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1 marzo 2012

“Dietro il corsetto”: il corpo politico femminile dall’immagine al testo

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Il corpo politico femminile tra testi e culture

Recensione a cura di Irene Strazzeri

 

Choli ke pichhe[1]: cosa si nasconde dietro il corsetto?

Mahasweta Devi

Mahasweta Devi[2] ci racconta che quel che c’era lì era il problema nazionale quell’anno. Quando divenne una questione nazionale, gli altri disastri del momento – come per esempio la perdita del raccolto causa terremoto, o gli scontri tra cosiddetti terroristi e potere statale con i conseguenti assassinii, la decapitazione di un giovane uomo e di una giovane donna nell’Haryana per il crimine di aver contratto matrimonio fuori casta, le irragionevoli richieste di Madha Patkar e di altri nei dintorni della diga Narmada, le centinaia di stupri omicidi, imprigionamenti, torture eccetera, tutte queste non-questioni per legge naturale andarono vicine senza tuttavia riuscire a raggiungere i giornali  – tutte queste cose rimasero non-questioni[3].

Era l’anno in cui Upin e Ujan si recarono a Purulia, nel Bengala Occidentale, per un reportage sulle condizioni di vita dei gruppi tribali. Tra le foto che Upin pubblica, in un articolo di denuncia sulla ingiustizie sociali della regione, vi è quella che ritrae il seno nudo di Gangor.

L’apparizione del seno della giovane tribale su tutti i giornali scatena la ritorsione della polizia locale:

–       Voi, Signore, l’avete rovinata con le vostre fotografie, altrimenti lei…avrebbe mai osato?

–       Che ha fatto Gangor? E’ morta?

–       Le Gangor in questo mondo non ci vengono per morire, Signore, ci vengono per uccidere. Ragazza di campagna senza vergogna…dondolava il suo corpo tutto il tempo…diceva alla gente del mercato, non ha scattato le vostre foto, ha scattato le mie. Vedete!

       Adesso lei è a Seopura?[4]

       E dove altrimenti? Va e viene. Va e viene ogni settimana.[5]

Con la pubblicazione della Trilogia del seno si inaugura in Italia la collana di studi femministi post-coloniali ALTRIDNOM, curata da Ambra Pirri[6]. Mahasweta Devi, la scrittrice, narra tre storie diverse, che hanno per protagoniste le donne subalterne, Gayatri Spivak, studiosa di letteratura comparata, ne da una lettura critica[7].

Le storie, afferma Ambra Pirri, hanno in comune qualcosa che appartiene solo alle donne: il seno. Il seno come simbolo di tortura e oppressione maschile ma anche il seno come strumento di rivincita e offesa femminile.

Nel racconto Dietro il corsetto il seno è un luogo di bellezza unica, «naturale» e irripetibile. Per Upin, il fotografo che lo fa diventare un oggetto riproducibile, il seno è “un oggetto da fotografare in quanto protesi permanente”[8].

Fotografare la realtà può significare catturare immagini suggestive o sviscerare sensazioni ancestrali impossibili da descrivere (o rintracciare) ricorrendo alla parola: dipende da come e dove si colloca l’obiettivo. Quella che Upin coglie osservando il seno di Gangor, fascinosa icona di fertilità e florida femminilità, è la chiave per avvicinarsi in maniera profonda a un’umanità esclusa dalle mappe, dimenticata quando non perseguitata per il solo fatto di esistere con il risultato che, invece di salvarlo, lo mette a disposizione della violenza sessuale maschile[9].

A complicare la situazione, infatti, subentra il sottotesto politico come tessuto connettivo del disagio sociale. Un disagio dovuto alla forte presenza dei naxaliti, ossia dei maoisti indiani all’interno dei nuclei tribali.

I nuclei tribali, peraltro, vengono violentemente osteggiati dalla polizia locale dedita ad ogni forma di abuso di potere. L’amore e la conoscenza che Devi nutre per l’India emergono prepotentemente tra le righe del racconto.

Una scrittura di denuncia la sua, che ritrae le atmosfere della vita agiata indiana come la realtà delle bidonville, facendole rivivere in tutta la loro credibilità, una scrittura che non indugia sulla violenza e nemmeno si ritrae di fronte ad azioni disturbanti.

Una scrittura, insomma, che non è costretta a soffocare la narrazione pur di lasciare spazio all’impegno politico e veicolare il suo messaggio, incentrato nella fattispecie sulla condizione della donna e più in generale sulla pesante discriminazione ai danni dei cosiddetti “tribali”, donne e uomini membri di antiche etnie rassegnati ad una vita di indigenza.

Choli ke pichhe testimonia di come la migliore delle intenzioni possa generare il peggiore esito e di come la libertà di stampa, manipolatrice e, al contempo, generatrice di verità, si sia ridotta a strumento ambiguo, idoneo allo sfruttamento e delazione della soggettività:

–          Anche tu sei un Bastardo Signore…tu hai fatto le fotok [foto] del mio petto, no? OK…Te lo faccio vedere…ma ti prendo tutto quel che hai in tasca, tu-tto…

Nella silhoutte, illuminata dalla lanterna per gli uragani, due ombre stanno recitando con violenza. Gangor si toglie il choli e lo lancia a Upin. Guarda, guarda, guarda, guarda, imbottitura-paglia, stracci-guarda cosa c’è qui.

Niente seno. Due cicatrici secche, la pelle aggrinzita, allungata. I due crateri vulcanici furiosi vomitarono lava liquida a Upin,- gang rape, gang rape…mordevano e strappavano… gang rape[10].

Inviato nel Bengala occidentale per un reportage sullo sfruttamento e la violenza sulle donne tribali, dunque, il fotoreporter Upin, mentre fotografa un gruppo di indigene intente a lavorare mette a fuoco una donna che allatta il suo bambino. La foto viene pubblicata in prima pagina, suscitando scandalo e la vita di Gangor cambia radicalmente.

La donna subirà una serie inaudita di violenze mentre Upin verrà travolto dal senso di colpa per aver provocato ad un’innocente quella stessa violenza che voleva combattere:

–            Lei dov’è, al villaggio?

–            La vedrete al mercato quando è buio. Beve così tanto liquore…

–            Che altro?

–            La porterò via. Lei deve essere salvata.

–            Cose senza senso, Signore. Voi, Signore avete un nome, voi valete qualcosa. Nessuno conosceva Gangor.

La testa di Upin non riusciva a funzionare, non riusciva ad afferrare ciò che il custode stava dicendo[11].

Perché Gangor con le sue naturali, molto complesse ghiandole sudoripare, o seno, aveva fatto girare la testa di Upin? Perché aveva sentito che Gangor e il suo petto erano in pericolo? Non solo perché Gangor racconta una storia emblematica della realtà delle donne indiane.

Nella lettura critica di Spivak, il seno, in quanto organo distintivo della femmina umana, diventa parte di un itinerario etico poiché mette fortemente l’accento sulla responsabilità individuale piuttosto che sull’individualismo. Nel leggere le figurazioni letterarie di Mahasweta Devi, Spivak ci ricorda che «quell’itinerario dal seno come oggetto parziale alla `persona intera´ è l’impossibile presupposto di ogni azione etica»; per Spivak, è il seno «che consente il violento divenire umano nell’incerta cuspide tra natura e cultura»[12]:

–          Lei ha catturato il mio petto così tante volte, Signore. Ma io li sapevo i suoi piani. Altrimenti perché avrebbe dovuto darmi così tanti soldi?

–          Gangor!

–          Gangor vuoi slacciarti la veste, o anche solo sollevarla? Fai quel che devi fare, ecco venti rupie. Tutta la notte, eccone cinquanta, una risposta veloce.

–          Stai facendo il lavoro della puttana, Gangor?

–          Perché, cosa vuol dire per te, Signore? Figlio di puttana?

–          Tu…ti togli…la blusa…

Gangor respira con fatica. Dice con voce consumata dalla rabbia, -Non ci senti? La suonavano sempre, sempre a cantarla…e gli uomini mi stavano addosso…dietro il corsetto, dietro il corsetto…choli ke pichhe..choli ke[13].

Upin pensava, dunque, che il seno di Gangor fosse «unico» e per questo lo voleva salvare. Per renderlo immortale, Upin fotografa l’oggetto catturato mentre allatta. Lo trasforma invece in un oggetto riproducibile e lo fa diventare oggetto di concupiscenza maschile.

Con le sue fotografie Upin ha reso Gangor consapevole della bellezza del proprio seno senza capire che in una società patriarcale non è il seno ad essere «naturale», «naturale» è il comportamento sessuale (e bestiale) dei maschi: il seno di Gangor diventa oggetto alla mercé di chi lo vuole.

Dice, il Signore-Macchina-foto-grafica che è stato a lungo in giro per me, Sensale[14]. Ma Bhusan! Dopo tutto ti ho favorito? E’ tutto profitto in questo commercio. Tutti ridono, tutti. Uno dice

– Gangor, Cosa c’è dietro il tuo corsetto amore?

–         Andiamo Signore.

Gangor si alza in piedi. Come se dicesse a Upin col dito invitante, Mettiti dietro di me![15]

Upin non capisce il «valore di codice [che il seno ha] all’interno della relazione patriarcale e sociale” e quali saranno le “ripercussioni sociali” delle sue fotografie.

Il suo tentativo di salvare l’oggetto-seno, il seno trasformato in oggetto, è “la rappresentazione letteraria di una presa di coscienza priva di punti di appoggio», scrive Spivak; proprio come il credito-trappola che non assumendosi la responsabilità degli «adempimenti strutturali»[16], rende le donne subalterne del Terzo Mondo schiave degli interessi da ripagare alle organizzazioni non governative globali.

Gangor, con la sua tenacia e la sua comprensione di quel che sta accadendo, resiste ma non ha strumenti, ha solo «la potenza della sua resistenza e della sua rabbia» con le quali si oppone alla violenza maschile denunciando i suoi violentatori alla polizia:

Il Sensale procaccia i clienti…tiene a bada il pubblico…suona la canzone, la canzone

Upin si alza vacillando, malfermo.

Gangor gli mette le mani in tasca con consumata disinvoltura, cerca alla cieca nelle tasche dei suoi pantaloni, l’odore di risentimento del suo corpo è così violento…poi prende a calci la terra. Upin esce fuori, Gangor sta ancora sbraitando, parlando, tirando calci alle pareti di latta ondulata con trasporto[17].

Verrà sopraffatta perché saranno proprio i poliziotti a comportarsi come gli altri uomini, dopo averla violentata la metteranno in prigione e lì verrà violentata di nuovo. Gangor, da lavoratrice itinerante qual è finisce per diventare una prostituta a causa di Upin e della sua ottusa e benevolente ignoranza; quando Upin capirà che il seno di Gangor non è un oggetto separabile dal corpo e riproducibile in formato fotografico per poterlo salvare, sarà ormai troppo tardi. Ecco a cosa porta l’illuminata benevolenza.

Upin non è una femminista e neppure un ricercatore occidenatale in cerca del «Terzo Mondo», è un intellettuale orientale che si identifica con il governo e le élites locali, forse illuminato, sicuramente paternalista[18].

Gangor non è una bestia, dice il suo amico Ujan e dunque merita il suo caritatevole umanitarismo. Più di una volta, come si è visto, manifesta la sua volontà di salvare Gangor. Ma gli esiti di questo desiderio, di questa ansia di mettersi al centro con intenzioni salvifiche sono tragici.

È la politica dell’Occidente umanitario che tende la mano ai dannati della terra. E’ la complicità tra la buona azione su piccola scala e la rapina su scala planetaria. In ambedue i casi, la responsabilità etica non è prevista[19]. Al contrario, scrive Spivak «nella congiuntura attuale globale, dietro il corsetto c’è lo stupro del popolo»[20].

Da qui la sua insistenza sull’etica singolare. Sulle storie individuali e non generalizzabili, sulla micrologia. Anche le storie di Devi prevedono una giustizia, e Spivak lo sottolinea: Upin, tecnicamente innocente, è condannato se non dalla storia, dalla scrittura di Devi, dal suo rimorso, dalla rabbia di Gangor, a morire sui binari della ferrovia costruita dagli inglesi:

Non c’è una non-questione dietro il corsetto, dietro il corsetto c’è lo stupro del popolo.

Upin avrebbe dovuto saperlo se avesse voluto, avrebbe potuto saperlo.

Upin corre lungo i binari[21].

Una giusta fine per chi ha lasciato il suo cervello preda della colonizzazione? L’invasione culturale è assai più pericolosa della rivoluzione culturale Così l’India sta facendo quel che l’India deve fare per contenersi. Mai trascinata dentro una blusa nella mia vita, come a farà a indossare un choli, un corsetto adesso!

Dato che la nazione era affaccendata in tutte queste vicende, la notizia di Upin ebbe un millimetro e mezzo di spazio sul giornale. Sfuggì. Proprio come il seno di Gangor maciullato dalla furia sessuale maschile ma nascosto dalla paglia che riempie la sua blusa, rimane invisibile:

Ujan arrivò molto più tardi. Jharoa era calma. Una nuova stazione degli autobus proprio lì dove c’erano i depositi. Una nuova stazione di polizia a Jharoa. Riuscì ad avere una foto del mese prima di un uomo morto. Nessuno che rispondesse al nome di Gangor viveva a Jharoa.

La ricerca dello scomparso Upin Puri è ancora effettiva, sulla carta. Ma fascicoli come questo sprofondano, sommersi da altri fascicoli[22].

La violenza stessa della globalizzazione rimane invisibile. Proprio come le non-questioni di Devi. Spivak ci ricorda sempre come proprio le donne nuove del Sud siano le principali interpreti culturali e le intellettuali di una «collaborazione attiva» allo scopo di mantenere la violenza invisibile.

Note

[1]Choli ke pichhe è il titolo di una canzone popolare indiana che significa dietro il corsetto. La risposta è, ovviamente, il seno.

[2] Mahasweta Devi è nata a Dacca, nel Bengala orientale, oggi Bangladesh, nel 1926. E’una delle più famose scrittrici indiane.

Attivista politica e sociale, lotta per il rispetto delle comunità tribali dalla fine degli anni ’60. Giornalista e insegnante, ha scritto decine di racconti, romanzi, piéces teatrali.

[3] Mahasweta Devi., “Choli ke pichhe-Dietro il corsetto”,  in La Trilogia del seno, traduzione e cura di Ambra Pirri, Filema, Napoli 2005, p. 153.

[4] Seopura è un villaggio che si trova nello stato del Bihar, sede della polizia di Stato.

[5] Ivi, p. 168

[6] Mahasweta Devi., La Trilogia del seno, traduzione e cura di Ambra Pirri, Filema, Napoli 2005.

[7] Gayatri C. Spivak., Introduzione a La Trilogia del seno, op. cit. pp. 7-16.

[8] Ambra Pirri A., Presentazione a La Trilogia del seno, op. cit. p. VIII.

[9] Ibid.

[10] Mahasweta Devi., “Choli ke pichhe-Dietro il corsetto”, in La Trilogia del seno, op. cit. p. 173.

[11] Mahasweta Devi., “Choli ke pichhe-Dietro il corsetto”, in La Trilogia del seno, op. cit. p. 169.

[12] Gayatri C. Spivak., Introduzione a La Trilogia del seno, op. cit. pp. 14-15.

[13] Mahasweta Devi., “Choli ke pichhe-Dietro il corsetto”, in La Trilogia del seno, op. cit. pp. 173-174.

[14] Il Sensale è un membro della polizia locale. Nella storia colui che costringe Gangor a prostituirsi.

[15] Mahasweta Devi., “Choli ke pichhe-Dietro il corsetto”, in La Trilogia del seno, op. cit. p.171.

[16] Gayatri C. Spivak., Introduzione a La Trilogia del seno, op. cit. p.14.

[17] Mahasweta Devi., “Choli ke pichhe-Dietro il corsetto”, in La Trilogia del seno, op. cit. p.173.

[18] Cfr. Ambra Pirri., Presentazione a La Trilogia del seno, op. cit. pp. VI-XXIX.

[19] Slavoj Zizek, Contro i diritti umani, Il Saggiatore, Milano 2006.

[20] Gayatri Spivak., Introduzione a La Trilogia del seno, op. cit. p.16.

[21] Mahasweta Devi., “Choli ke pichhe-Dietro il corsetto”, in La Trilogia del seno, op. cit. p.173.

[22] Ivi, p. 174.

 


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