Editoriale
Apro il Numero Zero della Rivista di Scienze Sociali in primo luogo con i ringraziamenti a docenti e collaboratori che hanno reso possibile questo progetto e in secondo luogo con una breve introduzione alle teorie e alle pratiche disciplinari in Antropologia Medica, che delinea il profilo di una scienza interpretativa in cerca di significati (Clifford Geertz, 1987), senza tuttavia chiudere in una definizione esaustiva ambiti disciplinari che, nelle molte direzioni di studio, raccolgono stimoli e riflessioni da orizzonti interdisciplinari di ricerca, piegando alla storicità del pensiero concetti, teorie, slittamenti paradigmatici.
Ringrazio il prof. Massimo Canevacci, docente di Antropologia Culturale alla Facoltà di Sociologia e alla Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università degli studi La Sapienza, (Roma), e che ora vive, insegna e fa ricerca in Brasile, tra São Paulo e Florianopolis. Autore di numerosi saggi pubblicati in Italia e all’estero, nel 1995 ha ricevuto dal Presidente della Repubblica Federativa del Brasile l’ Ordem Nacional do Cruzeiro do Sul, massima onorificenza concessa ad uno studioso straniero.
La molteplicità dei suoi orizzonti di ricerca, le appassionate lezioni e le illuminanti sollecitazioni a non fermarsi alla datità del testo, del manuale, mi hanno suggerito non solo di elaborare un percorso di studio che ha eroso i confini disciplinari tra Antropologia, Sociologia, Psicologia Sociale e Medicina Sociale, ma anche di elaborare un particolare percorso di ricerca che muove da un’etnografia del corpo e mette a fuoco i primi tasselli di un progetto molto ambizioso: un’etnografia dei contesti locali e globali della salute e della malattia.
Essere docente nel senso pieno del termine vuol dire infatti condurre il discente sulla soglia della sua mente, vuol dire sollecitare la curiosità della scoperta, piuttosto che impartire ex alto una lezione di retorica scientifica caratterizzata dalla sua direzione verticale, top-down. Vuol dire fare della circolarità orizzontale della dialogica un metodo, una pratica democratica di didattica.
Dunque lo ringrazio qui e ora per tutto quello che ha saputo e potuto darmi e che porterò con me come dono, memoria indelebile di un incontro in cui le emozioni dell’ascolto si facevano filtro e lente di ingrandimento, poetica e politica di nuove ed inedite etnografie e antropologie.
Il primo articolo che apre questo numero della rivista è, non a caso, un saggio breve del prof. Massimo Canevacci, che dà in qualche modo la misura dell’intreccio di emozioni e ragioni che muovono le poetiche e le politiche del ricercatore sul campo. Sono pagine thick, tra poesia e antropologia: dicono che ogni esperienza maturata nella ricerca e nella didattica è prima di tutto un’esperienza umana, esplorazione e viaggio, un farsi ininterrottamente altro nella bellezza e nella ricerca di un altrove.
Ringrazio il prof. Giulio Moini, docente di Analisi delle Politiche Pubbliche alla Facoltà di Sociologia dell’Università “La Sapienza” di Roma, che ho avuto il piacere e l’onore di conoscere al Master in Management e Innovazione delle Aziende Sanitarie, promosso dalla stessa Facoltà di Sociologia e diretto dalla professoressa Tatiana Pipan.
Tra le sue numerose pubblicazioni scientifiche ho selezionato per questo numero della rivista un contributo che ancora oggi è una delle più esaustive analisi critiche del cambiamento indotto nei sistemi sanitari dei paesi di area OCSE dalle riforme degli anni Novanta e dai processi di aziendalizzazione della sanità pubblica.
Lo ringrazio, dunque, per la sua pronta disponibilità a mettere a disposizione il quarto capitolo del suo saggio“Welfare e Salute”, che analizza non solo le cause sociali e politiche della malattia che limitano le possibilità di accesso alla cura, ma anche il rapporto di correlazione inversa tra variabili strutturali e socio-economiche (il reddito pro-capite, il livello di istruzione, la condizione occupazionale) e i tassi di morbilità, mortalità e di esposizione ai fattori patogeni.
Ringrazio anche la dott.ssa Francesca D’Angeli, dottoranda in Politiche Pubbliche all’Università degli Studi “La Sapienza” (Roma), e la Teresa Iannaccone, per i preziosi contributi alla rivista e anche per il sostegno nei momenti d’incertezza che sempre accompagnano ogni impresa umana e scientifica.
Infine un ringraziamento particolare al prof. Ivo Quaranta e al prof. Giovanni Pizza.
La bibliografia disponibile e più aperta a nuovi orizzonti di ricerca è alimentata dai loro contributi, che sono stati, e sono ancora, una preziosa fonte di riflessione ed elaborazione per molti studenti, ma anche la felice premessa di un maggior radicamento della didattica dell’Antropologia Medica in Italia, nei contesti universitari e negli Istituti di ricerca, mai attraversati dalle illuminazioni della scuola di Medicina Sociale di Harvard.
Una prima riflessione critica sulle dimensioni della salute e della malattia, che ha consentito all’Antropologia Medica di qualificarsi come ambito disciplinare autonomo, matura sulle nozioni di corpo e mente sedimentate nella tradizione filosofica occidentale, nella Teologia Cristiana e nei saperi della Biomedica, sulla critica alle categorizzazioni dicotomiche res-cogitans/res-extensa, carne/spirito, body/corps, (corpo vivo/corpo anatomico).
Gli antropologi della scuola di Harvard hanno elaborato da un lato una riflessione sui modi in cui questi concetti sono definiti nei testi della scienza e della Teologia e negoziati nelle pratiche discorsive dei mondi della vita quotidiana, dall’altro hanno elaborato nuove modalità di analisi dei sistemi medici e dell’esperienza incorporata della malattia.
Prevale oggi una sensibilità critica e riflessiva sui fenomeni che andiamo osservando e che non hanno molta autonomia rispetto alle retoriche di autorità scientifica, alla costruzione sociale dei saperi sul corpo e sulla malattia. A partire dalla messa fuoco del concetto di imbodiment , di Thomas Csordas, la salute e la malattia sono state ridefinite figure del corpo, ne è stata sottolineata la dimensione sociale e simbolica.
Per superare il riduzionismo biologico della Biomedica occorre indagare i rapporti di forza e di potere che di volta in volta determinano il corso dei processi di istituzionalizzazione del ruolo del malato e del medico sulla scena della cura, la formazione delle categorie nosologiche e, sulla base di parametri di efficienza economica, dei costrutti di produttività medica.
Ma la dimensione egemonica dei saperi della Biomedica non è solo costruzione teorico-scientifica, è anche costruzione sociale e politica nella misura in cui fornisce modalità di abitare e pensare il corpo e la malattia, ma ne occulta la dimensione sociale, politica, culturale.
Il termine Biomedica da tempo in uso in Antropologia Medica e che indica il sistema medico occidentale, consente anche di distinguere la Medicina occidentale da altri sistemi medici, saperi e pratiche di cura.
La distinzione tra il sistema medico occidentale e altri sistemi medici e la definizione di sistema medico come insieme di rappresentazioni, risorse materiali e simboliche, saperi e pratiche, assetti organizzativi, hanno consentito di osservare la Biomedica come uno dei tanti sotto-sistemi culturali costruiti nei mondi locali per dare risposta alle domande di cura: un insieme strutturato di norme, principi, dati per scontati e non criticabili, che hanno mostrato alla luce della storia i limiti di ogni pretesa di verità data una volta per tutte.
La riflessione antropologica sui sistemi medici ha comportato anche una rivisitazione del concetto di cultura biomedica, erroneamente concepita come un sistema unitario e omogeneo al suo interno, e la scoperta di assetti istituzionali instabili in cui si incontrano e confliggono non solo attori e culture differenti, dei medici, degli infermieri, dei pazienti e dei familiari, ma anche associazioni, agenzie governative e non governative, enti locali pubblici e privati, portatori di interessi che devono poter convergere su obiettivi di interesse collettivo.
L’instabilità dei rapporti di forza negli assetti istituzionali del campo sanitario ha mostrato come il sistema materiale e simbolico della Biomedica non sia separabile dai processi e dalle trasformazioni che emergono nel farsi stesso dei processi sociali, delle pratiche organizzative e delle pratiche mediche.
Al concetto unitario di cultura e di sistema medico, un approccio che riduce la variabilità e le differenze nel campo biomedico ad un codice culturale unico, si preferisce oggi un concetto più fluido, plurale, attento alle sue differenze interne, di cultura. Piuttosto che di sistema culturale biomedico, che mostra i suoi limiti teorici e analitici, si preferisce dunque parlare di “campo biomedico”: un’intersezione di differenti, pratiche, codici e valori, che non sono essenze, ma processi che devono essere indagati e spiegati con gli strumenti teorici e interpretativi della nuova antropologia critica.
Anna Maria Di Miscio
