Numero Uno
20 Maggio 2010

Editoriale - L’anatomia come destino?


dott. Aldo Del Vescovo, chirurgo plastico

L’anatomia è un destino, affermava Sigmund Freud, e l’uomo deve avere il coraggio di amare il proprio destino. Non solo sopportarlo e tanto meno dissimularlo era la formula di Nietzsche. Una cosa non molto diversa aveva detto tanti secoli prima un filosofo stoico diversissimo da Nietzsche, Seneca: chi accetta il fato viene condotto per mano da esso, chi gli si ribella ne viene trascinato.

Ma nelle nostre società contemporanee l’anatomia è ancora un destino, l’assegnazione ad una realtà intangibile, l’incarnazione irriducibile del soggetto?

Oggi, come un tempo, l’eterno dualismo oppone l’uomo al proprio corpo. Tra l’uomo e il suo corpo c’è un gioco: il sè nietzscheano si contrappone continuamente all’io metafisico, alla cultura del sè. Ma il corpo è un altro se stesso e non solo luogo dell’anima.

Il corpo quindi si mostra come soggetto: la dimensione del sè si sovrappone e si innesta su quella anatomo-fisiologica. L’uomo moderno vive nella ricerca dell’autoappropriazione del proprio corpo, luogo privilegiato dell’affermazione del sè: una continua interazione uomo-corpo che scavalca e supera la dicotomia cartesiana della res cogitans e res extensa rendendole unità indivisibile. È una unità che produce bellezza, forse l’aspirazione più nobile che l’uomo abbia avuto nella storia.

Viviamo oggi nel cuore di un momento eccezionale della cultura contemporanea nel quale il corpo passa attraverso un momento catartico: quello dell’azione a cui è spinto dal sè a creare sè stesso.L’anatomia non è più un destino, il corpo sfugge dunque al passato ed in una soluzione di continuità incarna la possibilità di una forma di vita estranea alla specie dei suoi genitori. Nella logica della mutazione il corpo si allontana dal corpo per tornare al sé che rivendica il diritto di rimaneggiarlo a suo piacimento e di riaggiornarlo in forme inedite di creazione.

L’intenzione è lo sconvolgimento del corpo reale per la volontà di raggiungere fisicamente se stesso, il sé. Il corpo diventa un io eternamente alla ricerca di una reincarnazione per sovrasignificare la sua presenza nel mondo. Un corpo, ma soprattutto un’identità in grado di autodefinirsi. Il corpo estende così il sé, le cui possibilità sono moltiplicate, la cui comunicazione è spinta in avanti ed intensificata.

L’immagine è ciò che ci imita, la rassomiglianza di una rappresentazione con il suo modello (sebbene nella formula: “Dio fece l’uomo a sua immagine” si possa giustamente immaginare che il modello sia impossibile da imitare). La verità di un corpo che emerge sempre più nella sua accezione di soggetto.

Corpo, nuova immagine, Icaro in pieno volo, al di sopra dei pregiudizi ideologici che limitavano nelle loro definizioni tradizionali. Il corpo mette il sé al centro del mondo come la pura e semplice rivendicazione di un essere che ritocca la sua immagine e guida il suo destino, in una rivendicazione fondamentale di libertà, laddove la cultura sorveglia, punisce e fabbrica corpi.

Il corpo per essere altro sposta le sbarre della gabbia sociale: è un tentativo radicale e scomodo in lotta con il corpo sociale e culturale che entra e muta il corpo individuale. Il corpo continuamente messo in critica dalla società diviene critico verso la società stessa e l’identità: l’io si afferma in opposizione ad un tipo di società retriva. Il corpo rimodellato secondo le leggi singolari del sé non deve nulla a modelli culturalmente definiti.

Oggi l’uomo è libero di modellare il corpo: l’anatomia non è più un destino, ma può essere trasformata, ottimizzata, ridefinita. L’operazione chirurgica è la libertà di agire sul proprio corpo, un atto per tendere verso se stessi e stabilire propri criteri di corporeità in una defunzionalizzazione dell’estetica dell’atto chirurgico che evita le pressioni dettate dalla norma e stabilite dalla società, in una corsa senza fine per somigliare a se stesso, ad un’entità non effimera ma essenziale per sé e non per l’ambiente sociale, alla ricerca della visione di sé che dia forma ad un autoritratto.

Il corpo quindi si struttura, si delinea, viene conformato non dal rapporto diretto con la natura, ma attraverso l’operato artificiale dell’uomo. La scienza e la medicina hanno già trasformato i nostri corpi e dunque le nostre sensazioni, la nostra rappresentazione del mondo e di noi stessi.

Nel corso della storia le sfere dell’immaginario e dell’artificiale hanno sempre costituito parte integrante della vita dell’esperienza umana, ma non si sono mai fuse con la realtà.

La chirurgia del corpo ha acquistato la capacità di diventare natura e di superare in qualche modo il suo stesso carattere, per aprire un passaggio verso un mondo sacro. La chirurgia plastica ha oggi il suo posto nelle categorie della storia, ma anche in quelle del pensiero prospettivistico.

L’estetica ha tracciato oggi una strada dove la rivendicazione si rivolge all’esercizio di una libertà popolata di affermazione del sé che si scopre più trasgressiva di quanto non pensi di esserlo, più silenziosamente libera di quanto non sappia. In tale società il sé finora silenzioso trova voce e immagine. L’uomo non centra sulla bellezza il proprio essere ma sul cancellare la pelle come necessaria frontiera fra l’interno e l’esterno.

La pelle non sarà semplicemente un limite del sé, ma l’inizio del proprio mondo, portando ad una concezione del sé e quindi della propria identità libera e mutante. Lo scopo non è di accrescere la seduzione, né di lottare contro l’invecchiamento o di correggere una immagine di sé rinnegata, la chirurgia funziona qui al di fuori della legittimità medica, diventa un mezzo di trasformazione di sé che si identifica con la forma fisica del soggetto stesso.

La bellezza quindi può assumere forme che non sono giudicate belle, poiché la bellezza non è ciò che essa è, ma ciò che essa fa: la sua funzione retorica nel nostro discorso di immagini, la bellezza permette allo spettatore di collegarsi direttamente all’immagine del sé e di comunicare. La bellezza non è che una realtà di situazioni: emozione, ricordo. Le paure ancestrali della perdita di identità del proprio corpo si trasformano nella percezione di un sé dilatato ed espanso.