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29 marzo 2017

Riflessioni della bioetica femminista su maternità e tecnologie riproduttive

 

Laura Sugamele

 

Questo articolo intende esaminare il pensiero femminista che, con la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, venne a delinearsi con una produzione letteraria specifica, la quale emerse come distanziamento rispetto alle teorizzazioni che fecero capo alle battaglie civili del femminismo legate, in particolare, all’emancipazione e all’indipendenza delle donne nell’aspetto sociale-economico-professionale, per affermare invece ulteriori tematiche di discussione a carattere giuridico connesse per lo più a dilemmi di natura etica e volti ad una riflessione sul ragionamento bioetico.

La ridefinizione del concetto di autonomia divenne, perciò, nodo focale dell’approccio teorico femminista, il quale attuò una concettualizzazione critica del termine ‘autonomia’, nella sua definizione nell’ambito della bioetica canonica, laddove la considerazione di un astratto modello di soggetto autonomo comporta l’esclusione del contesto sociale, culturale e personale del soggetto e, quindi, si pone come modello certamente poco applicabile alle questioni della bioetica. In tal modo, le riflessioni femministe misero in luce l’attenzione alla responsabilità di cura e ad un aspetto comunicativo aperto alla comprensione dei bisogni degli altri. Detto ciò, la bioetica come campo di riflessione sulla liceità o non delle conseguenze connesse al progresso tecno-scientifico, congiuntamente all’approccio teorico femminista, si rivelò come nuovo orizzonte di ragionamento critico, rispetto al concetto di oppressione e subordinazione delle donne e del loro corpo in contesto medico e scientifico, con risvolti anche sul piano applicativo.

Tale consapevolezza ebbe il risultato positivo di porre attenzione sulla cosiddetta ‘prospettiva’ di genere che aveva peso a livello socio-culturale, ma non ancora a livello medico.

In particolare, tra gli anni Settanta e Ottanta, l’argomentazione femminista trovò terreno fertile nella teoria della filosofa francese Simone de Beauvoir, per la quale la svalutazione del soggetto femminile corrispondeva ad una sua categorizzazione semantica, culturale, sociale, esclusivamente come ruolo materno. In quest’ottica, il femminismo di questi anni evidenziò la connessione tra mancato riconoscimento del genere sul piano socio-culturale e aspetto riproduttivo-procreativo, individuato come un fardello non necessariamente incardinato al ruolo femminile e di cui le donne potevano liberarsi.

Alla luce di questa considerazione, il fervore teorico che contrassegnò il pensiero femminista in questa fase e che caratterizza anche la sua impostazione attuale, si lega ad un impulso relativo non soltanto a incentrare il soggetto ‘donna’ attorno a tematiche di carattere sociale o professionale, bensì a rendere più sensibile il settore della bioetica sui bisogni interiori della donna e sulle implicazioni etiche correlate agli sviluppi della tecno-scienza che, di converso, hanno gradualmente condotto ad un aumento esponenziale delle pratiche biomediche e, quindi, alla medicalizzazione del corpo femminile.

Femminismo della cura e bioetica. Posizioni teoriche

I presupposti teorici che fanno capo a ciò che viene definita etica della cura, sono strettamente legati alla riflessione che, nell’ambito del femminismo, si attuò in merito al ruolo delle donne nella sfera della maternità.

Tale posizione si deve al famoso libro In a different voice: psychological theory and women’s development di Carol Gilligan del 1982, testo nel quale l’autrice pose una certa enfasi sul confronto tra ruolo materno e sensibilità ai bisogni altrui, praticando una sorta di parallelismo tra la donna che si prende cura con costanza e responsabilità del suo bambino e l’attuare la stessa costanza e preoccupazione nell’ascoltare le esigenze e le paure interiori di una persona, nel settore sanitario1.

Come si pone, allora, l’etica della cura? «L’etica della cura, nata negli anni ’80 in ambito statunitense, […] si oppone ad un sapere sterile che astrattamente pretenda di fissare nette linee di demarcazione fra ciò che è bene e ciò che è male, […] si inserisce come tentativo di incarnare la riflessione morale nelle situazioni effettive e nelle relazioni interpersonali. L’etica della cura, come in genere ogni approccio femminile all’etica, infatti privilegia un approccio non-normativo, relazionale e contestuale»2. A tal proposito, la bioeticista statunitense Susan Sherwin nel suo libro No Longer Patient. Feminism Ethics and Healt Care del 1992, evidenzia attraverso la critica posta al ragionamento razionalista vigente nella bioetica tradizionale, come un diverso approccio in bioetica, meno sessista e classista, che tenga conto delle necessità personali di un soggetto e del suo contesto relazionale di vita nel complesso, possa essere maggiormente idoneo nella soluzione delle problematiche. Sherwin sostiene che il pregiudizio di genere o la discriminazione di genere è storicamente radicata «nella struttura del nostro patrimonio culturale»3.

Da questo punto di vista, per il femminismo si dovrebbe pensare la differenza tra i sessi in maniera diversa, non a partire dal semplice dato biologico, ma dall’individuo femminile o maschile che è, in principale modo, soggettività e capacità di determinarsi e coesistere nel mondo. In tal senso, è il considerarsi come capacità e non come carenza che qualifica l’essere umano. Pertanto, «ne consegue l’impegno a sviluppare la propria soggettività al fine di dare significato al differire da sé di ogni essere umano nel momento in cui nasce donna o uomo»4. La differenza si costituisce quindi come identità e soggettività. La soggettività femminile si rivela perciò non come realtà monolitica, nel senso di costruzione sociale della femminilità, ma quale «luogo di esperienze multiple, complesse e anche potenzialmente contraddittorie»5. Risulta dunque rilevante la prospettiva teorica del femminismo della cura, che si inserisce appieno nelle questioni bioetiche relative all’autonomia delle donne, con riguardo la sfera della salute e della maternità.

Il punto centrale di questo approccio è riconoscere la sensibilità e la comprensione dell’altro, come elemento fondante di una scambievolezza e di una sostanziale reciprocità tra due soggetti. Il femminismo della cura, infatti, individua la posizione della donna come intersecata e posizionata all’interno di componenti culturali, sociali ed economiche che, certamente, influiscono a livello di differenziazione e vulnerabilità, anche in ambito di trattamento sanitario. Ciò significa considerare la situazione complessiva del soggetto, il cui orizzonte di vita potrebbe essere contrassegnato da varie problematiche, ad esempio, economiche o culturali, che lo condizionerebbero nello scegliere di attuare una determinata cura o meno.

Allora, fa capo all’argomentazione femminista una nuova necessità che è, in primo luogo, ‘contestuale’, valutativa dell’insieme esistenziale e generale di una persona; uno scardinamento che per il femminismo conduce a dare rilievo al concetto di caring activity, la cui qualità teorica e applicativa poggia sulla relazionalità tra due soggetti: medico e paziente-donna. A tal proposito, è interessante il pensiero esposto da Nel Noddings nell’opera Caring del 1984, nella quale la femminista propose l’idea di cura come etica femminile ravvisando una connessione tra questa prospettiva e la cura materna6. Alla luce di questa osservazione emerge che il concetto di cura è alla base dell’approccio metodologico «care bioethics»7, il quale presuppone la possibilità che tra medico e paziente donna, si possa instaurare una relazione comprensiva e dinamica e che, al contempo, si presenta come asimmetrica e simmetrica. Asimmetrica, perché l’altro con il quale entriamo in comunicazione può essere un soggetto debole, fragile, vulnerabile; simmetrica, perché condividiamo con l’altro questo scambio emozionale reciproco, atto all’approccio di cura. La cura infatti presuppone sempre interscambio, una relazionalità che porta «l’io fuori da sé»8, in quanto «il disporsi a sua volta implica una relazione»9.

L’aspetto principale che emerge è che la disposizione alla cura si presenta come atteggiamento di apertura, impegno e costanza, condizioni senza le quali non è possibile presupporre la cura stessa. Questa osservazione evidenzia il ruolo del soggetto che dispensa la cura: la responsabilità di provvedere con costanza e sollecitudine. Di converso, l’intervento sanitario che si limita alla cura medica e farmacologica, e non si estende a quella psicologica ed emotiva del/della paziente, si riduce alla semplice cura del corpo, trascurando invece «l’identità unica e irripetibile che ciascun individuo è»10. In tal modo, la sofferenza interiore acquisisce lo status di valore e diviene variabile da includere nell’aspetto terapeutico.

La fisionomia teorica che si viene a delineare nella forma di una pars destruens, è quella di una sovrapposizione all’approccio tradizionale caratterizzato dalla considerazione di un individuo, slegato dalle sue emozioni o, come se fosse privo di legami; ovvero astratto. Una linea di pensiero, insomma, che nella sua collocazione prettamente femminista, ha contribuito alla formazione di un progresso teorico e applicativo, quello di una articolazione relazionale tra l’autodeterminazione personale che, secondo questa prospettiva, deve essere affermata, e, la libertà dell’affermazione dei legami e delle relazioni interpersonali che contribuiscono nella definizione del vissuto individuale e che, dunque, non vanno valutate alla stregua di componenti astratte. In quest’ottica, l’affermazione dell’autonomia presuppone il riconoscimento dell’interdipendenza e della relazionalità11.

Alla luce di questa osservazione, si può comprendere come il discorso sull’umanizzazione della medicina, si incardini all’argomento proposto dal femminismo della cura in merito alla possibilità di attuare una soluzione dei problemi, attraverso una valutazione più generale e meno settoriale dell’individuo. L’attività terapeutica potrebbe essere ripensata, riformulata, in vista di una disposizione alla solidarietà, con minore spazio all’argomento tecno-scientifico. In effetti, la prospettiva femminista ha condotto ad evidenziare, come proprio il privilegiare eccessivamente le competenze tecniche, abbia portato a tralasciare invece le capacità umane come l’impegno, la solidarietà e la sollecitudine.

È qui che l’incastro tra etica della cura e bioetica emerge perfettamente, quale riconoscimento determinante della realtà individuale, ovvero comprendere che una persona è tale, in quanto è collocata in un orizzonte di vita; ha una sua rete di relazioni; oppure, nella sua vita può aver avuto esperienza di discriminazioni personali, di genere, razza o cultura; tutti elementi che certamente non sono trascurabili nella definizione del sé. Tali componenti strutturali non possono essere evitati, per cui, l’etica della cura nella sua congiunzione con il settore della bioetica, ha prodotto un rovesciamento, allorché, è possibile definire la nuova impostazione teorica con il termine di autonomia relazionale.

Nel femminismo della cura permangono due elementi di identificazione e che dovrebbero volgersi alla pratica medica: la responsabilità e la dedizione che, pertanto, emergono come contrasto ed opposizione al normativismo; una posizione netta che pone l’importanza di cogliere la condotta umana nella sua interezza, una condotta che non può prescindere dal contesto specifico degli agenti. All’interno di questo scenario, l’etica proposta dal femminismo si tramuta in un giudizio pratico, laddove la situazione concreta individuale diviene elemento di giudizio e valutazione.

«La questione della normatività è la questione di come possiamo valutare eticamente il comportamento umano e perciò si riferisce a ciò che noi siamo moralmente obbligati a fare o a ciò di cui siamo responsabili. Poiché tale questione rimanda ad un’altra – “siamo obbligati moralmente secondo chi e in relazione a cosa?” – la normatività della cura in sanità fa riferimento a una specifica immagine della persona umana sottesa alla cura stessa»12.

La possibilità che si dipana è, allora, quella di adottare un nuovo giudizio pratico nella bioetica, che pone l’individuazione delle capacità propriamente umane come termine nell’identificazione dei singoli casi. Detto ciò, risulta fondamentale la considerazione dell’esperienza femminile o maschile; della sfera del sentire; dello spazio dell’aiuto e della sensibilità all’altro, così come la considerazione della differenza di genere che, ad oggi, deve essere esaminata alla luce di una delle eventuali forme di esperienza13.

Tecnologie riproduttive. Interrogativi e dilemmi dall’etica della cura alle posizioni attuali del pensiero femminista

Con il femminismo della cura si è passati, ulteriormente, ad una nuova prospettiva che implica il riconoscimento fondamentale di una coscienza riproduttiva, quale comune termine identitario al femminile. È necessario evidenziare che questo approccio ha, comunque, una base storica nel percorso di legittimazione dell’autonomia da parte del femminismo, che ha preparato il ‘terreno’ discorsivo sul rapporto tra donna e maternità, che negli anni Settanta venne a identificarsi, per lo più, come una sorta di destino biologico già stabilito, dal quale le donne dovevano emanciparsi. Shulamith Firestone vedeva, ad esempio, nelle nuove tecnologie riproduttive questa possibilità. La femminista individuava la differenza biologica come un limite sostanziale e creatore di una impraticabilità strutturale della liberazione femminile dall’oppressione delle istituzioni, evidenziando una connessione tra riproduzione, maternità e subordinazione femminile. Secondo la prospettiva di Firestone, infatti, la procreazione dei figli e la loro educazione di competenza della donna, comporta una costrizione oltre che privata, dovendo occuparsi in esclusività della prole, anche pubblica, determinata gerarchicamente su un livello inferiore e dipendente dall’uomo.

Rispetto a tale posizione, all’interno del pensiero femminista, si viene a delineare invece una nuova concettualizzazione del significato di maternità e del ruolo che le donne hanno in quanto madri, in vista della considerazione che la maternità può assumere come funzione primaria e prioritaria di riappropriazione del femminile, quale mezzo di contrasto contro il permanere di un sistema androcentrico-patriarcale nelle strutture della società.

In tal senso, la maternità inizia ad essere qualificata come potenzialità e capacità di espressione e azione delle donne, rispetto ad un sistema patriarcale che le ha sempre collocate nella sfera della fragilità e dell’inferiorità, proprio per l’identificazione esclusiva tra donna e ruolo materno. È così che la riflessione femminista produce un salto rispetto a tale impasse, laddove il salto in questione è rappresentato da una evoluzione terminologica: si passa dal discorso sul ruolo materno col quale la donna viene identificata al discorso sulla maternità, considerata come dimensione naturale che le donne devono recuperare, in quanto connessa alla libera scelta di diventare madri, essendo connessa all’ambito della personale autodeterminazione.

Altresì, un’altra visione teorica decisamente interessante è quella dell’ecofemminismo, per il quale la maternità assume una valenza altamente positiva nella sua contrapposizione ad una cultura androcentrica che viene ad espandere il suo raggio d’azione attraverso la tecno-scienza, discorso che il femminismo connette attorno alla problematicità insita nell’uso delle tecnologie a fini riproduttivi.

La maternità quindi diviene una risorsa del recupero e della protezione del sé individuale e del mondo circostante, laddove l’ecofemminismo congiunge crisi ambientale e negazione dell’autonomia delle donne che dal corpo si riversa anche sulla sfera socio-economica. «Nella “economia dell’esperienza maschile”, […] l’uomo economico è adulto, fisicamente efficiente, mobile, libero dalle responsabilità domestiche e verso il modo di produzione delle merci o dei servizi che consuma, staccato dall’ecosistema. Al contrario, il lavoro delle donne, poiché riflette i bisogni del corpo, è radicato negli ecosistemi locali, non può allontanarsi dalle proprie responsabilità. Esso rappresenta la realtà fondamentale dell’esistenza umana»14.

Detto ciò, mentre il femminismo degli anni Settanta puntava alla liberazione della donna sul piano sociale, economico, politico e culturale, come obiettivo per la società, mediante lo scardinamento del ruolo femminile dalla maternità come obbligo sociale; negli anni Ottanta si sviluppa invece un approccio diverso e più circostanziato alla valorizzazione della specificità femminile nel rapporto con la maternità, orientamento che portò con sé una notevole attenzione sulla transizione dal diritto delle donne di liberarsi dall’obbligo della riproduzione, al diritto di riproduzione da parte delle donne. In tal modo, si svilupparono nuovi interrogativi in senso al pensiero femminista, riguardanti spinose problematiche, ad esempio, il diritto o meno alla maternità quando non avviene naturalmente; la liceità o meno nell’adoperare le tecnologie riproduttive; la possibilità o meno che l’accesso alle tecnologie riproduttive sia strettamente connessa all’appartenenza ad un determinato status socio-economico e che ciò ne consenta la fruizione, e comprendere che il loro eventuale impiego coinvolga la dimensione simbolica e affettiva della donna. Certamente, è indubbio che questi interrogativi siano comunque da riferire al vissuto della donna e ai suoi bisogni interiori, come al significato che una donna attribuisce alla maternità, valore che potrebbe essere differente rispetto ad un’altra, ragion per cui, l’argomento sull’utilizzo delle tecnologie riproduttive si pone non solo problematico in connessione ai dilemmi etici che esso pone, ma anche alla prospettiva simbolica e valoriale di ciascuna donna.

Il dubbio scaturito dall’ausilio delle metodiche scientifiche nella sfera naturale della maternità, infatti, è un argomento prioritario per il femminismo, in cui la linea radicale che si fonda sulla posizione della femminista Adrienne Rich, opta per una ridefinizione del concetto di maternità scisso in due aspetti: il ruolo materno inscritto nel significato ad esso attribuito dall’istituzione sociale e la maternità come energia e potenzialità delle donne.

Secondo questa prospettiva, dunque, il corpo femminile e l’esperienza materna potrebbero rappresentare una svolta, un riconoscimento per tutte le donne dell’importanza dell’evento procreativo, individuato come fase naturale nella vita di ognuna.

Analogamente, il femminismo della cura propone una revisione del termine ‘ruolo materno’, in quanto l’identificazione tra donna e il ruolo sociale di madre, è un elemento rilevante che tende a demarcare una linea sociale e culturale del riconoscimento di quelle donne che sono riuscite a realizzare il sogno della maternità rispetto a quelle che non ci sono riuscite e che pertanto si sentono biasimate o carenti rispetto al loro ‘essere donna’. L’etica della cura fa leva, allora, su una rivalutazione del significato della maternità interiorizzata come valore e forza femminile, in contrapposizione alla cultura patriarcale. In quest’ottica, la femminista Sara Ruddick avanza l’idea che la maternità sia un elemento strettamente correlato all’autonomia della donna.

Ruddick osserva che l’idea della donna-madre votata solo alla cura della famiglia è da smontare, in quanto essa corrisponde ad una costruzione storico-culturale, che non trova un corrispettivo nella realtà di tutti i giorni che invece ci presenta delle donne in preda allo stress lavorativo e quotidiano e, dunque, che possono a volte rivelarsi negligenti o indifferenti nel rispondere ai bisogni dei propri figli. Questo discorso viene collegato dal femminismo all’organizzazione e al controllo che la società attua sulla maternità e sulla fase gestazionale-procreativa delle donne, che esse vivono non come esperienza individuale, ma in quanto parte di un gruppo sociale. L’immagine tradizionale della donna-madre viene dunque sostituita con una ben diversa: quella di una donna che decide quando diventare madre; come esserlo; che rivendica la propria autonomia.

Attualmente, la bioetica femminista collega la riflessione sul concetto di autonomia all’utilizzo delle tecnologie riproduttive e al discorso sulla medicalizzazione delle donne, anche nella fase della gestazione e del parto. C’è da dire, infatti, che l’impatto delle tecnologie riproduttive sul corpo femminile è un tema particolarmente caldo e, «abitato da aspre controversie, sia per il dibattito pubblico delle nostre società, sia per la riflessione bioetica»15. Premettendo che quando si parla di tecnologie riproduttive si intende quell’insieme di metodiche atte a consentire alle coppie sterili o infertili la possibilità di avere un figlio, nel pensiero femminista questo argomento è al centro di discussioni vivaci ed intense, soprattutto per i risvolti etici insiti nel loro utilizzo. Questa prospettiva si lega perciò al «tema della libertà sessuale, legata alla libertà […] di esprimere se stessi»16 con l’utilizzo delle tecnologie a fini riproduttivi, problematica avvertita come rilevante, in quanto possono emergere sia dubbi e timori nell’adoperarle, sia opzioni di scelta connesse alle possibilità che esse potrebbero fornire.

Allora, le tecnologie riproduttive sono uno strumento di liberazione o di perpetuazione dell’oppressione femminile? È questa la domanda a cui oggi il pensiero femminista tenta di dare una risposta.

A tal proposito, è interessante osservare che vi sono due posizioni femministe ben diverse. Da una parte, vi è una linea radicale e contraria alle tecnologie riproduttive; dall’altra parte una liberale e positiva. Secondo il femminismo radicale le donne sarebbero indotte a scegliere le tecnologie riproduttive a causa della pressione sociale che le spinge a diventare madri a tutti i costi. In tal senso, la tecnologia riproduttiva è vista come un nuovo strumento di legittimazione del paternalismo.

Seguendo la prospettiva radicale, la domanda che sorge immediata è: «se la maternità ridotta a mera funzione riproduttiva non sia stata fatta oggetto della grande congiura della tecnologia contro la natura e la donna: lungi dall’essere neutrale, la tecnologia, capace di dare alle donne il potere di essere madri in maniera così autoreferenziale, non le sta solo espropriando del vero controllo sulla riproduzione, ma sta togliendo loro il privilegio di vivere autenticamente la propria femminilità. Si pensi anche a quella tecnologia “di genere” che è la diagnosi prenatale, capace di “medicalizzare” la gestazione fin dal concepimento, modificando radicalmente il rapporto della donna con la maternità, con il proprio corpo e con il figlio desiderato»17.

La linea radicale del femminismo tende, infatti, a connettere l’utilizzo delle tecnologie riproduttive da parte delle donne al controllo maschile sulla loro funzione riproduttiva, condizione che può essere favorita da queste metodiche. Il problema che emerge è l’eventualità che il diffondersi delle tecnologie possa far perdere di vista «il significato autentico della maternità, ridotta a decisione riproduttiva»18.

Nello specifico, sull’orientamento negativo si collocano le femministe del programma FINRRAGE (Feminist International Network of Resistence to Reproductive and Genetic Engineering), le quali sostengono che il ricorso alle tecnologie riproduttive dipenderebbe dall’omologazione a canoni sociali e non in virtù di una scelta spontanea e genuina. Per tale ragione, le donne sono simili alle vittime di una truffa, disposte a qualsiasi cosa pur di essere delle madri potenziali e facendo, alla fine, solamente l’interesse economico dell’establishment medico19. Da questo punto di vista, le donne diventano «la nuova merce del colossale mercato della riproduzione umana»20. L’immagine più drammatica viene offerta da Gena Corea (esponente e fondatrice del FINRRAGE), per la quale le donne che accettano di adoperare la tecnologia sono simili a prostitute, in un meccanismo di vendita del corpo imposto da scienziati e medici sfruttatori. La posizione di Gena Corea si presenta particolarmente dura e critica rispetto all’impego di tali metodiche che, a suo avviso, trasformerebbero le donne alla pari delle schiave, ovvero soggiogate e subordinate da una nuova tipologia di sopraffazione patriarcale celata nelle tecnologie riproduttive e di cui esse sono inconsapevoli, incatenate all’interno di una sorta di meccanismo riproduttivo, di cui esse sono la radice, in quanto fornitrici nella procreazione.

Uno dei principali dilemmi morali che le tecnologie riproduttive aprono, ad esempio, nel caso della fecondazione artificiale è la possibilità che le donne e i medici possano attuare una gestione concreta della sterilità. «La fecondazione assistita, infatti, con tutte le sue varianti (extra-corporea, eterologa, surrogata) e il suo modo di essere “prescrittiva”, “predittiva”, “preventiva” e “selettiva” dischiude delle possibilità inedite di ottenere i figli che desideriamo, anche quando non potremmo averne»21.

A questa prospettiva negativa viene a contrapporsi una corrente liberale del femminismo favorevole invece alle tecnologie riproduttive, per la quale esse aumenterebbero le opportunità delle donne e, in generale, delle coppie sulla procreazione. In tal senso, si delinea un orizzonte positivo e aperto alle tecnologie che potrebbero rappresentare un aiuto in vista del raggiungimento della maternità e quindi, un modo per esercitare la propria autonomia. Secondo questa linea teorica, la scelta deve essere fatta dalle donne che sono l’unico soggetto interessato nella riproduzione e nella fase della gravidanza e del parto. Ulteriormente, le tecniche contraccettive e abortive sono individuate come elementi di successo per la liberazione femminile22.

Le tecniche di riproduzione insieme alla contraccezione rappresenterebbero infatti un orizzonte più ampio di scelta. L’autonomia verrebbe ostacolata invece da un diverso accesso che non tutte le donne possono avere a tali tecniche. «Il liberalismo riproduttivo, […] e una parte significativa della riflessione femminista costituiscono […] rilevanti legittimazioni culturali (ed etiche) di un diritto alla fecondazione artificiale come diritto umano assoluto»23, anche se, una tale prospettiva non esaurisce le innumerevoli domande e le riflessioni che sorgono sull’utilizzo della tecnologia. Le perplessità e i dubbi che subentrano, a tal merito, si riferiscono alla possibilità di scegliere liberamente la procreazione, soprattutto «quando si sta parlando di mettere al mondo un altro essere»24.

Secondo la prospettiva del femminismo liberale, la difficoltà che le donne possono trovare rispetto all’utilizzo delle tecnologie riproduttive poggia su un conflitto tra decisione autonoma e gestione di queste tecnologie da parte del settore sanitario. Le donne, insomma, non sarebbero davvero libere di adoperare le tecnologie riproduttive; anzi, ci sarebbero difficoltà strutturali che costituirebbero un reale impedimento rispetto al relativo accesso. Da questo punto di vista, il diritto alla riproduzione della donna, ovvero di potere usufruire delle possibilità schiuse da tali metodiche sarebbe limitato, sia dal controllo di un élite di specialisti che da determinate condizioni economiche e sociali.

Il femminismo liberale, dunque, collega il discorso sull’oppressione sociale sulle donne ad altre motivazioni, non esclusivamente di carattere culturale, ma prevalentemente correlate alla disponibilità economica di una donna che può essere, invece, una condizione determinate nella scelta e nella fruizione delle tecnologie. In quest’ottica, sono le interferenze esterne a causare un limite per le donne rispetto al raggiungimento della maternità e, quindi, l’autonomia sarebbe ostacolata da variabili economiche che determinerebbero l’accesso o meno in merito alla realizzazione di un ‘diritto a diventare madre’ che nel femminismo liberale si pone in connessione all’affermazione della scelta autonoma.

Alla luce di questa osservazione, è certo che entrambe le prospettive teoriche del femminismo, anche se con differenti punti di vista, pongono al centro delle proprie riflessioni la scelta personale della donna che vive in prima persona l’esperienza della maternità naturale o del desiderio di raggiungerla attraverso alternative.

Note

1 Cfr., G. Marsico, L’etica della cura: un approccio femminista, AA.VV., in L’etica della cura tra sentimenti e ragioni, C. Viafora, R. Zanotti e E. Furlan (a cura di), Franco Angeli, Milano 2007, p. 99.

2 Ivi, p. 100.

3 S. Sherwin, Femminismo e bioetica, AA.VV., in Nuove maternità. Riflessioni bioetiche al femminile, C. Faralli e C. Cortesi (a cura di), Diabasis, Reggio Emilia 2005, p. 4.

4 L. Boella, Il valore della differenza e l’esperienza morale, AA.VV., in Di un altro genere: etica al femminile, P. Ricci Sindoni e C. Vigna (a cura di), Vita e Pensiero, Milano 2008, pag. 4.

5 Ivi, pag. 5.

6 Cfr., S. Brotto, Etica della cura. Una introduzione, Orthotes, Napoli 2013, pp. 20-21.

7 L. Palazzani, Donne e bioetica, AA.VV., in Di un altro genere: etica al femminile, P. Ricci Sindoni e C. Vigna (a cura di), Vita e Pensiero, Milano 2008, p.171.

8 Ibidem.

9 S. Brotto, op. cit., p. 35.

10 Ivi, pag. 36.

11 Cfr., M. Chiodi, Modelli teorici in bioetica, Franco Angeli, Milano 2005, p. 104.

12 L. Vanlaere e C. Gastmans, L’etica della cura: un approccio personalista, AA.VV., in L’etica della cura tra sentimenti e ragioni, C. Viafora, R. Zanotti e E. Furlan (a cura di), Franco Angeli, Milano 2007, p. 111.

13 M. Chiodi, op. cit., p. 105.

14 B. Bianchi, Introduzione. Ecofemminismo: il pensiero, i dibattiti, le prospettive, in “DEP Deportate, esuli, profughe. Rivista telematica di studi sulla memoria femminile”, n. 20, 2012, p. 19.

15 A. Cavarero, L’inclinazione materna, AA.VV., in Di un altro genere: etica al femminile, P. Ricci Sindoni e C. Vigna (a cura di), Vita e Pensiero, Milano 2008, p. 53.

16 A. Donchin, Prospettive che convergono: le critiche femministe alla riproduzione assistita, AA.VV., in Nuove maternità. Riflessioni bioetiche al femminile, C. Faralli e C. Cortesi (a cura di), Diabasis, Reggio Emilia 2005, p. 84.

17 G. Gambino, Il moderno diritto al figlio. Riflessioni biogiuridiche a partire dal Giudizio delle due madri di Re Salomone, in “Medicina e Morale”, n. 2, 2013, pp. 322-323.

18 C. Botti, Prospettive femministe. Morale, bioetica e vita quotidiana, Espress, Torino 2012, p. 119.

19 Cfr., p. 136.

20 M. Charlesworth, L’etica della vita. I dilemmi della bioetica in una società liberale, Donzelli, Roma 1996, p. 72.

21 G. Gambino, op. cit., p. 313.

22 Cfr., P. Iagulli, Diritti riproduttivi e fecondazione artificiale. Studio di sociologia dei diritti umani, Franco Angeli, Milano 2013, p. 78.

23 Ivi, p. 79.

24 R. Braidotti, In metamorfosi. Verso una teoria materialista del divenire, M. Nadotti (a cura di), Feltrinelli, Milano 2003, p. 227.

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