senso unico, almeno nelle sue manifestazioni più appariscenti, per scioglierne le insopportabili rigidità e liberare le potenziali molteplicità. L’eteronimo, da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.rivistadiscienzesociali.it/2011/05/19/corpi-eteronimi/image001-8/" rel="attachment wp-att-1200"><img class="aligncenter size-large wp-image-1200" title="image001" src="http://www.rivistadiscienzesociali.it/wp-content/uploads/2011/05/image0016-700x525.jpg" alt="" width="560" height="420" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">“Ser poeta nao è uma ambiçao minha / E’ a minha maneira de estar sozinho”</p>
<p style="text-align: justify;">&#8230; da Fernando Pessoa (136)</p>
<p style="text-align: justify;">Le poesie di Pessoa si intromettono nei labirinti della solidità dell’io, così impenetrabile e a senso unico, almeno nelle sue manifestazioni più appariscenti, per scioglierne le insopportabili rigidità e liberare le potenziali molteplicità. L’eteronimo, da lui praticato nelle diverse scritture, non è solo un espediente letterario e tanto meno psicologico. Assumere diverse identità e disvelare attraverso questa opera di auto-nominazione moduli narrativi diversificabili, mai raggruppabili nella sintesi unificata del soggetto pubblico-privato, bensì scorrevoli nei tanti sentieri che si dipartono e attraversano e assemblano costantemente-rischiosamente il nesso soggettività-stile-percezione-visione-elaborazione-composizione-scritture.</p>
<p style="text-align: justify;">L’eteronimo è la polifonia dell’io che trasborda nelle diverse scritture.</p>
<p style="text-align: justify;">Non siamo più nel paradigma di Bachtin, secondo cui Dostojevskij scrive polifonicamente in quanto decentra nei vari personaggi psicologie e stili narrativi-scritturali non più accentrati nel nesso monologico autore-eroe. Pessoa gira – spirala &#8211; oltre. Incorpora la polifonia e la vive nella scelta radicale di farsi non personaggio in cerca di autore &#8211; al contrario: è l’autore che accetta e sfida nella sua corporalità scritturale la polifonia identitaria, l’ansia soggettiva di non rimanere vincolato nella propria monolitica individualità, e così farsi multividuale: quello che lui stesso definisce os outros eus…</p>
<p style="text-align: justify;">I suoi altri “ii” sono le corporalità scritturali del poeta.</p>
<p style="text-align: justify;">Il nodo sciolto dell’io. Questo esprime la prospettica de os outros eus&#8230; I nodi sciolti degli ii.</p>
<p style="text-align: justify;">Sciogliere il nodo dell’io non vuol dire disperdere l’autonomia della propria soggettività: l’io non è non annullato da un plurale diverso dal noi, come sempre protesta l’atterrito conservatore-progressista, addestrato al dualismo ossificato dell’essere e il nulla. È ora di praticare l’oltre la compattezza unificata del noi dove proprio os outros eus iniziano a scorrere.</p>
<p style="text-align: justify;">La stessa metafora del nodo è sintomatica.</p>
<p style="text-align: justify;">Il groviglio di corde tra loro annodate e per così dire atterrite di potersi smarrire, e che solo in tal modo – in questo modo-nodo – immaginano di potersi costituire come forza unificata e indistruttibile dell’io, una volta snodato, tale groviglio di corde annodate dell’io, libera una molteplicità di corde che costituiscono la matassa: una matassa pluriforme e mossa, che non si tratta più di definire, bensì di distenderla, dispiegarla.</p>
<p style="text-align: justify;">Da tali premesse snodabili si arriva alla poesia citata. L’essere poeta non è ambizione di Pessoa, anche perché, come abbiamo visto, il pronome “mia” non identifica più una singolarità: la stessa configurazione o posizionamento di chi sente la poesia non ha una vocazione, un sentirsi scelto da, come per una missione di cui non si è soggetti attivi, ma solo un involucro che l’atto del creare riempie, un atto quasi esterno al soggetto, che spesso viene imprecisamente tentato di definire come intuizione, estasi, genio, creatività e via di seguito…Nessuna metafisica è qui presente.</p>
<p style="text-align: justify;">La soluzione data dai due versi, soli e strappati dal loro contesto grazie alla loro potenza narrativa smisurata, evocativa illimitata, sta in quell’aggettivo finale &#8211; sozinho &#8211; il cui diminutivo esprime una tenerezza risoluta e sorridente. Non entra la solitudine, sostantivo deciso e forte, astratto ed esistenziale. Soletto… Si sa che il portoghese parlato è il regno dei diminutivi; forse nessuna altra lingua al mondo ne coniuga così tanti, fino a imprimere il diminutivo al diminutivo, come per attestare nello sforzare il linguaggio la voglia di penetrare dentro significati difficili da esprimere nella loro coniugazione grammaticale data. Il diminutivo, esplicitabile solo nelle lingue di matrice latina (?), redime l’asprezza asciutta del sostantivo: il viversi poetico nel segno del sozinho e non della solidao imprime una tenerezza concettuale, dove non convivono ambizioni o missioni di sorta. Da tale tenerezza concettuale si aprono gli eus che possono finalmente dedicarsi alle tante snodate potenzialità espressive. Gli eus sono il risultato liberato dell’essere sozinho. Anziché una chiusura nel proprio involucro individuale, l’aggettivo diminutivo è premessa per l’espansione al di fuori dei confini del soggetto. Questa la forza logico-sensoriale della poesia.</p>
<p style="text-align: justify;">Tenerezza poetica snodata.</p>
<p style="text-align: justify;">In un notebook del 1995 ho ritrovato questa citazione di Pessoa e, in una pagina successiva, vi è questo disegno cui ho circoscritto una sorta di aura che cerca di cogliere elementi di affinità tra il poeta e l’antropologo. Nel training classico, infatti, l’antropologo si deve addestrare a stare solo. L’essere soletto è condizione per svolgere le proprie ricerche etnografiche, per cui deve apprendere a saper affrontare e risolvere – snodare – i problemi che il vivere nei contesti più altri comporta. In tal modo il rapporto tra poeta e antropologo si avvolge negli outros, che si presentano sia interni che esterni al soggetto. Come sfida a tale unificata psicologia dell’io. Non si è antropologi per ambizione. Questo immagino sia tanto chiaro quanto per i poeti. Nello scegliere di vivere soli, non sempre, che sarebbe estrema quanto grossolana contraddizione rispetto alle molteplicità degli eus, ma nel momento in cui si pratica l’etnografia: ecco, questa condizione temporanea è l’espressione compositiva – tenera e snodabile – di una maniera di convivere con le proprie inquietudini.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli “ii” sono le inquietudini del soggetto poetico-antropologo.</p>
<p style="text-align: justify;">All’altro, allora, sia essa amante o amico, non spetta l’ansia di vederlo chiuso e di aprirlo a sé. L’altro può scorgere in tale momentaneo stare solo soletto da parte dell’antropologo la massima vicinanza possibile alla propria irriducibile alterità. L’essere solo è condizione di stabilire profonde e inquiete connessioni con l’altro. Si può essere soli solo in quanto si sente che l’altro è vicino: che l’amore in quanto altro è vicino. L’essere solo senza l’altro d’amore intorno sarebbe poco sopportabile, una sorta di regressione anticipata verso l’immobilità rinchiusa. Verso quella solitudine che nulla ha a che vedere con l’inquietudine dei propri eus…</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.rivistadiscienzesociali.it/2011/05/19/corpi-eteronimi/image003-4/" rel="attachment wp-att-1209"><img class="aligncenter size-large wp-image-1209" title="image003" src="http://www.rivistadiscienzesociali.it/wp-content/uploads/2011/05/image0032-700x934.jpg" alt="" width="336" height="448" /></a></p>
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		<title>Corpi, testi e culture metropolitane.</title>
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		<pubDate>Thu, 19 May 2011 11:06:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Anna Maria Di Miscio]]></category>
		<category><![CDATA[Numero Uno]]></category>
		<category><![CDATA[Antropologia del corpo]]></category>
		<category><![CDATA[Clifford Geertz]]></category>
		<category><![CDATA[corpo come testo]]></category>

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		<description><![CDATA[Corpo  come testo La cultura per Clifford Geertz è un insieme di discontinue azioni simboliche, pratiche discorsive, testi scritti non tanto in caratteri alfabetici quanto piuttosto in fugaci esempi di comportamento che l’antropologo si sforza di leggere sopra le spalle dei suoi informatori: Le forme culturali possono essere trattate come testi, come opere dell’immaginazione costruite [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2></h2>
<h3><span style="color: #996600;"><strong>Corpo  come testo</strong></span></h3>
<p>La cultura per Clifford Geertz è un insieme di discontinue azioni simboliche, pratiche discorsive, testi scritti non tanto in caratteri alfabetici quanto piuttosto in fugaci esempi di comportamento che l’antropologo si sforza di leggere sopra le spalle dei suoi informatori:</p>
<p><em>Le forme culturali possono essere trattate come testi, come opere dell’immaginazione costruite con materiali sociali</em> [Clifford Geertz 1987: 444].</p>
<p align="JUSTIFY">Nell’incessante attività umana di produzione simbolica, di scrittura dei testi della cultura, anche il corpo è un testo costruito con risorse e materiali sociali, un assemblaggio provvisorio di formazioni discorsive che delimitano gli spazi e i confini del piacere e della sessualità, dei ruoli di genere e di status.</p>
<p align="JUSTIFY">Il corpo è il supporto materiale dei modi d’uso del linguaggio, delle iscrizioni della cultura, di ruoli ascritti a vita, di forme sociali che delimitano il perimetro delle emozioni, orientano la percezione, il sentire del corpo e le modalità della sua rappresentazione.</p>
<p align="JUSTIFY">Il corpo è il supporto materiale di scrittura: il potere retorico della parola, i saperi della scienza e della teologia cristiana, il pensiero razionale e la filosofia cartesiana costruiscono le gerarchie dei corpi, le bolle prossemiche, il tempo, la distanza e lo spazio sociale.</p>
<p align="JUSTIFY">Tuttavia le verità del corpo non sono mai ferme, sfuggono a qualsiasi determinazione definitiva: non c’è un corpo dato una volta per tutte, il corpo è entità semiotica, mutabile, non è un’essenza. Il corpo è materia organizzata da una forma, in-formata, costruita con i mattoni della cultura, dell’immaginario individuale e collettivo.</p>
<p align="JUSTIFY">La rappresentazione del mio corpo, infatti, costruita dall’occhio che osserva, che mi osserva, ha una qualità mentale, non è mera riproduzione della morfologia del mio corpo, è una rappresentazione informata da peculiari modalità di percepire e osservare il mondo, di abitare il corpo. È una differenza alimentata e prodotta nel gioco relazionale tra il sé e l’altro.</p>
<p align="JUSTIFY">Il corpo è puro sensibile vestito di immaginazione.</p>
<p style="text-align: center;" align="JUSTIFY"><a href="http://www.rivistadiscienzesociali.it/2011/05/19/corpi-testi-e-culture-metropolitane/dsc03878-2/" rel="attachment wp-att-3125"><img class="aligncenter size-full wp-image-3125" title="DSC03878" src="http://www.rivistadiscienzesociali.it/wp-content/uploads/2011/05/DSC038781.jpg" alt="" width="233" height="311" /></a></p>
<p> <span style="color: #ff0000;"><em>Per leggere il seguito di questo articolo procedere con l&#8217;acquisto e il download di &#8220;Corpi, testi e culture metropolitane&#8221; di Anna Maria Di Miscio</em></span></p>
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		<title>L’esteriorizzazione della coscienza: corpi gloriosi.</title>
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		<pubDate>Thu, 19 May 2011 11:05:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Luisa Valeriani]]></category>
		<category><![CDATA[Numero Uno]]></category>

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		<description><![CDATA[Con la televisione e i computer abbiamo spostato l’elaborazione delle informazioni dall’interno dei nostri cervelli a schermi che si trovano davanti, e non dietro, agli occhi. Le tecnologie del video fanno riferimento non solo al nostro cervello, ma a tutto il nostro sistema nervoso e ai nostri sensi, creando le premesse per una nuova psicologia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Con la televisione e i computer abbiamo spostato l’elaborazione delle informazioni dall’interno dei nostri cervelli a schermi che si trovano davanti, e non dietro, agli occhi. Le tecnologie del video fanno riferimento non solo al nostro cervello, ma a tutto il nostro sistema nervoso e ai nostri sensi, creando le premesse per una nuova psicologia (…). La televisione non compete con i libri, ma suggerisce qualcosa di diverso </em>(De Kerchove 1995, p.19).</p>
<p style="text-align: justify;">Così Derrick De Kerchove , l’erede più diretto di McLuhan, sintetizza gli effetti delle tecnologie sulla psiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal telefono alla radio, alla televisione, al computer, i media hanno esteso o amplificato il potere della nostra mente e dei nostri occhi, delle nostre orecchie, del nostro tatto, fino a diventare il nostro immaginario collettivo proiettato fuori dal nostro corpo (la TV è una mente pubblica), e fino a penetrare e modificare la nostra coscienza attraverso la realtà virtuale, che più di ogni altra tecnologia riesce a “bucare” il sistema nervoso umano.</p>
<p style="text-align: justify;">L’analisi di De Kerchove parte dall’assunto evidente, quanto solitamente trascurato, che le innovazioni tecnologiche modificano fortemente la condizione psicologia, oltre che quella culturale, delle persone.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Noi siamo costantemente creati e ricreati dalle nostre stesse invenzioni. Il mito della fondamentale universalità del genere umano è solo il prodotto di un auspicio dei filosofi settecenteschi. La nostra realtà psicologica non è una cosa “naturale”. Almeno in parte dipende dal modo in cui l’ambiente, e quindi anche le nostre estensioni tecnologiche, ci condizionano</em> (ivi p.18).</p>
<p style="text-align: justify;">La realtà virtuale realizza quella che era la premessa teorica del cubismo, lo scarto tra inquadratura e punto di vista. Se davanti alla TV, come osserva McLuhan, non si può letteralmente avere un punto di visto, né si può cambiare l’angolo visuale, nel momento in cui le persone hanno accesso istantaneo a “più di un punto di vista su una data scena”, la realtà virtuale “consente loro di sintetizzare una forte percezione visiva da molti punti di vista; la disponibilità di molti punti di vista contestualizza l’oggetto e quindi anima il suo significato” (Scott Fisher, cit. in De Kercove 1995, p. 59). Ma, alla lunga, “la nostra coscienza personale, normale, interiorizzata, si esteriorizzerà. L’intero mondo esterno diventerà un’estensione della nostra coscienza”.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono processi ben noti non solo agli psicologi, sociologi e antropologi, ma anche a chi analizza i rapporti tra arte e media. Esemplare, in tal senso, al punto da essere una <em>vera macchina dell’esperienza </em>dell’assunto teorico, l’analisi della cultura pop compiuta da Colaiacomo e Caratozzolo nel loro studio sulla Londra degli anni Sessanta (1996).</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;"><em>Per leggere il seguito di questo articolo procedere con l&#8217;acquisto e il download di &#8220;L’esteriorizzazione della coscienza: corpi gloriosi&#8221; di Luisa Valeriani</em></span></p>
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		<title>L’estensione del corpo</title>
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		<pubDate>Thu, 19 May 2011 11:04:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gianfranco Meneo]]></category>
		<category><![CDATA[Numero Uno]]></category>

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		<description><![CDATA[Se l’intensità dell’energia sessuale fosse proporzionale alle necessità imposte dalle logiche riproduttive non sarebbe necessario optare da parte di poteri forti, come quelli religiosi, per un contenimento della medesima o addirittura per un soffocamento di quella parte che eccede il senso della semplice continuazione della specie. Lo scenario aperto dal postmoderno, invece, chiede a quella [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Se l’intensità dell’energia sessuale fosse proporzionale alle necessità imposte dalle logiche riproduttive non sarebbe necessario optare da parte di poteri forti, come quelli religiosi, per un contenimento della medesima o addirittura per un soffocamento di quella parte che eccede il senso della semplice continuazione della specie. Lo scenario aperto dal postmoderno, invece, chiede a quella energia di liberarsi, di esprimersi.</p>
<p style="text-align: justify;">In quella libertà, però, non si pongono gli effetti delle direzioni che quella forza dirompente può determinare. Al corpo, infatti, viene imposto di divenire contenitore delle emozioni mentre la sua estetica è dettata dalle logiche binarie eterosessiste della riproduzione. Michel Foucault, del resto, ha ampiamente spiegato come tutto ciò che spaventa, poiché lontano dai criteri convenzionali, sia &#8211; di conseguenza &#8211; allontanato, segregato, punito.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo Zygmunt Bauman<a href="file:///C:/Users/anna%20maria%20di%20miscio/Desktop/meneo%20articolo%20numero%20sul%20corpo.doc#_ftn1">[1]</a>, nulla può essere costruito in modo rigido (solo amore o sola riproduzione) e fondamentale può divenire la possibilità dell’introduzione del concetto di “<em>flessibilità</em>”, dove protagonista di quei corpi diviene il solo erotismo. Il sesso nella postmodernità magnifica e sublima le relazioni, il tutto però a patto del mantenimento di una grande alleanza: l’incontro uomo-donna.</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo definito la dimensione eterosessuale del corpo come una grande alleanza. Il <em>cercatore di sensazioni</em> di Bauman<a href="file:///C:/Users/anna%20maria%20di%20miscio/Desktop/meneo%20articolo%20numero%20sul%20corpo.doc#_ftn2">[2]</a> però non sembra preparato ad accettare un aspetto di quella sublimazione: l’attenzione nei confronti di persone dello stesso sesso o il veicolare il proprio contenitore corporeo verso una diversa fisicità. In quel momento la flessibilità cessa di essere il grande baluardo e mostra, per alcuni, segnali allarmanti entro cui si innescano reazioni rigide che vanno a confluire in una <em>ri-modulazione</em> dei concetti di corpo ed erotismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Condivido Inghilleri e Gasparini<a href="file:///C:/Users/anna%20maria%20di%20miscio/Desktop/meneo%20articolo%20numero%20sul%20corpo.doc#_ftn3">[3]</a> quando affermano: “<em>Non è tanto la biologia a spiegare i corpi che le appartengono quanto la sociologia che si impossessa di loro</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;"><em>Per leggere il seguito di questo articolo procedere con l&#8217;acquisto e il download di &#8220;L&#8217;estensione del corpo&#8221; di Gianfranco Meneo</em></span></p>
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		<title>Oltre il corpo tecnologico.</title>
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		<pubDate>Thu, 19 May 2011 11:03:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Numero Uno]]></category>
		<category><![CDATA[Salvatore Iaconesi e Oriana Persico]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; Visione. Un grande schermo proiettato. [1]  Davanti, seduto di fronte ad un computer, “lui”. Dentro lo schermo c&#8217;è l&#8217;altro-che-è-lui, l&#8217;avatar. L&#8217;avatar si gira verso di “lui”. Lo guarda, da lontano, da dentro. Zoom out. Un edificio, altissimo. Grandi poligoni costruiti di pixel, texture ed immaginazione, si stagliano su una terra verde, con alberi fatti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong><span style="color: #808000;"><strong><a href="http://www.rivistadiscienzesociali.it/2011/05/19/oltre-il-corpo-tecnologico/art-meet-open-source-2/" rel="attachment wp-att-1693"><img title="art meet open source" src="http://www.rivistadiscienzesociali.it/wp-content/uploads/2011/05/art-meet-open-source1-700x465.jpg" alt="" width="420" height="279" /></a></strong></span></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #808000;"><strong>Visione. </strong></span>Un grande schermo proiettato. [1]  Davanti, seduto di fronte ad un computer, “lui”. Dentro lo schermo c&#8217;è l&#8217;altro-che-è-lui, l&#8217;avatar.</p>
<p>L&#8217;avatar si gira verso di “lui”. Lo guarda, da lontano, da dentro.</p>
<p style="text-align: justify;">Zoom out. Un edificio, altissimo. Grandi poligoni costruiti di pixel, texture ed immaginazione, si stagliano su una terra verde, con alberi fatti di vertici matematici ed algoritmi frattali.</p>
<p style="text-align: justify;">Zoom in. Il tetto dell&#8217;edificio. L&#8217;avatar è lì. Movimento di telecamera, dentro e fuori dalla testa dell&#8217;avatar, e intorno, a circondare il corpo-di-pixel, e inquadrare la tranquillità del mondo fatto di numeri, reali come atomi.</p>
<p style="text-align: justify;">Zoom in estremo. Da dentro la testa dell&#8217;avatar emerge lo sguardo di “lui”. Seduto, per terra. Il corpo coperto di cavi. Una fascia cinge la testa. Elettrodi escono da tutte le terminazioni. La carne si collega al computer, con voltaggio variabile e controllato.</p>
<p style="text-align: justify;">Il corpo-avatar. Dentro gli occhi di “lui” e (zoom out) fuori sullo schermo, verso l&#8217;avatar. “Lui” non sembra molto più reale di così, nella sua stanza buia, le persiane chiuse per vedere meglio la proiezione. Lì, dall&#8217;avatar, c&#8217;è il sole. “Lui” sente un fremito sulla pelle: sono gli elettrodi, collegati al corpo dell&#8217;avatar, dal digitale al profondamente analogico del suo braccio, del suo torace, con i peli che si uniscono alle terminazioni di rame degli elettrodi, impastati in un abbraccio di soluzione  elettrolitica che migliora la conduttività.</p>
<p style="text-align: justify;">Giro di camera, inquadrature interfacciate: “lui” e l&#8217;avatar. I due sguardi si muovono assieme. L&#8217;obiettivo: il bordo del tetto del palazzo.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel mondo virtuale di Second Life è possibile suicidarsi? Suicidare chi, poi: “lui” o l&#8217;avatar? O cosa cambia in realtà?</p>
<p style="text-align: justify;">Suoni noise che crescono, controllati direttamente dal voltaggio sulla pelle di “lui” dalla pelle di avatar.</p>
<p style="text-align: justify;">Avatar corre, verso il bordo, e salta.</p>
<p style="text-align: justify;">Il movimento automatico della camera lo segue, giù, pilotato da una gravità digitale che, allo stesso modo di quella analogica, tira verso il basso, verso il centro del pianeta. “Lui”, in questo istante è solo sguardo, perso in questa visione del suo altro-corpo che cade, metro-digitale dopo metro-digitale. La terra verde (#00FF00, il codice esadecimale di quel verde di pixel) si avvicina, zoom in.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;impatto.</p>
<p style="text-align: justify;">Registrazioni eseguite dal software: 129 punti di contatto; accelerazione 9.81 m/s; distanza coperta nella caduta 31 metri.</p>
<p style="text-align: justify;">Grandezze calcolate: 16 punti di stimolazione; 20milliampere di corrente massima, 3 milliampere di corrente minima; differenza potenziale di   23V, sufficiente a superare di poco l&#8217;impedenza elettrica opposta dalla pelle di “lui”.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; fatta: inizia, la corrente. Il corpo per terra (#00FF00) di avatar; l&#8217;impatto. La corrente stimola il corpo di “lui”, emula l&#8217;impatto. Il pattern di dolore-digitale sul corpo di avatar viene riprodotto sul corpo di “lui”. Insieme nell&#8217;impatto. Due corpi che sono uno.</p>
<p>OneAvatar.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.rivistadiscienzesociali.it/2011/05/19/oltre-il-corpo-tecnologico/fotoar2/" rel="attachment wp-att-1698"><img class="aligncenter size-full wp-image-1698" title="fotoar2" src="http://www.rivistadiscienzesociali.it/wp-content/uploads/2011/05/fotoar2.jpg" alt="" width="200" height="302" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #808000;">Oltre la tecnologia. </span></strong>E&#8217; questa la descrizione di ciò che si vede nel video reperibile in [1], il primo prodotto visuale utilizzato nella strategia di comunicazione della performance r [2]. OneAvatar, prodotto da Art is Open Source, è un apparato tecnologico capace di interconnettere il corpo umano ad un corpo digitale, un avatar, nel mondo virtuale di Second Life.</p>
<p align="LEFT"><em><span style="color: #ff0000;">Per leggere il seguito di questo articolo procedere con l&#8217;acquisto e il download di &#8220;Oltre il corpo tecnologico&#8221; di Oriana Persico e Salvatore Iaconesi</span></em></p>
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