numero 3
del 15 Giugno 2010

“Il corpo” di Galimberti e la disgiunzione diabolica della scienza

Anna Maria Di Miscio

Natura/cultura, mente/corpo, spirito/materia. Opposizioni binarie nelle narrazioni della Biomedica, nelle pratiche discorsive e nei linguaggi in uso nei mondi della vita quotidiana che separano il corpo anatomico dal corpo come presenza e progetto, agente intenzionale di un progetto nel mondo. Un sistema di categorizzazione del corpo, e della relazione tra io e mondo, che non legge la sua ambivalenza, il suo essere questo e quello.
Per Galimberti il corpo come presenza e progetto nel mondo non è l’espressione metafisica di un Io: “Finchè la medicina, la psichiatria e la psicoanalisi, non guadagneranno l’ambivalenza del corpo, superando la disgiunzione cartesiana tra res cogitans e res extensa, tra mente e corpo , tra soma e psiche, non solo si troveranno a trattare il corpo come un qualsiasi oggetto della natura, ma di fronte alla malattia si troveranno nelle condizioni di considerare spiegato e compreso un fenomeno, somatizzazione, intorno a cui si sollevano le polemiche degli organicisti, e degli psicologisti, occupati entrambi a far collimare le due parti di una unità che non la natura, ma le esigenze metodologiche della scienza hanno impropriamente tenute divise e separate” [Galimberti,1987:14].
La logica binaria dei saperi sul corpo ha le sue radici filosofiche, culturali e storiche nel principio ordinante di identità e non contraddizione per cui A è A e non è non-A, nell’unicità del Lògos che risolve la differenza nell’equivalenza, che riconduce il senso di tutte le cose ad un Significante supremo, l’equivalente generale, l’Oro o il Denaro, l’Anima o la Psiche, nei territori del mercatismo, nelle formazioni discorsive dell’Economia, della Teologia e della Psicologia freudiana.
Una logica disgiuntiva che identifica e riconosce un Valore Assoluto come essenza separata da un corpo che non è più centro di irradiazione simbolica, bensì corpo anatomico, o cadavere.
Un valore in sè, l’anima o la psiche, come essenza separata dalla materia, è ciò che resta dopo la soppressione dell’ambivalenza simbolica del corpo.
Il valore in sè è l’equivalente generale Agathòn : “Ciò che vale per sé stesso, e perciò supera l’essere in dignità e potenza” [Platone, Repubblica, Libro VI, 509b].
Un errore di lettura del corpo, della sua ambivalenza, che ha le sue radici nella cultura greca e che ha percorso tutto l’Occidente da Platone in poi: “La Psiche sarà il luogo di riconoscimento dell’unità del soggetto, della sua identità. Ma questo luogo di identificazione contiene già il principio della separazione perché incomincia a pensarsi per sé, e quindi a separarsi dalla corporeità”. [Galimberti, 1987: 22].
Il corpo anatomico è il residuo di questa scissione, corpo residuale che assume in sè il disvalore del peccato, della carne come anticipazione del nulla e della morte.
Nel V a.C. secolo i termini psiche e soma erano già presenti in Omero, ma con un significato diverso, soma indicava il cadavere, la salma che è cosa che non vede e che è oggetto del vedere, mentre psiche non era l’anima, ma l’occhio che vede, l’orecchio che sente. Psiche era il respiro, lo sguardo, l’ascolto, la materialità del sentire e del percepire.
Le membra del corpo non erano parti anatomiche, supporto, ma linguaggio espressivo del corpo, le emozioni del corpo erano nel thymos, l’organo del sentimento e il noos era l’organo dell’intendere, perché intendere è vedere, è funzione del corpo e non dell’anima. Le mani di Ulisse che stringevano l’arco e la faretra erano la collera, perché la collera era nel corpo, piuttosto che in un altrove che noi chiamiamo mente. Anche la tradizione biblica ignorava le opposizioni binarie mente/corpo, spirito/materia, vita/morte. Nefes, tradotto poi con psyche, esprimeva originariamente un significato del tutto altro da quello oggi attribuito da pratiche disciplinari e discorsive, esprimeva la fragilità dell’uomo, il suo desiderio e la sua incompiutezza. Basar non era il corpo, il soma, ma la debolezza dell’uomo che si nega a Dio.
Nella Genesi il disvalore non era radicato nel corpo ma nella lontananza da Dio che si fa ostacolo, impedimento alla redenzione e alla resurrezione del corpo.
E l’uomo era carne vivificata da Dio, lontano da Dio tutto era caducità e impotenza. La Teologia Cristiana ha introdotto un altro ordine del corpo e del suo significato, l’ordine trascendentale, l’anima, separata dalla materialità del corpo, dalla carne, e come disvalore ha introdotto il peccato della carne che nega l’accesso alla Verità e all’Eterno, alla resurrezione.
Il Cristianesimo apre dunque alla disgiunzione diabolica, dia-ballein , della vita dalla morte, annulla l’ambivalenza simbolica del corpo, syn-ballein, apre alla reversibilità della vita e della morte nell’equivalente generale, l’Eternità: “L’Eternità è fondamento della economia politica della salvezza individuale mediante accumulo di opere di bene con relativo bilancio finale e sua equivalenza” [67].
Il concetto di anima ha sacrificato l’ambivalenza del corpo al principio unificatore del soggetto, al principio d’identità e non contraddizione come supremo significante. La materia-corpo è espropriata, separata dalla sua presenza nel mondo come progetto, e la vividezza del suo apparire alla sguardo è ricollocata in una trascendenza iperuranica, in un errore della logica che appare più reale della stessa evidenza del corpo.
Pan, il dio del corpo, si fa rappresentazione del male, iconografia del diavolo e delle sue tentazioni, e la carne e i desideri della carne si fanno dannazione del corpo, anticipazione del nulla e della morte della Teologia Cristiana.
Cartesio ripercorre e riafferma, sulle tracce della filosofia greca e del Cristinanesimo, il dualismo platonico.
L’Ego cogito cartesiano esprime, macinando e dissolvendo la molteplicità del corpo, ogni possibile senso del suo essere nel mondo: “Un’astrazione preliminare che prescinde da tutto ciò che è corporeo e mondano, è un Io decorporeizzato e demondanizzato” [70]. Il corpo è per Cartesio la res extensa, cosa estesa e non pensante. La res cogitans, mente e anima, guadagna definitivamente nella cultura e nella filosofia occidentale la sua autonomia dal corpo.
L’Ego cogito cartesiano è astrazione dell’Io e dell’altro, cancella il molteplice e lo riduce all’Uno, all’unità del Lògos, un’astrazione come rappresentazione di qualsiasi altro io.
Il superamento dell’opposizione binaria mente/corpo sta in quell’operazione simbolica, syn-baillein, che restituisce al corpo la sua ambivalenza, rimette in gioco e rimescola i codici e percorsi della logica disgiuntiva della Biomedica e della Teologia.
La geografia polisemica del corpo è piuttosto apertura di senso, non oppone vero e falso, bene e male, spirito e materia, sfugge al codice unico, al Logos, contiene e libera una molteplicità di codici.
Il corpo non è lo strumento della coscienza ma è il luogo di un sistema espressivo chiamato coscienza, dell’incontro tra il sé e l’altro che lacera e decentra la certezza delle mie elaborazioni sul mondo, è luogo dell’esperienza come aderenza allo stato corporeo.

Anche il concetto freudiano di pulsione si è nutrito della negazione dell’ambivalenza del corpo.
Nell’economia libidica della psicanalisi la potenza del Fallo ha una valenza mistico-religiosa, è l’unità di misura universale di tutte le pulsioni, sottrae ad ogni desiderio la sua ambivalenza e a tutti i corpi la loro differenza: “Il Fallo è l’equivalente di tutte le pulsioni che, se non sottomesse a quello che Freud chiama primato della zona genitale, resterebbero come nell’età infantile prive di centro quindi in uno stato anarchico e polimorfo”. [Galimberti, 1983: 523]. La monarchia del Fallo annulla l’ambivalenza del corpo nel modello costruito sul triangolo edipico, somma i due poli, del maschile e del femminile, e traccia una linea di confine tra il normale e il deviante.

Allo stesso modo la Biomedica ha potuto osservare un corpo scisso, un corpo anatomico come realtà separata, espropriata da un io che è sempre in un altrove. La disgiunzione diabolica delle pratiche discorsive della Biomedica, dia-ballein, dissolve l’ambivalenza simbolica del corpo, separa mente e corpo, osserva il corpo come supporto di malattia. Lo sguardo del chirurgo osserva un caso clinico, una frattura del collo chirurgico dell’omero, un’ulcera, o una laringe, una rotula. Suo oggetto di osservazione è il corpo anatomico, aggregato di organi e non, come dovrebbe essere, una soggettività incarnata.
Una distorsione che ha le sue radici nei percorsi di addestramento dello studente in sala settoria, nell’osservazione del cadavere. È sul cadavere infatti che lo studente si esercita nell’aula di anatomia, è sul cadavere che sono costruite le sue rappresentazione del corpo.
L’idea del corpo elaborata dalla Biomedica è una simulazione prodotta a partire da un metodo e da un modello parziale, convenzionale, la distorsione logica sta nel confondere le esigenze di un metodo che costruisce un modello e isola un aspetto del corpo, con una prospettiva in grado di esplicitare l’intero orizzonte del suo-essere-nel-mondo.
Il corpo-cadavere elaborato dalla Biomedica annulla ogni differenza e rimuove l’esperienza del corpo polisemico come insieme di possibilità, come sensorialità senza la quale non ci è dato di abitare il mondo, né di pensarlo, rimuove il come corpo e le sue emozioni. Rimuove l’esperienza soggettiva del corpo che sfugge a qualsiasi tentativo di imprigionarlo in una determinazione univoca di senso.
Il corpo è un testo polisemico, è un ibrido che corre, irriducibile residuo che nessun discorso potrà raggiungere, “perché si porrà sempre al di qua di esso, grumo non rischiarato dalla parola, eppur nucleo che personalizza la nostra forma peculiare di essere nel mondo, che caratterizza la nostra unicità” [L. M. Lombardi Satriani, 1985: 84-85].

Galimberti U.

2003 Il corpo, Milano, Feltrinelli