Antropologia tecno-culturale, il Cyborg
Storia di un ibrido
Il corpo è l’esito di un processo artificiale, di una tecnologia culturale, morphing tecno-culturale che manifesta tutta la sua ricchezza espressiva nei linguaggi cybernetici della contemporaneità.
I fossili degli Australopitechi, primi ominidi dal cervello piccolo, mostrano caratteristiche morfologiche analoghe a quelle dell’essere umano, le mani libere dalla locomozione erano già in grado di fabbricare piccoli arnesi, cacciare piccoli animali, utilizzare una rudimentale forma di comunicazione.
“Il primo processo innovativo si aprì grazie ad una progressione di manipolazioni elementari, grazie all’esercizio della mani. Le mani entrano nella zona di confine tra sé e il mondo, appartengono al corpo e si intrattengono col mondo, sono ciò che il corpo diventa quando incontra il mondo, e contemporaneamente la forma che assume il mondo con il nostro corpo, la prima di una infinita serie di nature artificiali e di artifici naturali, forgiati dalle dita e raccolti nel cavo della mano [Abruzzese, Borrelli 2000: 15].
La mano è il primo “artificio naturale”, è tecnologia che si fa corpo, il primo artefatto tecnologico.
All’invenzione del primo strumento, dell’ascia, seguono mutamenti nella struttura organica: statura eretta, dentatura ridotta, espansione del cervello, sono il frutto di un’accumulazione culturale che produce effetti di retroazione sul corpo, sul sistema nervoso, alimenta la moltiplicazione delle cellule neuronali, ne moltiplica le interconnessioni. Il corpo è il primo luogo del mutamento, l’esito di un processo di accumulazione culturale in cui l’abilità manuale, la progettualità, la capacità di creare e utilizzare simboli hanno giocato un ruolo forte, determinante, nel definire e modellare le caratteristiche somatiche e la crescita del proencefalo. Il processo tipicamente umano di costruzione della cultura si intreccia ad un processo di costruzione del corpo, processo artificiale di un soggetto che sviluppa sensi e protesi sensoriali, ad una dialettica corpo/tecnologia come fusione e con-fusione dei margini di confine dell’uno e dell’altro.
“Il corpo è il primo e più naturale strumento dell’uomo. O più esattamente è il primo e più naturale oggetto tecnico e, nello stesso tempo, mezzo tecnico, dell’uomo […] prima delle tecniche basate sugli strumenti c’è l’insieme delle tecniche del corpo” [Mauss, Tecniche del corpo 1936]. Questo saggio breve di Marcel Mauss, presentato la prima volta alla Società di Psicologia nel 1934, elabora con notevole anticipo, rispetto a più recenti riflessioni dell’Antropologia Culturale, e con illuminante chiarezza una teoria che legge il corpo come strumento piegato all’uso sulla base di tecniche apprese in processi di socializzazione primaria.
Marcel Mauss procede ad una classificazione semplice che riparte dalla biografia essenziale dell’essere umano. A partire dalle tecniche del parto è già evidente una notevole variabilità da un contesto culturale all’altro, la madre del piccolo Buddha ad esempio partorì aggrappata ad un albero. Esistono modi differenti nelle culture di tagliare il cordone ombelicale, mantenere un contatto corporeo diretto col neonato e metterlo in culla. Allo stesso modo possiamo osservare diverse e differenti tecniche per respirare, arrampicarsi, dormire. Le tecniche del riposo variano notevolmente: dall’uso della stuoia all’amaca, dal dormire in piedi allo stringersi in cerchio intorno al fuoco, dall’uso di panche alla terra nuda. Nel Ciad e nel Tanganika gli uomini si riposano reggendosi su una gamba sola.
Tra le tecniche del movimento quella dell’arrampicarsi con la cintura diffusa in molte società, ma non nella nostra, o quella del camminare, le donne della Nuova Zelanda ad esempio adottano un dondolamento delle anche chiamato onioi che i Maori apprezzano molto. L’andatura delle ragazze francesi è oggetto di una riflessione illuminante di Mauss: “Mentre ero degente in un ospedale di New York mi chiedevo dove avessi già visto delle signorine che camminavano come le mie infermiere, mi ricordai che le avevo viste la cinema. Tornato in Francia notai soprattutto a Parigi la frequenza di questa andatura: le ragazze francesi camminavano nelle stesso modo, in effetti grazie al cinema il modo di camminare americano cominciava ad arrivare anche da noi” [388].
Tra le tecniche per la cura del corpo l’uso del sapone, inventato dai Galli, mentre in America centrale e America del sud si insaponava con il legno di Panama, tra le tecniche della riproduzione possiamo osservare la sospensione durante l’atto sessuale delle gambe all’altezza delle ginocchia diffusa in tutto il Pacifico, rara altrove. Più in generale esistono tecniche per il respiro, il bacio e così via.
“Da esse risulta che ci troviamo di fronte a montaggi fisio-psico-sociologi di serie di atti che in ogni società ciascuno deve sapere e imparare “[407]. Il corpo è piegato all’uso da questi atti, sono tecniche che ci rivelano tutta la labilità dei confini tra biologico e artificiale, la “natura non naturale” del corpo.
Il percorso questo lavoro, seguendo Clifford Geertz in Interpretazione di culture, radicalizza la riflessione sul corpo come risultato mai definitivo di un processo di produzione culturale che determina le fasi del destino biologico, di una retroazione tra programmi culturali e la struttura organica: “La cultura non è un’aggiunta ad un animale incompleto, fu un ingrediente, il più importante nella produzione di questo stesso animale. La lenta crescita della cultura nell’era glaciale svolse un importante ruolo direttivo nella sua evoluzione, il perfezionamento degli attrezzi, l’adozione di pratiche organizzate della caccia e della raccolta […] il crescente affidamento a sistemi di simboli significanti (il linguaggio, l’arte, il mito, il rituale) crearono un ambiente a cui egli fu obbligato ad adattarsi [..] tra il modello culturale, il corpo e il cervello fu creato un effettivo sistema di retroazione in cui ciascuno forgiava il progresso dell’altro” [Geertz, 1987: 91-92].
L’essere umano ha abbandonato la regolarità del controllo genetico, è il risultato di un processo interattivo tra programmi culturali, una mutante anatomia della mano, l’espansione del diencefalo e del telencefalo e la crescente complessità del suo sistema nervoso centrale. Studi recenti nell’ambito della chirurgia della mano hanno scoperto la presenza di tendini supplementari nel primo canale del carpo, per anni considerata un’evenienza rara: “Le implicazioni affascinanti di tale capriccio della natura sono intimamente connesse allo sviluppo filo-ontogenetico dell’articolazione del pollice, è questa articolazione che caratterizza con l’opposizione del pollice il predomino della nostra specie sugli alti primati” [dottor Savino, Alla radice dell’artrosi in D33 nr.6, 2003]. Variabili anatomiche che consentono di leggere la metamorfosi della mano fino al bilanciamento muscolo-tendineo ottimale nella presa fine e di forza, limitando l’errore che condurrebbe a percorsi sbagliati verso la rizoartrosi. Tecnologia del gesto.
Quindi tecniche del corpo, corpo come strumento, tecnica come gesto, mano come utensile, tecnica come oralità e scrittura. Mano come utensile, o suo prolungamento, e non solo, corpo come esito di un processo in fieri solo momentaneamente definito dal termine che identfica la nostra specie in un determinato momento della sua storia, Homo Sapiens Sapiens. Il corpo è primo luogo della trasformazione e del cambiamento, non l’oggetto di una nuova colonizzazione perpetrata dalle tecnologie, ma esito di un processo di produzione tecno-culturale, anzi autoproduzione.
Il corpo è un artefatto, è un tecno-corpo dalla natura ibrida. Il cyborg allora non è anticipazione di futuri possibili, è la nostra origine e il nostro destino.
“Il cervello è un ecosistema biologico in costante dialogo con le tecnologie e le culture. Le tecnologie basate sul linguaggio, come la radio e la tv, possono incorniciare il cervello sia fisiologicamente, sia sul piano della organizzazione neuronale che psicologicamente sul piano dell’organizzazione cognitiva, altre tecnologie come i satelliti e le reti telefoniche sono divenute prolungamenti del cervello e del sistema nervoso centrale”. [de Kerckhove in Miconi, 1999: 99].
Un sapere che si fa corpo, un sapere incorporato, un nuovo insieme di forma e sostanza in cui l’opposizione tra dimensione ideativa e simbolica e la dimensione materiale del corpo non si pone più come ineludibile alternativa.
Epistemologie dell’artificiale.
Nel XX secolo emerge il pensiero sistemico, nuovo paradigma di riferimento che influenza percezioni e visioni del mondo, della cultura e del corpo, informa modelli e processi artificiali. Un nuovo schema concettuale che orienta l’osservazione e che entra in crisi quando l’osservazione genera uno shift tale per cui ciò che non era stato osservato prima ora si pone in primo piano [Negrotti in Campelli, 1999: 243].
Per comprendere la teoria dell’artificiale bisogna ripartire dalla messa a fuogo di un livello osservativo, LO. I livelli osservativi sono LO esperiti dal ricercatore in base al suo background culturale e alla sua sensibilità estetica.
L’osservazione di un oggetto non produce oggetti identici in “n” menti , produce invece modelli mentali, immagini da particolari prospettive, rappresentazioni, livelli osservativi, appunto.
La rappresentazione è un modello artificiale, un’interfaccia tra l’evidenza del mondo e l’evidenza della nostra attività mentale, la rappresentazione è l’unico vero esemplare, il vero oggetto di studio dello scienziato, ogni sistema prodotto infatti è astrazione dell’osservatore che produce modelli artificiali, è trasfigurazione del reale ma anche modello pragmaticamente efficace.
Percezione -> osservazione -> rappresentazione: ogni osservazione è osservazione situata, locale, parziale, ciò che osserviamo è quello che un determinato LO ci consente di immaginare, e l’artificiale così inteso è appropriazione e immaginazione creativa.
La teoria dell’artificiale elaborata presso il Laboratorio per la Cultura dell’artificiale dell’Imes, Università di Urbino, fa riferimento al concetto di rappresentazione come interfaccia, ai processi artificiali, alla produzione di oggetti “esemplari”.
I risultati di un qualsiasi processo “ sono palesemente caratterizzati da una selezione di prestazioni rispetto all’esemplare naturale e non certo dalla loro riproduzione globale, l’artificiale in altre parole non è una replica o una clonazione, bensì il risultato di una deliberata selezione multipla” [Negrotti in Campelli, 1999: 244]. Il processo osservativo è selettivo, frutto di una scelta individuale, è costruzione di un LO.
Un livello osservativo meccanico descrive un oggetto o un processo, per esempio un organo, un’articolazione, facendo ricorso ad una attività selettiva che privilegia alcune componenti essenziali ed esclude altre, come quelle tissutali o chimiche, un processo artificiale non è dunque materializzazione di un oggetto, di un’articolazione, nella sua totalità, ma materializzazione di uno specifico LO, è elaborazione, rappresentazione del suo progettista.
Le mappe cognitive più in generale, come le carte geografiche, sono una selezione, un pachwork di rappresentazioni, hanno un contenuto visuale, emotivo, e sono soggette a re-visione e a letture differenti.
La componente visuale è presente anche nel paradigma kuhniano: “Gli scienziati durante le rivoluzioni vedono cose nuove e diverse anche quando guardano nelle direzioni in cui avevano guardato prima” [Kuhn, 1969:39]. I paradigmi di Kuhn sono modalità delle sguardo, così come i saperi situati della Haraway in Manifesto cyborg sono prospettive da particolari punti di vista, sono apertura al possibile, a inedite ibridazioni tra tecnologie elettroniche e tecnologie biologiche, tra organico e artificiale. Sono nuovi saperi che necessitano di epistemologie altre.
“Un‘epistemologia del puramente umano sta perdendo il contatto con la realtà del mondo contemporaneo, un accidente serio, mentre un’epistemologia che imputa ad entità inorganiche la necessità di porsi gli stessi interrogativi sul mondo e la capacità di rispondervi facendo ricorso alle medesime rappresentazioni mentali contiene in sé i pre-requisiti per svilupparsi in un’epistemologia del post-umano o del non umano” [Gallino in Campelli,1999: 278].
L’oggetto della nuova scienza è un corpo che non ha esemplari in natura, corpo come multipli di carne e metalli, carne e circuiti, sangue e titanio, che annulla l’opposizione binaria natura/cultura. Un artificiale che oscilla tra i poli opposti dell’organico e dell’inorganico senza assimilarsi né all’uno né all’altro, un artificiale che, prodotto di una selezione-interpretazione che si materializza in cosa biologica, convive con altri elementi simbolici, si integra al corpo, si fa corpo-macchina, ne supera i limiti, ne altera la sua struttura interna.
Possiamo ora ripensare con rinnovata curiosità al corpo mutante dell’immaginario dei media, al Frankstein di Mary Shelley, che appare come insieme di pezzi assemblati, un assemblaggio perturbante che anticipa una vasta produzione nell’ambito di un genere, quello fantascientifico (direi para-scientifico), come scienza parallela che costruisce mostruose e affascinanti possibilità.
Le bio-tecnologie, suggerisce la Haraway in Manifesto Cyborg (1989), oggi spingono verso una ridefinizione dei confini del corpo, disarticolano identità monolitiche, fisse, liberano dalle definizioni politiche di identità sessuale, dal potere prescrittivo delle identità di genere, e spingono oltre il genere, riconfigurano il rapporto tra io e corpo e il rapporto del corpo con lo spazio. Il cyborg, scrive la Haraway, è quell’ironico mito politico fedele al socialismo, al femminismo e al materialismo che consente di ripensare il corpo e le soggettività come agenti che progettano il cambiamento, di superare le opposizioni binarie della nostra cultura e ridefinire l’oggettività scientifica da nuove e molteplici angolazioni teoriche, che superano le categorie dicotomiche della nostra cultura, maschile/femminile, bianco/nero, corpo/mente.
Il cyborg è una figura trasgressiva da cui ripartire per sostenere e affermare il molteplice, la differenza, sfuggire al controllo del biopotere foucaltiano sulla testualità instabile e fluttuante del corpo. Il cyborg è una risposta trasgressiva ai paradigmi che si sono alternati nei discorsi della scienza e che hanno fornito letture convincenti della natura e della cultura, del corpo, è un nuovo insieme di forma e sostanza per guardare allo scientismo e tessere nuove possibilità creative, del tutto altre rispetto ad un corpo naturale, costruito e ordinato da strategie politico-culturali che difendono i suoi confini da fusioni illecite, in un sistema gerarchizzato di controllo dell’identità di genere, bianca ed eterosessuale.
L’ermeneutica della Haraway decostruisce il corpo-testo costruito dai linguaggi della Biomedica, ossessionati dal contagio, e propone un corpo del tutto denaturalizzato, artificiale, che vive armonie instabili, che dissolve il Biopotere sui corpi e si immerge nel cyber-spazio, in reti multicentriche in cui ogni elemento interagisce con tutti gli altri, un corpo come assemblaggio provvisorio, sempre vulnerabile, aperto ai non sé.
Il saggio della Haraway è una lettura decostruzionista dell’attività scientifica e delle sue verità, che produce modelli del mondo, isomorfismi, uguaglianze, risolve la differenza nell’equivalenza, occulta l’ambivalenza simbolica del corpo, il suo essere questo e quello. Ai paradigmi del determinismo sociale e biologico, alle identità monolitiche oppone molteplicità eterogenee, saperi situati, localizzati nei corpi, che sanno elaborare nuove visioni, altre modalità di osservazione del mondo. Sono livelli osservativi che consentono una visibilità dalle periferie del sistema, producono interpretazioni non chiuse, aperte a re-visioni, contestabili, imperfette, liquide, che attraversano i canali invisibili della comunicazione metropolitana.
La storia della scienza, scrive la Haraway, è storia delle pratiche di visualizzazione, di tecnologie della visione che riproducono infedeli visioni del mondo e incidono sulla nostra idea di realtà. L’analisi della Haraway delinea possibilità diverse dalle versioni di retorica scientifica che si sono alternate nella storia e che costruito identità e corpi, suggerisce di sovvertire le regole del gioco e imparare dalla contaminazione tecnologica strategie efficaci che attingano alla rigenerazione, al superamento e non alla riproduzione dei dualismi che scrivono le identità e le loro differenze.
Le rappresentazioni del corpo nel cyber-spazio slittano ora verso una progressiva denaturalizzazione, il linguaggio del tecno-organismo è quello codificato dall’informatica, il Cyborg della Haraway è disperso in reti multicentriche, un sistema reticolare ad alta complessità, assemblaggio contingente, sempre vulnerabile.
Il Cyborg è quell’ironico mito politico che rimuove gli organismi naturali, i corpi anatomici della Biomedica a partire da saperi nuovi e da narrazioni eterogenee in grado di risignificare le pratiche discorsive costruite intorno al corpo. Non abbiamo più prospettive privilegiate da cui osservarlo, non c’è scienza che possa fornire rappresentazioni esaustive, definitive. La scienza è proliferazione simultanea di posizionamenti critici, problematici, è traduzione parziale e imperfetta, e gli enunciati di un resoconto definitivo sul corpo, sulla sua verità, non hanno spazio.
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